Visualizzazione post con etichetta Biografie di Uomini e Donne da non Dimenticare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Biografie di Uomini e Donne da non Dimenticare. Mostra tutti i post

domenica 22 dicembre 2013

Madiba per sempre Madiba: Lincoln dell’Africa






È difficile fare l’elogio di qualsiasi uomo, racchiudere nelle parole non soltanto i fatti e le date che ne hanno segnato la vita, ma la verità fondamentale e intima di quella persona.

Le sue gioie profonde e i suoi dolori; i momenti di pace e le qualità che ne hanno illuminato l’anima. Quanto maggiormente è difficile farlo nel caso di un gigante della storia, che ha messo una nazione intera in marcia verso la giustizia e così facendo ha messo in marcia miliardi di persone in tutto il mondo!

Nato durante la Prima guerra mondiale, molto lontano dai corridoi del potere, dopo un'infanzia trascorsa a fare il pastore di bestiame e a imparare dagli anziani della sua tribù Thembu, Madiba sarebbe emerso come l'ultimo grande liberatore del XX secolo. 
Come Gandhi, egli avrebbe guidato un movimento di resistenza, un movimento che agli esordi aveva ben poche prospettive di successo. Come King, egli avrebbe dato voce forte e potente alle richieste degli oppressi e alla necessità morale di giustizia razziale. 
Avrebbe affrontato una prigionia disumana, iniziata all'epoca di Kennedy e Krusciov e conclusasi nel periodo finale della Guerra Fredda. Uscendo dalla prigione, senza la forza delle armi, al pari di Lincoln avrebbe unificato il Paese proprio mentre esso rischiava di lacerarsi.

Tenuto conto della sua incredibile vita e dell’adorazione che si è guadagnato così meritatamente, si sarebbe tentati di ricordare Nelson Mandela come un’icona, sorridente e serena, distaccata dalle occupazioni ordinarie di uomini comuni. 
Ma Madiba stesso si è sempre opposto strenuamente a questo ritratto senza vita. Al contrario, egli ha sempre insistito per condividere con noi i suoi dubbi e i suoi timori; i suoi errori di valutazione insieme alle sue vittorie. «Non sono un santo — diceva — a meno che non si pensi che un santo è un peccatore che continua a mettersi alla prova».

È proprio perché egli riusciva ad ammettere di non essere perfetto — e perché sapeva essere così pieno di buonumore, addirittura di furbizia, malgrado il pesante fardello che trasportava — che noi lo abbiamo amato. Non era un busto di marmo. Era un uomo fatto di carne e di sangue, un figlio e un marito, un padre e un amico.
 Ecco perché abbiamo appreso così tante cose da lui. Ecco perché possiamo apprenderne ancora molte altre da lui. Perché niente di ciò che egli è riuscito a raggiungere era scontato. Nell’arco della sua vita abbiamo visto un uomo guadagnarsi un posto nella storia lottando, con avvedutezza, persistenza e fede. Egli ci dice che cosa è possibile non soltanto nelle pagine di polverosi libri di storia, ma anche nelle nostre stesse vite.

Mandela ci ha insegnato il potere dell’azione, ma anche delle idee; l’importanza della ragione e delle giuste argomentazioni; la necessità di studiare non soltanto coloro con i quali vai d’accordo, ma anche coloro con i quali non vai d’accordo. Mandela ha capito che le idee non possono essere imprigionate tra le mura di un carcere, né messe a tacere dalla pallottola di un cecchino. 
Egli ha trasformato il suo processo nella denuncia dell’apartheid grazie alla sua eloquenza e alla sua passione, ma anche grazie ai suoi studi e alla sua formazione di avvocato. Ha trascorso i decenni passati in prigione a rendere più affilati i suoi ragionamenti, ma anche a diffondere la sua sete di sapere agli altri del movimento. E ha appreso la lingua e le usanze dei suoi oppressori, così da poter riuscire meglio un giorno a comunicare loro in che modo la loro libertà dipendesse dalla sua.

Infine, Mandela ha compreso lo spirito umano e come esso sia legato a quello di tutti. C’è una parola in Sudafrica, Ubuntu, che descrive e condensa questo suo immenso dono: egli ha saputo vedere che siamo tutti legati gli uni agli altri in modi invisibili e che sfuggono allo sguardo; che esiste unione nel genere umano; che possiamo conseguire il nostro pieno successo condividendolo con gli altri e prendendoci cura di chi abbiamo attorno. 
Non possiamo sapere quanto di ciò fosse già innato in lui, o quanto si sia plasmato e forgiato nella sua buia cella solitaria. Ma ne ricordiamo i gesti, piccoli e grandi, come presentare i suoi carcerieri come ospiti d’onore alla sua cerimonia di insediamento come presidente; scendere in campo indossando l’uniforme degli Springbok; aver trasformato una tragedia della sua famiglia nell’invito a lottare contro l’Hiv/Aids.

Questi suoi gesti piccoli e grandi hanno svelato tutta la sua profonda empatia e comprensione. Egli non soltanto ha incarnato l’Ubuntu, il senso di umanità. Ha insegnato a milioni di persone a trovare dentro di sé quella stessa verità.
 C’è stato bisogno di un uomo come Madiba per liberare non soltanto il carcerato, ma anche il carceriere; per dimostrare che ci si deve fidare degli altri così che gli altri si fidino di te; per insegnare che riconciliarsi non significa ignorare un passato crudele, ma che riconciliarsi è un mezzo per opporre a quel crudele passato l’inclusione, la generosità e la verità. 
Ha cambiato le leggi, ma anche i cuori.

Per il popolo sudafricano, per coloro che egli ha ispirato in tutto il pianeta, il trapasso di Madiba è giustamente motivo di lutto, e occasione per celebrarne la vita eroica, ma io credo che la sua morte debba anche invogliare ciascuno di noi a un’autoriflessione. 
Con onestà, e indipendentemente dalla nostra posizione o dalle circostanze della nostra vita, dobbiamo chiederci: quanto bene ho applicato queste lezioni nella mia stessa vita?

Questa è una domanda che io rivolgo a me stesso, come uomo e come presidente. Sappiamo che come il Sudafrica anche gli Stati Uniti hanno dovuto superare secoli di oppressione razziale. Come è stato vero qui, ci sono voluti i sacrifici di un numero incalcolabile di persone, note e ignote, per vedere l’alba di un giorno nuovo. Michelle e io abbiamo beneficiato di quella lotta. Ma in America e in Sudafrica, e in molti Paesi di tutto il pianeta, non possiamo permettere che il progresso oscuri il fatto che il nostro compito non può dirsi concluso. 
Le lotte che puntano alla vittoria dell’eguaglianza e al suffragio universale possono non essere caratterizzate da quella stessa drammaticità e limpidezza morale di quelle combattute in precedenza, ma non per questo sono meno importanti. 
Perché ancora oggi in tutto il mondo vediamo bambini patire la fame e soffrire per le malattie, vediamo scuole fatiscenti e scarse prospettive per il futuro. Ancora oggi in tutto il mondo uomini e donne sono messi in prigione per le loro idee politiche e sono perseguitati per il loro aspetto fisico, per la loro pratica devozionale, per la persona che amano.

Anche noi dobbiamo agire per il bene della giustizia. Anche noi dobbiamo agire perché la pace prevalga. 
Troppi di noi sono pronti ad abbracciare con gioia l’eredità di Madiba della riconciliazione razziale ma oppongono una strenua resistenza a riforme anche modeste che potrebbero porre fine alla povertà cronica e alle crescenti ineguaglianze. Ci sono troppi leader che si dichiarano solidali con la lotta di Madiba per la libertà, ma che non tollerano il dissenso dei loro stessi popoli. E ci sono troppi di noi che ancora restano in disparte, comodamente compiacenti o cinici quando dovrebbero far ascoltare la loro voce.

Non esistono facili soluzioni per i problemi con i quali siamo alle prese oggi: come promuovere l’eguaglianza e la giustizia, come affermare la libertà e i diritti umani; come porre fine ai conflitti e alle guerre settarie. Ma neppure per quel bambino di Qunu c’erano facili risposte.

Nelson Mandela ci rammenta che ogni cosa può sembrare impossibile finché non la si realizza.
 Il Sudafrica ci dimostra che questa è la verità. 
Il Sudafrica ci mostra che possiamo cambiare.

Non vedremo mai altri Nelson Mandela. Ma permettetemi di dire ai giovani africani e ai giovani di tutto il mondo che voi potete fare vostre le lotte e le conquiste della sua vita.
 Oltre trenta anni fa, quando ero ancora uno studente, appresi chi era Madiba e quali fossero i conflitti della sua terra. Conoscerlo scosse qualcosa dentro di me, nel profondo.
 Mi risvegliò e mi mise in grado di far fronte alle mie responsabilità nei confronti degli altri e di me stesso, e mi avviò lungo la strada che mi avrebbe portato dove mi trovo oggi. Se da un lato so che non riuscirò a eguagliare l’esempio di Madiba, dall’altro so che egli vuole che io voglia migliorare. Egli fa appello a ciò che di meglio c’è dentro di noi.

Quando questo grande liberatore sarà sepolto per riposare in pace; quando saremo ritornati nelle nostre città e nei nostri villaggi e avremo ripreso le nostre routine quotidiane, proviamo a cercare dentro di noi, nel profondo di noi stessi, la sua grande forza, la sua grandezza d’animo.
 E quando la notte si farà scura, quando l’ingiustizia renderà pesante i nostri cuori, o quando i nostri piani ben delineati ci sembreranno irraggiungibili, pensiamo a Madiba, pensiamo alle parole che nelle quattro mura della sua cella gli arrecarono tanto conforto: 
«Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita: io sono il padrone del mio destino; io sono il capitano della mia anima».
                                                                 Barack Obama


Fonte: Repubblica, 11 dicembre 2013


sabato 31 agosto 2013


31 AGOSTO 1860, GARIBALDI
ARRIVA A COSENZA: CRONACA DI UN'IMPRESA


A Rogliano Garibaldi emanò i famosi Decreti con cui ridusse il prezzo del sale, indispensabile per conservare gli alimenti e di difficile reperimento; abolì la tassa sul macinato per le granaglie, ad eccezione del frumento. Deliberò soprattutto che gli abitanti poveri di Cosenza e dei Casali potessero esercitare gli usi civici di pascolo e semina gratuitamente nelle terre demaniali della Sila. Era questo il provvedimento tanto atteso dai contadini.


“Chi mai degnamente narrar potrebbe l'ingresso del Dittatore in questa Città? Ci contenteremo perciò di pochi cenni e diremo soltanto che la nostra provincia non fu seconda a nessun'altra nel festeggiare l'arrivo dell'Uomo straordinario, il cui cammino non fu che un continuo trionfo. Da Rogliano a Cosenza percorse dieci miglia tra un popolo numeroso che da paesetti e villaggi era disceso sulla via per contemplare un istante l'aspetto del nostro Liberatore. Il giorno 31 agosto resterà nei nostri cuori perennemente scolpito quando verso un'ora di giorno, lo vedemmo giungere e come torrente sentimmo traboccarci la gioia d'ogni parte”. (Il Monitore Bruzio, Giornale Uffiziale della Calabria Citeriore, 1860).


Nel tardo pomeriggio del 31 agosto del 1860, Garibaldi entrò a Cosenza tra la folla in festa per il suo arrivo. Portato in braccio nel Palazzo del Governo, parlò dal balcone al popolo che nella piazza sottostante manifestava una gioia incontenibile. I cosentini, così come i calabresi in genere, afflitti da una povertà secolare e perciò desiderosi di terre, avevano riposto le loro speranze in Garibaldi. La figura del Nizzardo che combatteva per la liberazione dei popoli oppressi, l'eroe dei due mondi animato dagli ideali di libertà e amore per la Patria, portò una ventata di ottimismo tra i calabresi, stanchi ormai dei continui disordini per la questione silana. L'usurpazione delle terre demaniali in Sila segnava la vita dei contadini e per tutto l'800 essi subirono l'ambigua situazione che era venuta a crearsi: da una parte gli avvocati che rinviavano le sentenze di reintegra dei demani usurpati e dall'altra la stessa monarchia borbonica che gestiva con doppiezza la questione, controllando sia i contadini che i proprietari, al solo scopo di ottenere consensi.


Qualche anno prima, esattamente nell'agosto del 1854, il commissario civile per gli affari della Sila, Pasquale Barletta, aveva pubblicato un Regolamento sulla divisione provvisoria dei demani silani tra Cosenza e i Casali. L'assegnazione fu compiuta tenendo conto della popolazione dei singoli comuni. Una suddivisione provvisoria stabilì le quote di uso per le famiglie indigenti, in base ai componenti del nucleo familiare. Barletta offrì una buona possibilità di lavoro ai contadini che occupavano i terreni o vi esercitavano abusivamente gli usi civici perché li ritenevano usurpati.


Fu in questa situazione di crisi sociale, economica e politica che si inserì l'arrivo di Garibaldi in Calabria: se tra le classi sociali meno abbienti dilagava il malcontento causato dalla questione silana, da quella relativa ai beni ecclesiastici e dai pesanti dazi, tra la borghesia, invece, detentrice del potere amministrativo nelle province e nei comuni, si inseguiva la speranza della dissoluzione del regno borbonico per reimpadronirsi delle proprietà requisite dal commissario Barletta con il decreto del 1854.


Garibaldi sbarcò a Mileto il 19 agosto 1860. La Calabria mostrava ancora le ferite lasciate dalle Idi di marzo di Cosenza del 1844 e dai fratelli Bandiera, così come era ancora vivo il ricordo della spedizione del 1857 capeggiata da Carlo Pisacane e dal calabrese Giovanni Nicotera. Presentava soprattutto una grave arretratezza.


Pochi giorni più tardi giunse a Cosenza la notizia che Garibaldi aveva liberato il territorio reggino e che era in procinto di marciare verso nord. Una moltitudine di coraggiosi cittadini, allora, si riunì davanti al Palazzo dell'Intendenza per osannare il Dittatore, il Re, l'Unità d'Italia. Il Monitore Bruzio così descrisse quei momenti: “La folla accalcata percorreva la città, che vedesi in un baleno illuminata a festa... La lieta novella si spande nei paesi circonvicini, ed ai lontani l'annunzia il telegrafo. Il dì seguente 24 agosto, la Provincia proclama unanimemente l'insurrezione, e al tocco delle campane, vecchi, giovani e fanciulli corrono alle armi”.


Subito le autorità municipali dichiararono decaduto il Re Francesco II di Borbone, mentre i cittadini correvano a combattere nei campi organizzati nella provincia con un tale entusiasmo che preoccupò il comandante della brigata di Cosenza, il generale Caldarelli. Egli, dopo aver impegnato le sue forze nel Largo Santa Teresa su Colle Triglio e puntato i cannoni sulla città, il 27 agosto si arrese e si impegnò di non combattere più contro l'Unità d'Italia.


Dopo la resa dell'esercito borbonico a Soveria Mannelli avvenuta il 30 agosto e il passaggio dei soldati borbonici nelle truppe garibaldine del generale Stocco, Garibaldi si avviò verso Rogliano. Durante la sosta ad Acrifoglio, nei pressi di Scigliano, inviò a Donato Morelli il famoso telegramma dal seguente contenuto:“Dite al mondo che ieri coi miei prodi cavalieri feci abbassare le armi a 10.000 soldati comandati dal generale Ghio. Trasmettete a Napoli e ovunque la lieta novella”.


La numerosa armata degli ufficiali napoletani si rivelò incapace e codarda: intimorita dalla notizia dell'imminente arrivo del Dittatore, si arrese dinanzi a un esercito di pochi uomini senza opporre resistenza. Gli storici del tempo descrissero l'euforia della cittadinanza che si mise in cammino per accogliere Garibaldi, considerato il loro salvatore. Scene di fanatismo si verificavano al suo passaggio, alcuni si inginocchiavano, altri gli baciavano le vesti. Grande era la speranza dei contadini per un cambiamento generale delle loro condizioni di vita, che il nuovo governo, forse, avrebbe potuto apportare.


Giunto a Rogliano, Garibaldi nominò Donato Morelli Governatore della Provincia. Sorse quindi un governo provvisorio denominato 'Governo generale della Calabria Citra' che esercitò sul territorio il potere autonomo riconosciuto dal Re Vittorio Emanuele II.


Donato Morelli e suo fratello Vincenzo furono tra i protagonisti del 1848 cosentino.  Processati e condannati dalla Gran Corte Criminale, accolsero dopo diversi anni l'invito dei liberali napoletani a preparare la Calabria alla campagna garibaldina. L'obiettivo era l'unificazione della penisola sotto la monarchia costituzionale dei Savoia. A Cosenza nacque un Comitato Centrale che avrebbe dovuto promuovere l'insurrezione anche con il coinvolgimento dei rappresentanti del regime borbonico. Donato Morelli era sicuro che Garibaldi avrebbe dato un forte impulso al processo di unificazione italiana, ma anche lui e la sua famiglia come i Barracco, i Berlingieri, i Compagna, i Gallucci, i Guzzolini, i Lucifero erano usurpatori di terre demaniali silane.


A Rogliano Garibaldi emanò i famosi Decreti con cui ridusse il prezzo del sale, indispensabile per conservare gli alimenti e di difficile reperimento; abolì la tassa sul macinato per le granaglie, ad eccezione del frumento. Deliberò soprattutto che gli abitanti poveri di Cosenza e dei Casali potessero esercitare gli usi civici di pascolo e semina gratuitamente nelle terre demaniali della Sila. Era questo il  provvedimento tanto atteso dai contadini.


Dopo la sosta a Rogliano, Garibaldi proseguì per Cosenza dove fu accolto da cittadini e autorità in festa. Il Monitore Bruzio così scriveva: “Tutte le carrozze ornate di bandiere erano state ad incontrarlo, mentre la Guardia Nazionale, Legioni Calabre numerosissime schierate in bell'ordine, ed una folla di popolo mai vista, lo aspettavano col guardo raggiante di tripudio. E' impossibile descrivere l'entusiasmo che suscitò il suo apparire. Entrato nel Palazzo del Governo salì le scale portato sulle braccia di onorandi cittadini. Chiamato dal popolo si affaccia dal balcone, e le grida di contento n'andavano a cielo. La vista di quegli armati corsi ad un cenno di Lui, di quel popolo foltissimo, di tante bandiere e lini agitati per l'aria, commosse il suo animo, né sapeva distaccarsi da quel luogo dove ritornò per tre volte. Canti e suoni per tutta la notte dettero alla città spettacolo novissimo e grande... Ringraziate, disse, da parte mia questa brava popolazione per l'accoglienza fattami e dite a tutti che son dolente di non aver potuto correre tutta la Città a cavallo”.


Il primo settembre visitò con la divisione Bixio e con molti cosentini il Vallone di Rovito, luogo dell'esecuzione dei fratelli Bandiera e dei loro compagni. Ancora Il Monitore Bruzio: “Era ben giusto versar lagrime pe' Martiri della nostra redenzione. Fu aperta la cassa di ferro che conteneva le ossa di que' trapassati, si spiegò la loro bandiera. La divisione Bixio e gran parte del popolo recati al luogo dove fu consumato il misfatto, udirono le commoventi parole del Generale. E fino il sesso gentile prese parte all'universale commozione... Sì Donne Calabresi, voi ben meritate la stima delle altre sorelle italiane, per le quali ora sta per compiersi il vaticinio del gran poeta Recanatese: Così l'eterna Roma in duri ozii sepolta femmineo fato avviva un'altra volta”.


Garibaldi riprese il viaggio verso Castrovillari. Il 21 settembre 1860, Donato Morelli scrisse al Ministro di Grazia e Giustizia per ribadire che la provincia, già dai primi del mese, avendo riconosciuto come sovrano Vittorio Emanuele II, non avrebbe potuto più ricevere ordini dal governo borbonico. L'otto ottobre, a Napoli, Garibaldi convocò i comizi per accettare o rigettare il plebiscito che voleva l'Italia una e indivisibile.


I Decreti emanati dal Generale durante la sua permanenza a Rogliano crearono speranze tra i ceti poveri, un sogno che durò solo pochi giorni. Il decreto a favore degli abitanti poveri di Cosenza e dei Casali non fu mai attuato perché Morelli, con un altro decreto datato 5 settembre 1860, svuotò le disposizioni di Garibaldi. Il provvedimento non era ben visto dai grandi proprietari che mai avrebbero rinunciato alla difesa dei loro interessi. Cinque giorni dopo l'emanazione, infatti, lo stesso Morelli, appartenente al ceto dei possidenti, ridusse le zone concesse ai contadini per esercitare i diritti di pascolo e di semina e stabilì che questo esercizio non poteva impedire ai proprietari di far valere le proprie ragioni. I contadini rimasero nella loro storica miseria nonostante i tentativi di ribellione che si susseguirono. Con il nuovo Regno ricominciarono le lotte contadine e i fautori subirono una repressione durissima. Nel 1876 il Parlamento legittimò le usurpazioni silane, riconoscendo i possessori di fatto. 


Il passaggio di Garibaldi, atteso e acclamato, rivoluzionario da un punto di vista politico e sociale per i cambiamenti che intendeva attuare in favore della popolazione cosentina, fu vanificato da un figlio di quello stesso popolo, che si adoperò immediatamente affinchè tutto rimanesse come era sempre stato.

                                                 FRANCESCA CANINO

sabato 29 giugno 2013

La Signora delle Stelle Scienziata dell'Universo Celeste...



Margherita Hack, ha dedicato la sua vita allo studio e alla classificazione di molte categorie di stelle, svolgendo attività di divulgaazione e dirigendo un osservatorio astronomico.
 Donna e Scienziata, Intellettuale esemplarmente  Laica ed atea come amava definirsi. 
Era nata a Firenze, ci ha lasciati a 91 anni, una vita intensa e lunga di ricerca e passioni.
 Si laurea nel 1945, con una tesi di astrofisica relativa a una ricerca  sulle cefeidi, una classe di stelle variabili.
 Il lavoro viene condotto presso l'Osservatorio astronomico di Arcetri, luogo presso il quale inizia a occuparsi di spettroscopia stellare, che diventerà il suo principale campo di ricerca.
 Enorme lo sviluppo delle attività didattiche e di ricerca che Margherita Hack ha promosso all'università di Trieste, dove ha dato vita nel 1980 a un "Istituto  di Astronomia" che è stato poi sostituito nel 1985 da un  "Dipartimento di Astronomia", che la scienziata ha diretto fino al  1990.
Dal 1982 Margherita Hack ha inoltre curato una stretta  collaborazione con la sezione astrofisica della 'Scuola internazionale superiore di studi avanzati' (Sissa).
Stella della laicità, della scientificità, dell’astrofisica, è stata ardente sostenitrice della vita.
 Ha saputo spendersi per la piena dignità dei saperi scientifici, contro una cultura ancora troppo gentiliana, che continua a ritenere grave non conoscere una poesia di Leopardi, ma non ugualmente grave, essere totalmente ignoranti ad esempio della rivoluzione solare. 
Margherita Hack Ha saputo guardare il cielo, ne ha scandagliato miliardi di stelle e le molteplici energie che lo governano e che restano ancora da capire e da studiare.
Come Juri Gagarin di ritorno dal suo viaggio cosmico, ha affermato con forza che non vi ha trovato dio - certamente non quello poliedrico e multiforme che nei secoli si è dato l’uomo e che in ogni caso è profonda parte delle culture umane -  così lei è rimasta ferma e forte nelle sue idee laiche e laiciste.
Ha saputo conservare sempre intelligentemente sorridente la sua integrità.
Era stato richiesta a presidenti della Repubblica ottusamente sordi alla voce dei cittadini, la sua nomina a senatrice a vita, a cui Lei sapeva rispondere con un sorriso acceso di chi Stella, merita di poter portare piuttosto il nome di un astro celeste: una stella, magari anche piccola piccola e luminosa, splendente; piuttosto che lo stendardo della politica che certo lei donna scienziata avrebbe onorato della sua  intelligenza di donna che aveva a cuore le altre donne e di scienziata.
Fulgido l'esempio dei suoi insegnamenti.
  Ci piacerebbe ritrovarti in una notte tersa, luminosa e splendente nel cielo, ogni volta che  potremo alzare lo sguardo, ritrovandoti nell’incommensurabile vastità del cielo, ti rivedremo sorridente e allegra; integerrima  come quando alternando la stesura di testi scientifici universitari, alla scrittura di testi a carattere divulgativo, parlavi ai ragazzi delle scuole o agli scienziati del mondo.
 Il trattato "Stellar Spettroscopy", scritto a Berkeley nel 1959 assieme a Otto Struve (1897-1963) è considerato ancora oggi un testo fondamentale.

 Nel tempo Margherita  Hack ha collaborato con numerosi giornali e periodici specializzati,  fondando nel 1978 la rivista "L'Astronomia" di cui è  stata a lungo direttore.
 Nel 1980 ha ricevuto il premio "Accademia dei Lincei" e nel 1987 il premio "Cultura della Presidenza del Consiglio".
Il profondo cordoglio per la scomparsa di Margherita Hack "Ci lascia una donna eccezionale, che ha dedicato la sua vita allo studio, alla ricerca e alla divulgazione scientifica, senza mai dimenticare l'impegno per le battaglie civili e politiche. Ne sentiremo la mancanza". (Carrozza)
 L'Italia e la comunità internazionale perdono una protagonista assoluta della ricerca scientifica. Una donna che è stata, inoltre, capace di affiancare con passione l'impegno professionale a quello sociale e politico. Una testimonianza che resterà preziosa"(Letta)

Ciao Margherita non smettere di guardarci... 



venerdì 28 giugno 2013

ROSSELLA CASINI: UN VOLTO CONTRO LA MAFIA


foto_Rossella_Casini_nata_il_29_05_1956
Rossella Casini
A trentadue anni dalla sua scomparsa, Rossella Casini ritrova il suo volto.
 Della giovane studentessa fiorentina, ‘punita’ per aver spinto alla collaborazione il fidanzato calabrese, e fatta scomparire nel nulla una domenica di febbraio del 1981 a Palmi, non era rimasta neanche una foto.
 La madre Clara e il padre Loredano, che hanno disperatamente cercato per anni la loro unica figlia, non ci sono più.
In Borgo La Croce 2, dove la famiglia viveva, non c’è più traccia dei Casini e Rossella fa parte di quel gruppo di vittime di mafia dimenticate, senza una famiglia che le ricordi, senza una tomba su cui piangerle e, soprattutto, senza giustizia (i presunti assassini di Rossella sono stati tutti assolti).
 Negli ultimi mesi la storia di Rossella ha ritrovato l’attenzione che meritava grazie a un appello lanciato dalla stampa locale fiorentina e alla pubblicazione diIo parlo. Donne ribelli in terra di ‘ndrangheta (Castelvecchi, 2013), il libro della giornalista calabrese Francesca Chirico, redattrice dell’archivio multimediale Stopndrangheta.it che attraverso i suoi attivisti porta avanti un lavoro di recupero della memoria delle vittime di ‘ndrangheta.
Ma pochi giorni fa, grazie alla disponibilità dell’Ateneo fiorentino, e in particolare dell’Archivio storico dell’Università di Firenze, Rossella ha ritrovato il suo volto.
 L’Ateneo della sua città ha concesso infatti l’autorizzazione a pubblicare la foto del libretto universitario di Rossella Casini: Facoltà di Magistero, corso di laurea in Pedagogia (aa. 1978-79).
 Il suo sguardo dolce e determinato, la sua espressione di donna bambina che si apre alla vita, è stata così restituita ai fiorentini e a quanti in questi anni hanno seguito, con amarezza e speranza, la sua triste storia. 
Un omaggio che restituisce dignità a memoria a una ragazza coraggiosa, vittima di una violenza inaudita e inaccettabile.
Andrea Bigalli, coordinatore regionale della sezione toscana di LIBERA (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie), è stato tra i primi ad accogliere la notizia con grande soddisfazione: “Dare volto alla memoria.
 Ritrovare un’immagine del volto di Rossella Casini è ricordare che gli individui si riconoscono - anche nella loro dignità personale - nei tratti somatici della faccia, elemento distintivo di ogni persona da un'altra” – ha dichiarato Bigalli – “Gli occhi che ci guardano da questa foto sono il monito a non far si che si possa sequestrare, violentare, uccidere e oltraggiare un corpo, senza conoscere la reazione della giustizia e, ancor prima e ancora di più, la reazione civile della pubblica opinione: chenon voglia dimenticare e non si stanchi mai di chiedere e di operare giustizia”. 
LIBERA, che da anni segue la vicenda di Rossella Casini, ha dedicato proprio a lei il presidio di Viareggio.
"Rossella Casini ha avuto la sventura di incrociare la parte peggiore e minoritaria della Calabria – afferma Francesca Chirico, che ha dedicato il suo libro proprio alla famiglia Casini – “Aver contribuito a recuperare la sua storia e il suo volto alla memoria collettiva, riconsegnando Rossella alla sua città, ha rappresentato per noi dell'archivio Stopndrangheta.itanche una doverosa forma di riparazione da parte dell'altra Calabria, quella maggioritaria, che combatte e resiste.
Un riparazione impossibile, però, fino a quando alla memoria di Rossella non si unirà anche la giustizia per Rossella. Non bisogna dimenticare, infatti, che l'omicidio della giovane fiorentina è ancora senza colpevoli".




Fonte: ToscanaOggi.it

martedì 28 maggio 2013

Nell'andar via di ognuna di loro c'è ognuna di Noi...



Fabiana, sedici anni, Corigliano Calabro, è l’ennesima vita che scompare per mano di un uomo violento, un ragazzo di un anno più grande di lei. 
Fabiana, come ha raccontato la madre, era una ragazza che aveva tutta la vita davanti, sogni, progetti e ambizioni da realizzare. 
E’ stata uccisa dal fidanzato per aver pronunciato un no.
Le dinamiche che hanno portato al suo omicidio appartengono al repertorio di un classico caso di femminicidio: il possesso, il disconoscimento del desiderio femminile da parte maschile, la chiusura e la solitudine di Fabiana. 
La compagna di scuola ha, infatti, dichiarato alla stampa “noi non l’abbiamo mai capita”. 
Niente di straordinario, perché, spesso, è difficile penetrare nel mondo di una donna che vive una relazione violenta.
L’opinione pubblica e i media se, da un lato, hanno denunciato e descritto l’omicidio di Fabiana, come un caso di femminicidio e non come un raptus di natura passionale, dall’altro, hanno rivelato una certa miopia nel volere trovare un’ulteriore chiave di lettura nella cultura di provenienza del ragazzo.
 Alcuni neurologi e psichiatri intervistati in trasmissioni televisive e radiofoniche hanno interpretato il gesto del fidanzato come un atto di violenza intriso di “tribalismo calabrese”, così alcuni articoli di giornalisti e opinionisti si sono concentrati sulla componente “mafiosa” della cultura calabrese.
Come è successo nei confronti di migranti, anche nel caso di Fabiana, la violenza di genere rischia di essere utilizzata per costruire discorsi pubblici che insistono sulla minaccia incombente della diversità e dell’inferiorità culturale.
Il migrante che commette violenza è lo straniero, il diverso, colui che con la sua presenza mette in pericolo l’identità unica e monolitica di una supposta comunità (etnica, nazionale, morale). 
Nel caso dell’omicidio di Fabiana, invece, la violenza è originata dall’alterità calabrese, portatrice di una cultura arretrata e subalterna che spinge ineluttabilmente a usare violenza nei confronti delle donne.
Questa narrazione “convenzionale” del femminicidio rischia di costruire a livello simbolico e discorsivo la pericolosità sociale di categorie o mondi etnici e culturali, con l’effetto di distogliere lo sguardo dalla radice trasversale e politica della violenza di genere.

Come associazione daSud, impegnata nella costruzione di un nuovo immaginario antimafia e antisessista, prendiamo distanza politica da simili interpretazioni che eludono il cuore del problema: nel nostro paese, le donne muoiono perché donne, indipendentemente dalla razza, dall’etnia e dalla cultura dell’uomo violento.
Inoltre riteniamo che, nel racconto del femminicidio, fare riferimento alla specificità culturale di un territorio tradisca un’interpretazione erronea delle culture, concepite come monoliti e non come “processi” che hanno nel cambiamento, nella revisione e reinterpretazione di pratiche la loro ragion d’essere.
Il Femminicidio è un fenomeno complesso, non dice solo della violenza estrema che pone fine alla vita di una donna, ma di una violenza sistemica e trasversale che pervade tutti gli “ambiti vitali”, dalla famiglia, alla scuola, all’organizzazione sociale.
La ratifica della Convenzione di Istanbul, da ieri in discussione alla Camera, segna un traguardo fondamentale perché assume la violenza alle donne come un fatto strutturale e pervasivo della nostra società.
 Passaggi decisivi ma non definitivi. L’impegno delle Istituzioni deve essere quello di portare al centro del dibattito la soggettività delle donne e la piena libertà femminile, per riaprire uno spazio oscurato dalla nube retorica della “dignità delle donne” e per avviarsi verso un processo di elaborazione collettiva della violenza di genere che chiama in causa non solo la pluralità dei soggetti coinvolti per il suo contrasto (istituzioni, operatori antiviolenza, magistrati, medici, ect.) ma la società civile tutta”. 
Nessuno può esimersi da questo compito che impone, in primo luogo, di mettere in discussione l’ordine asimmetrico delle relazioni tra i generi oggi così profondamente connesso alla “crisi del maschile”, chiave ineludibile per uno sradicamento della cultura del dominio.




giovedì 23 maggio 2013

Ciao Don Gallo, Non sarà uno scherzo da prete non averti in questo inferno...


                                                       




Nasce a Genova il 18 luglio del 1928, giovanissimo Andrea Gallo prende parte alla Resistenza accanto al fratello maggiore Dino.

 Nel ’48 entra nel noviziato dei padri salesiani di Don Bosco a Varazze.

 Nel ’53 chiede e ottiene di andare in missione e viene inviato in Brasile a San Paolo.

 Torna in nave a Barcellona e assaggia la dittatura franchista (simboleggiata dagli spagnoli, racconterà poi, con un tavolino a tre gambe: la falange, l’esercito e la Chiesa).

 Viene ordinato prete il primo luglio del 1959 e nel ’60 è cappellano della scuola navale militare Garaventa.

 Nel ’64 decide di passare alla diocesi genovese e lascia la congregazione salesiana. 

L’allora arcivescovo di Genova, cardinal Giuseppe Siri, lo invia nell’isola della Capraia e già nel ‘65 nella parrocchia del Carmine come vice-parroco.

 La sua partecipazione politica nel quartiere (soprattutto nel ’68) non viene vista di buon occhio.

 Il giovane sacerdote si presentava sull’altare col giornale in una mano e il vangelo nell’altra e commentava la cronaca.

 ‘’Dimmi un po’ mi dicono che vai spesso in processione… - avrebbe detto Siri a Don Gallo riferendosi ai cortei – Conosco il martirologio, le litanie dei santi, ma non ho mai sentito quel santo che continui a invocare con i tuoi parrocchiani, Ho Chi Minh..’’.


Cacciato dalla sua parrocchia nel 1970 e riassegnato alla Capraia dove si rifiuta di andare, Don Gallo ripara nella chiesa di San Benedetto al porto accolto dall’allora e attuale parroco don Federico Rebora e nasce la comunità di base di San Benedetto.

 Nell’autunno del 1974 assiste il primo tossicodipendente e nel ’75 la comunità sceglie di dedicarsi espressamente al recupero dei tossicodipendenti.

 La comunità l’8 dicembre 2010 ha compiuto 40 anni di vita e oggi conta sei cascine agricole in Liguria e Piemonte, il ristorante genovese ‘A Lanterna’, un albergo a cinque stelle e una comunità agricola a Santo Domingo, costruite pietra su pietra col supporto degli enti locali e di tanti donatori privati fra cui i genitori dei ragazzi tossicodipendenti.


Nei decenni Don Gallo ha partecipato a spettacoli teatrali e scritto alcuni libri come ‘L’inganno della droga’ (1998) e ‘Il cantico dei drogati’ (2005) sul fallimento del proibizionismo e due volumi autobiografici, ‘’Angelicamente anarchico’’ (2005) e ‘’Come in cielo così in terra’’ (2010) con battute esilaranti come ‘anch’io come Vasco ho avuto una vita spericolata’’ oppure ‘’non avrei mai potuto diventare papa perché sarei stato Papa Gallo’’.

 Entrambi terminano con un pensiero sulla morte.

 Nel primo scriveva: ‘’a ottant’anni spero di essere ancora giovane e poter dire all’angelo che mi verrà a chiamare: ‘’senti un po’, ritorna fra dieci anni’’’.

 Nel secondo ‘’avete paura della morte? Io sì, tanta. Ma è misteriosamente la nostra strada.
 Certo, se mi venisse concessa una proroga sarei contento.

 Gli ultimi minuti della mia vita vorrei cantare un inno alla gioia per tutto quello che è stato concesso di conoscere’’.


----------------------       -----------------

La morte la voleva vedere negli occhi.
 Perciò da settimane dormiva pochissimo. 

Qualche minuto e poi l’adrenalina (o il 
dolore) lo tenevano sveglio.

 ”Tenete le lanterne accese, non sapete a che ora viene il ladro”.

 Stava così tra veglia e sonno, soprattutto veglia.

 Non voleva più stare nella sua stanza e neppure nel salone dove per anni di notte fumava sigari e pensieri e tv.

 I suoi ragazzi ora riuscivano a farlo dormire qualche minuto soltanto portandolo in giro di notte, in macchina.

 Quanto la città dormiva e tutto era silente, alle tre o alle quattro di mattina. 
Via, un giro per Genova, il suo porto. Le strade di levante e ponente. 

Don Gallo le conosceva tutte a menadito e si rassenerava per un po’.

Conosceva i palazzi, la superbia di una certa Genova, ”che brillanti!”, diceva stupito come un bambino raccontando di essere stato invitato una volta in qualche magione dove aveva cercato di convincere tutti a regalare ai poveri e rinunciare al molto.

 Conosceva la Genova di Sottoripa, il Ghetto, i travestiti, le puttane, i giornalisti, gli scrittori, i malandati, i primi e gli ultimi.

 Non c’era recesso dove non fosse noto o avesse un amico: ”se ho fame ho sempre qualcuno che mi apre la porta – diceva spesso – sono più fortunato di altri”.

 Da Manu Chao a Jovannotti, da Vasco ad Alba Parietti, dalle Madri di plaza de Majo a Dario Fo, Franca Rame e intellettuali e artisti, annoverava amici nei campi più disparati.

 Se ne vantava un po’ gigione: ”come dice il mio amico Pinco Pallo…”.

 Era curioso e sapeva amare.

E se non era lui a uscire, era Genova a finire alla sua porta.

 Accanto alla chiesa di San Benedetto al porto c’è un portone verde malandato.
 Bastava suonare il campanello, giorno e notte, per trovare il Gallo (preferibilmente di notte) o Lilli (preferibilmente di giorno) suo braccio destro e agenda o i ragazzi un po’ a tutte le ore. 
Alla mattina è una processione di richieste accresciuta dal disagio, la povertà, la precarizzazione: chi chiede del latte, chi cerca un passeggino, chi vuole buttarsi dalla finestra. Hanno sempre ascoltato tutti.
 Il Gallo scendeva verso l’una o le due di pomeriggio, si ritirava nel suo ufficio a piano terra, in sacrestia, dietro una mitica porta verdolina con una tenda bianca dal di dentro.
 Il parroco ufficiale della chiesa di San Bendetto al porto, don Federico, compagno silenzioso, ha invece uno ”scagno”, un ufficetto nel corridoio, dietro una paratia di legno.
 Il Gallo aveva la stanza più grande, finestra sul porto, rumori di sopraelevata.

 E lì riceveva i ragazzi che volevano entrare nella sua comunità, intraprendere un cammino per lasciare la droga o almeno tentare. Ha ricevuto migliaia di genitori preoccupati, addolorati, i suoi amici e i ragazzi che man mano di ammalavano di Aids, raccolto dolore trasformandolo in amore. 
   ”Osare la speranza” era il suo motto.
La domenica si ricordava di essere prete.
 I fedeli delle sue messe sempre pochi.
 Un gruppo di anziani che lo ha sempre seguito dalla chiesa del Carmine a qui, un po’ dei ragazzi della comunità a cui lui non ha mai chiesto di andare a messa, figuriamoci. E poi la gente dei vicoli, passanti, viaggiatori, gente di tutti i colori e di tutti i paesi.

 ”Vieni qui, spiega a tutti da dove vieni”, diceva il Gallo con la sua voce tuonante e tra un vangelo e l’altro, la sua messa diventava un viaggio in Congo o in Guatemala o chissà dov’altro.
 Le ultime due le ha dette seduto alla comunione e lasciando che ognuno prendesse ostie e vino: ”è l’ecclesia che dice la messa, mica Don Gallo”.

 Dai suoi incontri si cavava sempre qualche messaggio.
 Una riflessione. Non era mai tempo perso.

Per i non credenti era le sue battaglie: l’aborto e la contraccezione, una maternità responsabile e la Costituzione in mano.

 Prendeva parte, era partigiano e sempre a sinistra.

 Tirava le orecchie ai politici tiepidi, al Pd massimamente negli ultimi anni.
 Sposava le battaglie di chi gli pareva potesse portare un po’ di giustizia e trasparenza.

 E così dal G8 (“sono un new global, nella tasca dell’anima ho scoperto di possedere la tessera del movimento dei movimenti”) al Gay Pride è sempre stato in piazza. ”In una mano il Vangelo, nell’altra la Costituzione”.


            
                                                                                     







Fonte:Manifestiamo.eu