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mercoledì 4 luglio 2012

Vittorini: La Letteratura, la vita


 
È salito sul podio per dire BASTA alla dittatura fascista, alle devastazioni della guerra, alle sterili proteste, all’aristocratica separatezza degli intellettuali, alle distaccate contemplazioni dalla “turris eburnea”.
 Attraverso gli interrogativi nascosti tra le righe di pagine fortemente sintetiche e dense di informazioni, ha annotato le aspettative di profonda rigenerazione nate dalla Resistenza e riconosciuto la grande valenza formativa della storia letteraria che, attraverso collegamenti sincronici e diacronici, è un veicolo delle tante visioni del mondo succedutesi nel tempo, vettore incisivo in una società dominata dalle apparenze e dalla visibilità.
Vittorini, figura centrale della cultura italiana, protagonista attivo, fra gli anni Trenta e Sessanta, di tutti i suoi momenti più vivi come scrittore e, soprattutto, co me instancabile organizzatore di cultura, in questo grandissimo classico di ieri, di oggi e di domani, ha denunziato le tante lacerazioni che non avevano saputo con trastare le barbarie né evitare l’apocalisse bellica … “I morti più di bambini che di soldati; le macerie di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo” (Polemica Vittorini- Togliatti, 1945) …  Non si poteva più delegare l’azione po litica e sociale “a Cesare”, bisognava agire ed essere “organici” al le forze politiche che si adoperavano per questa trasformazione.
CONVERSAZIONE IN SICILIA, uno dei più incisivi mausolei della letteratura italiana, a scuola è una presenza imprescindibile, un’eco viva che, in 49 capitoli, spinge a ritrovare la luce di quei valori, quali la libertà di coscienza e la capacità di autodeterminarsi, per i quali ancora oggi si combatte … 
Chi o cosa rappresenta il centro focale del romanzo pubblicato nel 1941?
Un intellettuale che, pur essendo in preda ad “astratti furori, astratti, non eroici, non vivi”, è immerso nella “quiete” della “non speranza”?
L’attentato all’essenza stessa dell’uomo provocato dal clima plumbeo degli ultimi anni del Fascismo?
Un’allegoria con cui l’autore, per non incorrere nella censura del regime mussoliniano, avrebbe mascherato le sue reali intenzioni antifasciste?
Una metafora con tante chiavi di lettura affidate a personaggi e dialoghi che hanno un ruolo di sempiterna attualità?
La ricerca implicita di soluzioni atte a salvare il “mondo bello, ma molto offeso”?
La percezione di “un genere umano perduto che non ha febbre di fare qualcosa in contrario” (Vittorini)?
La molteplicità di temi e di significati fanno sì che il romanzo si codifichi come documento di alto sapore gnomico, pregno di significati politici su cui soffermarsi, su cui riflettere e far riflettere i giovani studenti, i quali, adeguatamente guidati, potranno introiettare le allusioni criptiche che l’au todidatta dalla raffinata cultura trasmette.
 Il nucleo fondante di questo specchio rinfrangente del 1939, con parenesi di grande respiro che fanno luce sui nodi problematici dell’epoca di riferimento e sulle incognite a essi correlate, risponde all’esigenza di ridar linfa vitale a un’umanità fiera “pronta per altri doveri”, nella coscienza che l’uomo perda la propria dignità quando è schiacciato e perseguitato.
L’opera, raccontando la condizione spirituale di un trentenne trapiantato a Milano, rimanda a quella di tutti gli intellettuali che, come lo scrittore, maturavano la consapevolezza della difficoltà dell’azione negli anni della Guerra Civile spagnola, mentre il regime cambiava volto; appariva chiaro, infatti, che stavano per essere deluse le aspettative di chi aveva aderito al cosiddetto “Fascismo di sinistra”, credendo nella possibilità di una rivolta a sfondo popolare contro il conformismo borghese.
La crisi determinata dal conflitto, che aveva fatto cogliere la vera natura della dittatura, scatena nell’autore una maturazione ideologica e lo spinge a generose pro teste in attività clandestine di dissenso alla dittatura. 
Tali reazioni filtrano continuamente dalle parole che aiutano a ritrovare in esse l’uomo-Vittorini, anche se l’identità del viaggiatore è incerta e non si è di fronte a un’autobiografia; l’autore auto-omodiegetico fa continuamente capolino tra le righe e, servendosi delle voci dei personaggi, introduce situazioni e idee proprie. 
Viaggiare non è, per lui, solo un’occasione per registrare nuove sensazioni, ma il ponte per recuperare una dimensione umana e, di conseguenza, la propria identità.
 In qualsiasi opera d’arte, appunto, chi scrive, intaglia, dipinge, lascia una qualche inconfondibile traccia del suo privato, immettendovi il suo stato d’animo, le sue aspirazioni, le sue angosce, le sue ansie, i suoi problemi, provenienti non solo dalla sua sfera cosciente, ma, soprattutto, dal suo inconscio, con quelle note affettive che giacciono dentro di sé, ma di cui non ha un’immediata percezione.
Il romanzo, che prende avvio dalla Stazione di Bologna, è ambientato in Sicilia, una terra misera e arcaica “è solo per caso Sicilia; perché il nome Sicilia gli suonava meglio del nome Persia o Venezuela” (Vittorini).
 L’autore non si sofferma su descrizioni naturali e preferisce puntellare l’ambiente con dei simboli che conferiscono al libro un tono oracolare e sapienziale, di rivelazione di verità essenziali e assolute, anche se egli stesso, come ulteriore prova del proprio coinvolgimento emotivo, nell’edizione del 1953, ha lasciato un nostos fotografico dei luoghi stessi del suo romanzo, di cui l’Università di Catania ha curato la ristampa anastatica per Rizzoli. 
Vi si ritrovano quasi 200 fotografie che, arricchite da mappe geografiche, cartoline postali, illustrazioni di quadri antichi e di pupi siciliani o altri pezzi recuperati, testimoniano il lungo tragitto spirituale di Silvestro; un’immagine, infatti, sebbene opponga resistenza alle ferree regole della grammatica verbale e sia incapace di rappresentare gli sviluppi tematici o le dinamiche narrative di qualsiasi storia, risulta molto efficace “per la rappresentazione grafica delle idee e la sua suggestione è tanto più efficace quanto più riesce a essere documento che visibilmente sottolinea l’informazione; le figurazioni accortamente collocate, nell’ingenua convinzione che venga evitato ogni processo di manipolazione, influenzano il lettore più di un lungo articolo perché viene attribuito a esse un carattere di obiettività pressoché assoluta e danno concretezza storica al fatto narrato.
“Scrittura e fotografia, così, anche se viaggiano su due piste distinte, mantengono un dialogo aperto e continuativo, in vista di un fine comune; la pagina scritta non ne risente, anzi, vede accrescere la sua potenza espressiva, come le ombre si congiungono ai corpi di cui sono le prosecuzioni.” (Pierfrancesco Frillici, La “Conversazione” fotografica di Elio Vittorini, www.artribune.com).
Silvestro Ferrauto, quando riceve la lettera con cui il padre gli annunzia di aver lasciato la moglie per andare a Venezia con un’altra donna, si decide a tornare al suo paese in coincidenza dell’onomastico della madre. 
L’io narrante, così, si trova, su un treno che lo riporta nella natia Sicilia, da cui era partito quindici anni prima e, nei tre giorni di permanenza, è accarezzato dai ricordi che affiorano in lui, odori, colori, sapori prendono corpo in montagne brulle, zolfo, fichidindia, aringhe, bracieri di rame. 
Il passato felice vivo nella sua memoria naufraga, però, nelle discussioni lente e ripetitive dal tono semplice e quasi “distaccato” di Concezione che gli ricorda la miseria in cui erano vissuti.
Nell’isola, in cui “nessuno ha più coltelli da affilare”, il giovane accompagna la madre che, da infermiera, non si lascia abbattere dall’abbandono del coniuge e si adopera per curare i malati del paese, avvelenati da malaria, tisi ed endemica povertà, nella segreta speranza di superare il suo stato di malessere.
 Nel suo giro quotidiano, visita delle case che sembrano delle grotte, in cui viene sempre circondato di attenzioni, anche se non può vedere gli infermi a causa del buio in cui essi vivono; davanti alle natiche dei pazienti, ripercorre la propria infanzia in un viaggio iniziatico intessuto da conversazioni sulla miseria e sul significato della malattia che lasciano emergere la realtà dell’indigenza, dell’angoscia e della morte, nella demistificante certezza che esse non porteranno ad alcuna svolta, né al bisogno di rivolgimento interiore, ma solo al proprio girovagare solitario.
Il Primo capitolo dell’opera miliare ricalca movenze montaliane, con l’espresso riferimento all’inutilità di “chiedere la parola” rivelatrice (Montale, Non chiederci la parola, 1923); il “capo chino”, l’impotente e silenziosa protesta di fronte a “giornali squillanti”, l’inerzia di fronte ai “massacri sui manifesti”, il silenzio assoluto persino con gli “amici” o, addirittura, con “una ragazza o moglie” e, ancora, “le scarpe rotte” ribadiscono con forza il “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Montale, Non chiederci la parola,1923) da opporre a un regime che, servendosi dei tanti “servi volontari” (Sciascia, Porte aperte, 1987), ha tentato di annientare l’uomo, spegnendone le scintille vitali.
L’opera d’arte, in tal senso, pare associarsi al “Languore” (Poesie, 1884) di Verlaine, ricordando lo smarrimento del poeta francese, che, di fronte al dominante “male di vivere”, leit -motiv del secolo, assume su di sé tutte le caratteristiche negative del periodo storico vissuto dalla sua generazione, caratterizzato da debolezza, corruzione, incapacità di fronteggiare i pericoli della realtà, passività nei confronti dei drammatici eventi della storia.
Dallo scorrere delle pagine, poi, si colgono principi che, se ribaditi in tutto il romanzo, trovano la loro più incisiva rappresentazione nelle riflessioni di estrema concentrazione lirica del trentacinquesimo capitolo. In queste pagine si assiste all’incontro particolarmente costruttivo tra Silvestro, da un lato, e i personaggi cardine dell’ultima parte, soffocati “dallo stesso dolore per l’umanità” e portatori di un messaggio di ribellione; la connotazione paradigmatica di questi ultimi è molto chiara.
L’arrotino CALOGERO, che vorrebbe agitare il popolo con “lame e coltelli”, resta deluso perché tutti “fanno finta di niente di fronte alle violenze”, divenendo metafora dell’ideologia marxista e, con la sua istanza rivoluzionaria, prefigura la condizione di quanti, pur in situazioni difficili e insopportabili, scelgono di opporsi a ogni forma di prepotenza; il mercante di panni PORFIRIO, che disegna la cultura idealistica sempre pronta a schiacciare l’uomo con la promessa di un aldilà consolatore, predica la necessità dell’ “acqua viva”; L’UOMO EZECHIELE, “i cui occhi madidi sembrano implorare pietà per il mondo offeso”, veicola la filosofia consolatoria e, pur con la demistificante “quiete nella non speranza”, fa percepire agli studenti il palpito di loro cuori in tempesta e la forza di andare avanti. Il sellaio, in particolare, dà lezioni di vita perchè “soffre, ma ha il coraggio di denunziare tutte le offese e tutte le facce provocatorie che ridono per gli oltraggi compiuti e da compiere”.
340 pagine (Bur, 1986) coinvolgenti e appassionanti, fino alla conclusione che lascia il lettore pensoso di fronte ai tanti interrogativi … Silvestro annunzia alla madre che ripartirà in giornata, esce e piange davanti al monumento ai caduti per ricordare il fratello Liborio … Poi … Cosa rappresenta il suo incontro surreale e inverosimile con tutti i personaggi che hanno puntellato il romanzo? Chi è l’uomo dai capelli bianchi che piange nascondendosi il volto tra le mani mentre Concezione gli sta lavando i piedi? E’ il padre? … Improvvisamente invecchiato? … Sì, il figlio deve tornare a Milano, avvolto da e nel silenzio, la sua mente ha bisogno di riposare e di cercare il filo che accomuni le varie esperienze in questo percorso senza coordinate temporali ben precise, in un tempo della storia che è spesso minore del tempo del discorso, … solo tre giorni dall’arrivo alla partenza? … e tale struttura narrativa è innanzitutto evidente nei lunghissimi dialoghi, estenuanti e ripetitivi, tra i personaggi che perseverano nel ripetere poche frasi intramezzate da brevi esclamazioni sulla tecnica dell’anafora martellante.
 Nel sottofondo rimangono le parole dell’uomo Ezechiele che, “come un eremita antico, trascorre i suoi giorni nel cuore della terra per scrivere non solo la storia del mondo offeso, ma anche di tutte le facce canzonatorie che ridono per le offese compiute e da compiere” nel tentativo di far sentire l’esigenza di un confronto costruttivo.
CONVERSAZIONE IN SICILIA, in sostanza, dimostra che IL MESSAGGIO LETTERARIO è reale strumento di crescita, a patto che INSEGNI agli studenti “a rifiutare una cultura pronta a consolare nelle sofferenze o rinchiusa nella torre d’avorio e, piuttosto, li FACCIA PROPENDERE per una formazione che le combatta e le elimini, che LI SPINGA a orientarsi verso opere che potenzino i princìpi operativi dell’azione politica”, a contestare chi pretende di coartare le coscienze o si riduca a “suonare il piffero per la rivoluzione” (Vittorini, Polemica Vittorini-Togliatti, 1945), LI EDUCHI a esprimersi liberamente in forma critica verso una pubblicazione e LI CONVINCA a tener stretto “il punteruolo” per trovare strade sempre nuove verso la vita. Stigmatizzare i vari “Coi Baffi e Senza Baffi”, che offendono la dignità di tutti i prevaricati di ogni tempo e ogni luogo, è dovere morale di ogni cittadino per uscire dalla “selva oscura”, per non demordere, per non rimanere inermi nei confronti della storia e impotenti di fronte ai suoi massacri.


                                                                         Matilde Perriera

venerdì 30 settembre 2011

Storia della prima Scienziata Vittima del Fondamentalismo religioso



Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo la prefazione di Margherita Hack al libro "IPAZIA. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo d.c.
" di Antonio Colavito e Adriano Petta  Edizioni La Lepre


In questo romanzo storico si ricostruisce l’ambiente e l’epoca in cui ha vissuto la prima donna scienziata la cui vita ed opere ci sono state tramandate da numerose testimonianze. Gli autori hanno fatto ricorso a una ricchissima bibliografia, che permette di far emergere dalla lontananza di 16 secoli questa figura di giovane donna in tutti i suoi aspetti umani, privati e pubblici, la sua vita quotidiana, i suoi dialoghi con la gente comune, con i suoi allievi, con gli scienziati.

Ipazia era nata ad Alessandria d’Egitto intorno al 370 d.C., figlia del matematico Teone. Fu barbaramente assassinata nel marzo del 415, vittima del fondamentalismo religioso che vedeva in lei una nemica del cristianesimo, forse per la sua amicizia con il prefetto romano Oreste che era nemico politico di Cirillo, vescovo di Alessandria.

Malgrado l’amicizia con Sinesio, vescovo di Tolemaide, che seguiva le sue lezioni, i fondamentalisti temevano che la sua filosofia neoplatonica e la sua libertà di pensiero avessero un’influenza pagana sulla comunità cristiana di Alessandria.

L’assassinio di Ipazia è stato un altro atroce episodio di quel ripudio della cultura e della scienza che aveva causato molto tempo prima della sua nascita, nel III secolo dopo Cristo, la distruzione della straordinaria biblioteca alessandrina, che si dice contenesse qualcosa come 500.000 volumi, bruciata dai soldati romani e poi, successivamente, il saccheggio della biblioteca di Serapide. Dei suoi scritti non è rimasto niente; invece sono rimaste le lettere di Sinesio che la consultava a proposito della costruzione di un astrolabio e un idroscopio.

Dopo la sua morte molti dei suoi studenti lasciarono Alessandria e cominciò il declino di quella città divenuta un famoso centro della cultura antica, di cui era simbolo la grandiosa biblioteca. Il ritratto che ci è stato tramandato è di persona di rara modestia e bellezza, grande eloquenza, capo riconosciuto della scuola neoplatonica alessandrina.

Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio comincia quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tenta di soffocare la ragione.Tanti altri martiri sono stati orrendamente torturati e uccisi. Il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno fu mandato al rogo per eresia, lui che scriveva: «Esistono innumerevoli soli; innumerevoli terre ruotano attorno a questi, similmente a come i sette pianeti ruotano attorno al nostro Sole. Questi mondi sono abitati da esseri viventi». Galileo, convinto sostenitore della teoria copernicana, indirettamente provata dalla sua scoperta dei quattro maggiori satelliti di Giove, fu costretto ad abiurare.

Il fondamentalismo non è morto. Ancora oggi si uccide e ci si fa uccidere in nome della religione. Anche nei nostri civili e materialistici paesi industrializzati avvengono assurde manifestazioni di oscurantismo, come in alcuni stati della civilissima America in cui si proibisce di insegnare nelle scuole la teoria dell’evoluzione di Darwin e si impone l’insegnamento del creazionismo. Su questa strada di ritorno al Medioevo si è messa anche la nostra ministra dell’Istruzione (o dovremmo dire della distruzione?) tentando di cancellare la teoria darwiniana dalle scuole elementari e medie. Perché? Per ignoranza? Per accontentare una Chiesa cattolica che non mi sembra ingaggi più queste battaglie perse in partenza.

Questa storia romanzata ma vera di Ipazia ci insegna ancora oggi quale e quanto pervicace possa essere l’odio per la ragione, il disprezzo per la scienza. È una lezione da non dimenticare, è un libro che tutti dovrebbero leggere.

                                                                                        Margherita Hack


 
Trailer del film Agorà, il kolossal del regista spagnolo Amenabar incentrato sulla figura di Ipazia.



Fonte Micromega: del 30 settembre 2009 

lunedì 30 maggio 2011

1984

Quando Orwell scrive il suo libro, ottenendo il titolo invertendo le ultime due cifre dell'anno di composizione 1948, egli ha ormai ben presente gli orrori del nazismo, del fascismo, del comunismo russo, perciò la sua opera non è tanto una profezia del futuro quanto una trasfigurazione della realtà.

 Sia la <<Fattoria degli Animali>> che <<1984>> costituiscono una denuncia feroce della dittatura sovietica e universalmente di ogni forma di totalitarismo. Mentre nella prima opera descrive satiricamente la parabola dell'esperienza stalinista, in 1984 assistiamo ad una sorta di fenomenologia del potere.
Orwell si appropria delle concezioni di Dostoevskij, Zamjatin e Huxley riguardanti la natura del potere, inteso come strumento necessario per garantire la felicità umana attraverso l'abolizione della libertà, e le fa esplodere dall'interno: la vera natura del potere è il potere, l'unica finalità della classe dominate è l'esercizio assoluto del potere.

 Tutto ciò è svelato a Winston Smith, il protagonista del romanzo, da O'Brien, il suo carnefice, nelle segrete del Ministero dell'amore in cui è rinchiuso durante lo svolgimento della sua tortura. Chiede O'Brien:
«Tu ti rendi conto benissimo come il Partito mantiene se stesso al potere. Ora dimmi un po' perché ci teniamo così stretti al potere. Quale ne è la ragione? Perché vogliamo il potere? Su, parla!» aggiunse, mentre Winston rimaneva zitto.
Ma Winston non disse niente ancora per un minuto o due. Una sensazione d'immensa stanchezza l'aveva invaso. Un debole e folle lampo d'entusiasmo tornò nello sguardo di O'Brien. Winston sapeva già quel che O'Brien avrebbe detto. Avrebbe detto che il Partito non ricercava il potere per suoi proprii fini, ma soltanto per il bene della maggioranza; che ricercava il potere perché gli uomini in massa sono deboli e vili creature che non sanno sopportare la libertà o rendersi conto della verità e debbono essere governate e sistematicamente ingannate da altre persone che siano più forti di esse; che per l'uomo c'è una sola alternativa: di scegliere, cioè tra la libertà e la felicità, e la maggior parte degli uomini tra le due sceglie la felicità; che il Partito era una sorta di tutore permanente dei deboli, una setta che si dedicava a compiere il male in modo da preparar l'avvento del bene, che sacrificava la propria felicità a beneficio di quella degli altri ...
«Voi ci governate per il nostro bene» disse Winston a voce bassa. «Voi credete che gli uomini non sono capaci di governarsi da sé, e quindi...»
Diede un balzo e quasi mise un grido. Un brivido di dolore gli era passato attraverso il corpo. O'Brien aveva spinto la leva del quadrante fino al trentacinque.
«Questa risposta è stupida, Winston, proprio stupida!» disse. «Stupida e lo sai benissimo; m'aspettavo di meglio da te.»
Lasciò andare la leva e continuò:
«Ora risponderò io stesso alla mia domanda. Sta' a sentire. Il Partito ricerca il potere esclusivamente per i suoi propri fini. Il bene degli altri non ci interessa affatto; ci interessa soltanto il potere. Né la ricchezza, né il lusso, né una vita lunga, né la felicità hanno un vero interesse per noi ; ci interessa soltanto il potere, il potere puro. Ti dico subito ciò che significa potere puro. La differenza tra noi e le oligarchie del passato consiste in questo, che noi sappiamo quel che facciamo. Tutti gli altri, anche quelli che ci rassomigliano più da vicino, erano tutti vili e ipocriti. I nazisti tedeschi e i comunisti russi si avvicinarono molto ai nostri metodi, ma non ebbero mai il coraggio di dichiarare apertamente i loro motivi, le loro ragioni. Essi pretesero, e forse perfino credettero, d'essersi impadroniti del potere contro la propria elezione e iniziativa, e per un tempo limitato, e che all'angolo della strada ci fosse un paradiso nel quale gli uomini potessero essere liberi e uguali. Noi siamo tutt'altra cosa. Noi sappiamo benissimo che nessuno s'impadronisce del potere con l'intenzione di abbandonarlo in seguito. Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere. Cominci a capirmi ora?

(George Orwell, 1984, Milano, 1997, p. 276).
non è retorico affermare che siamo di fronte al capovolgimento di quanto affermato da Dostoevskij, Zamjatin e Huxley: il potere ricercato non in vista della felicità altrui, ma per se stesso. 

Essendo stato chiarito il fine vediamo ora i mezzi attraverso cui è stato possibile realizzare tutto ciò. 

Il mondo in <<1984>> è diviso in tre grandi aree politiche: l'Oceania, in cui si svolgono le vicende del romanzo, l'Eurasia e l'Estasia, perennemente in guerra fra loro, attraverso continui cambi di alleanze. 

La filosofia imperante in Oceania è il Socing, in Eurasia è il neo-bolscevismo e in Estasia il Culto della Morte. 

In realtà le tre filosofie e i rispettivi sistemi sociali non si distinguono affatto tra loro. La spiegazione di questo stato di guerra permanente si trova nel bisogno di mantenere la gente in una tensione emotiva costante.

 Unitamente a ciò vi è la necessità di distruggere continuamente i prodotti del lavoro umano per mantenere le masse nella miseria; la povertà soltanto è infatti in grado di garantire quella disuguaglianza sociale che lo sviluppo industriale e tecnologico avrebbe con il tempo gradualmente eliminato.
Il profondo senso di malessere e di precarietà diffuso tra la popolazione viene poi convogliato dal Partito in odio verso il nemico e nel culto della personalità del Grande Fratello, figura mitica attraverso il quale il Partito si relaziona all'esterno. 

L'odio, la violenza e la paura sono gli unici sentimenti ammessi in questa società che ha bandito l'amore, l'amicizia, la tenerezza. 

Il nucleo familiare seppur non abolito è stato sciolto nei legami che lo tenevano unito: ognuno diventa il peggior nemico dell'altro, l'uomo contro la donna, i figli contro i genitori. 

Vengono, in realtà, non ammesse dal Partito, che deve concedere il nulla osta, tutte quello unioni in cui l'uomo e le donna sembrano provare una benché minima attrazione reciproca e non soltanto perché il sesso provoca nell'individuo un mondo proprio al di fuori delle possibilità di controllo, ma perché l'astinenza sessuale (propagandata intensamente dall'ortodossia) produce isterismo, un fenomeno facilmente trasformabile in infatuazione per la guerra e nella adorazione dei capi.

 La procreazione è diventata una pura formalità da adempiere per donare figli al Partito. Questi inoltre vengono fin da piccoli irrigimentati nella Lega giovanile delle Spie e incitati a denunciare qualunque atteggiamento sospetto manifestato dai genitori.
Ognuno è solo, ma neanche in questa solitudine forzata si è al sicuro. Attraverso teleschermi installati in ogni luogo abitato e sorvegliati dall'occhio vigile della psico-polizia, la polizia del pensiero, si è mantenuti costantemente sotto controllo: occorre quindi imparare a modulare ogni tono di voce, a camuffare ogni emozione, a calibrare ogni sguardo e movimento onde evitare il rischio di essere vaporizzati.

Quasi mai si è uccisi per qualcosa che si è commesso, ma per quel che si sarebbe voluto commettere, lo psicoreato appunto. Obiettivi principali del Socing, Socialismo inglese, seppur mai apertamente dichiarati dal Partito, sono la mutevolezza del passato, il bispensiero e la neolingua. 

Assistiamo costantemente nel romanzo alla falsificazione della storia: ogni volta che si ritiene necessario, ad esempio in occasione di un cambio di alleanze fra le tre superpotenze, i documenti storici vengono riscritti in funzione del presente: apprendiamo quindi che l'Oceania è sempre stata in guerra con l'Estasia e alleata dell'Eurasia, sebbene fino a qualche istante prima si fosse sostenuto il contrario.
Il passato è stato quindi virtualmente abolito per due ragioni.

 La prima è che i membri del partito esterno e i prolet, i quali rappresentano le altre due classi di questa società, sopportano le condizioni presenti solo perché non possiedono alcun mezzo per confrontarle con quelle di un'altra epoca, essendo stato distrutto tutto ciò che vi è appartenuto, non soltanto documenti e libri, ma anche l'arte e l'architettura; la seconda ragione è che il continuo aggiornamento del passato salvaguarda l'infallibilità del Partito, il quale non può mai mutare opinione o sbagliare nelle sue previsioni. 

La mutabilità del passato è un dogma del Socing: si ritiene infatti che gli avvenimenti del passato non abbiano una realtà obbiettiva, ma che sopravvivano solo in documenti scritti e nella memoria degli uomini, ambedue controllate dal Partito. 

Infatti la funzione che si richiede prima di ogni cosa ai membri del partito è il cosiddetto «controllo della realtà», in neolingua detto «bispensiero»: non solo occorre accettare prontamente quanto sostenuto dall'oligarchia, ma credervi realmente e ricordare che i fatti avvennero proprio in quella maniera: se il Partito lo desidera la somma di 2+2 è matematicamente 5: Bispensiero sta a significare la capacità di condividere simultaneamente due opinione palesemente contraddittorie e di accettarle entrambe. 

L'intellettuale di Partito sa in quale direzione i suoi ricordi devono essere alterati: sa quindi che sottopone la realtà ad un processo di aggiustamento; ma mediante l'esercizio del bispensiero riesce a persuadere se stesso che la realtà non è violata. 
Il procedimento ha da essere conscio, altrimenti non riuscirebbe a essere condotto a termine con sufficiente precisione, ma deve anche essere inconscio poiché altrimenti non saprebbe andar disgiunto da un senso vago di menzogna e quindi di colpa. Il bispensiero giace proprio nel cuore del sistema cosiddetto Socing dal momento che l'atto essenziale del Partito consiste nell'usare un inganno cosciente e nello stesso tempo mantenere una fermezza di proposito che s'allinea con una totale onestà. 

<<Spacciare deliberate menzogne e credervi con purità di cuore, dimenticare ogni avvenimento che è divenuto sconveniente, e quindi, allorché ridiventa necessario, trarlo dall'oblio per tutto quel tempo che abbisogna, negare l'esistenza della realtà obbiettiva e nello stesso tempo trar vantaggio dalla realtà che viene negata (...) tutto ciò è indispensabile in modo assoluto>> (ivi, p. 223).
La neolingua è la lingua ufficiale che in Oceania il Partito ha iniziato ad introdurre al posto dell'inglese, l'Archelingua: il suo vocabolario è in fase di compilazione.

 Il fine della neolingua non è tanto quello di fornire un mezzo di espressione adeguata alla concezione del mondo del Socing, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Dice Syme, un collega del Ministero dell'Amore, a Smith:
«Non ti accorgi che il principale intento della neolingua consiste proprio nel semplificare al massimo le possibilità del pensiero? Giunti che saremo alla fine, renderemo il delitto di pensiero, ovvero lo psicoreato, del tutto impossibile perché non ci saranno più parole per esprimerlo. Ognuna delle idee che sarà necessaria verrà espressa esattamente da una «unica» parola, il cui significato sarà rigorosamente definito, mentre tutti gli altri significati sussidiari verranno aboliti e dimenticati. (...) Ogni anno ci saranno meno parole, e la possibilità di pensare delle proposizioni sarà sempre più ridotta. ... Infatti [nel prossimo futuro] non ci sarà il pensiero come lo intendiamo oggi. Ortodossia significa non pensare, non aver bisogno di pensare. L'ortodossia è non-conoscenza.»
«Uno dei prossimi giorni» pensò ad un tratto Winston, afferrato da una profonda convinzione «Syme verrà senz'altro vaporizzato. È troppo intelligente. Egli vede le cose e le sa esprimere con chiarezza. Il Partito diffida di gente simile. Un giorno scomparirà dalla circolazione.» (ivi, pp. 56-57).
Il potere ricercato dal Partito diventa quindi assoluto, non è tanto il potere sulle cose, è il potere sulla mente degli uomini, sulle sue intenzioni, sui suoi pensieri.
 Il fine non è di distruggere il nemico, ma di trasformarlo; prima di essere ucciso, il suo cervello, attraverso torture sempre più raffinate, viene fatto a pezzi e ricomposto alla maniera desiderata dal Partito. 

Viene quindi annullata anche l'unica e sola forma di protesta possibile che sembra prospettarsi a Winston Smith prima della morte -- Morire odiandoli, questa era la libertà --. Invece il romanzo si chiude su queste parole: Amava il Grande Fratello. Al termine della sua rieducazione terribile Smith è stato definitivamente sconfitto. Sono parole che non lasciano adito alla speranza perché l'esercizio spietato del potere è riuscito finanche a mutare i sentimenti, i quali quasi per definizione sono quelle capacità umane che maggiormente sfuggono al controllo della volontà e della razionalità.
Totalitarismo, isolamento, violenza, corruzione del pensiero, congelamento della storia in un punto determinato, annullamento del passato sono quindi i pericoli denunciati da questi autori. Compito dell'uomo è quindi impedire che quanto ipotizzato dalla distopia non venga tradotto nell'effettualità storica.

Mi sembra opportuno concludere citando un passo di Ignazio Silone premesso a <<L'avventura di un povero Cristiano>>, per suggerire che accanto alla dimensione dell'antiutopia può e deve collocarsi la progettazione utopica, in quanto realtà complementari e non contraddicentesi:
Se l'utopia non si è spenta, né in religione, né in politica è perché essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell'uomo: vi è nella coscienza dell'uomo un'inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno mai placare. 

La storia dell'utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace.

 Nessuna critica razionale può sradicarla, ed è importante saperla riconoscere anche sotto connotati diversi.

Il Mondo Nuovo

Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, composto nel 1932, è ambientato nell'anno 632 di Nostro Ford, un'epoca caratterizzata dal trionfo del progresso scientifico e tecnologico che ha prodotto il più stabile equilibrio della storia, ossia la formazione dello Stato Mondiale il cui motto Comunità, Identità, Stabilità fornisce la garanzia della felicità collettiva. 

Huxley si dilunga ampiamente nella descrizione dell'Istituto di incubazione e condizionatura di Londra centrale, la cui struttura metallica ed asettica assurge a paradigma dell'intera società antiutopica, al fine di mostrare le modalità attraverso cui lo Stato realizza i principi sopra menzionati. 

Qui il progresso tecnologico dispiega interamente la sua efficacia a servizio dell'ordine del mondo nuovo applicandosi ai sistemi che regolano la riproduzione umana, la quale perde così ogni carattere naturale per essere gestita direttamente dall'autorità statale. 

Viene vietato assolutamente alle donne di generare figli e l'individuo inizia la propria vita in laboratorio.

 La famiglia che ormai appartiene solo ad un lontanissimo passato viene indicata come fonte di ogni male, una prigione insufficientemente sterilizzata in cui dominano malattie, oscurità e soprattutto oscene relazione tra i componenti legati insieme dal sentimento e dalla passione. 

Il rapporto tra madre e figlio diventa il simbolo di tutto ciò che la nuova società ha messo al bando per garantire la propria stabilità interna, ossia l'esclusivismo affettivo, la convergenza dell'interesse, l'incanalamento verso un solo essere umano di tutti gli impulsi e le energie, e conseguentemente il dolore per la morte.

 Tutto ciò non può essere tollerato perché il sentire fortemente genera instabilità e senza stabilità individuale non può esserci stabilità sociale.
La società richiede organizzazione: per il suo perfetto funzionamento ogni elemento della collettività deve svolgere i compiti ai quali è preposto; la predestinazione biologica si rivela così il mezzo adeguato per realizzare tale finalità, perché determina geneticamente, attraverso trattamenti diversificati, la divisione degli individui in caste gerarchiche: Alfa, Beta, Gamma, Delta, Epsilon, le cui caratteristiche psicofisiche sono programmate in funzione del ruolo che dovranno svolgere nella società. 

Ma la manipolazione genetica non si risolve nella predestinazione degli individui in caste, in quanto attraverso il processo Bokanovsky si è in grado di garantire la massima uniformità psicofisica dell'umanità.

 È questo un trattamento riservato alle classi inferiori e consiste nello scindere un uovo umano in 96 embrioni identici al fine di ottenere, quanto più è possibile, la standardizzazione dell'umanità, uomini e donne tipificati. 

Il processo Bokanovsky diventa così uno dei massimi strumenti della stabilità sociale attraverso l'eliminazione completa della singolarità individuale in nome dell'uniformità biologica. Agli Alfa e ai Beta è invece riservato un altro genere di trattamento: un uovo, un embrione, perché ad essi, chiamati ad assolvere compiti di responsabilità, la società lascia un certo margine di individualità che permette di poter operare seppur limitatamente ed in casi specifici delle libere scelte per far fronte all'insorgere di casi imprevisti.
A completare la predestinazione sociale dell'individuo intervengono ulteriori tecniche quali l'ipnopedia e i metodi di condizionamento neo-pavloviani. 

Attraverso l'ipnopedia, ossia l'insegnamento durante il sonno, vengono impartiti suggerimenti a carattere morale e sociale che conducono il fanciullo ad amare solo quei compiti che è chiamato a svolgere nella comunità, cosicché, afferma Huxley, la mente del fanciullo e, susseguentemente, quella dell'adulto diventa la risultante dei suggerimenti impartiti dallo Stato.

 I metodi di condizionamento neo-pavloviani consistono nell'indurre nell'individuo non soltanto la condotta desiderata, ma persino gusti e desideri che dovrebbero essere caratteristici della spontaneità umana, come si verifica nel caso dei bambini delta, sottoposti a scosse elettriche ogniqualvolta tentino di raggiungere dei fiori, al fine di suscitare in essi, inconsciamente, odio verso tutto ciò che appartiene al mondo naturale; la motivazione di ciò risiede nella constatazione che la fruizione della natura è gratuita e quindi inutile allo sviluppo economico fondato sul consumo di beni materiali. A ciò si aggiunge l'istituzionalizzazione della libertà sessuale e dell'uso del soma, una droga chimica in grado di provocare sensazioni piacevoli attraverso l'evasione dalla realtà. Il consumo quasi obbligatorio di tale sorta di piaceri permette in tal maniera all'autorità statale di incanalare nelle distrazioni quella tensione emotiva connaturata in ogni essere umano, impedendogli di avviare qualsiasi tipo di riflessione sulla società esistente.
Lo scenario rappresentato nel romanzo di Huxley risulta così caratterizzato dal più integrale totalitarismo: non soltanto viene negata agli individui la capacità di interagire autonomamente con il mondo esterno, ma persino la possibilità di sentirsi liberi internamente, perché ormai ognuno appartiene a tutti gli altri, principio fondamentale nel Mondo Nuovo.

 Il concetto di libertà viene svuotato del suo significato: la predestinazione biologica e sociale impedisce al singolo di determinarsi in modo diverso dal ruolo che lo Stato ha voluto che assumesse nella società. 

La felicità consiste nell'amare ciò che si deve amare in base ai condizionamenti impartiti dall'esterno. 

Tutto è quindi in funzione della stabilità dell'ordine mondiale. E questo tema è appunto al centro del dialogo tra Mustafà Mond, governatore dello Stato mondiale, e John, uno dei protagonisti del romanzo: la felicità è ciò su cui poggia la stabilità, ma per ottenerla si son dovute sacrificare la libertà, la bellezza, la grande arte (non si possono fare tragedie -- dice il governatore -- senza instabilità sociale), Dio e finanche il diritto di scegliere di soffrire perché incompatibili, spesso, con l'esistenza stessa della felicità. È questo il prezzo che la società ha dovuto pagare: per tale ragione Mustafà Mond, che pur in qualità di governatore ha avuto l'opportunità di attingere alle più alte espressioni della cultura umana, ha deciso di dedicare la propria vita alla felicità degli altri, sacrificando la propria.
Assistiamo perciò nel Mondo Nuovo alla denigrazione della storia e alla cancellazione della cultura del passato, a cui si accompagna il costante tentativo di bloccare quelle scoperte scientifiche in grado di minare l'equilibrio sociale raggiunto attraverso l'introduzione di pericolose novità: «Adesso si sa veramente dove si va».

NOI

Nel 1922 Evgenij Zamjatin, ingegnere e scrittore russo, compone la prima antiutopia del nostro secolo: Noi

Il romanzo si sviluppa in una serie di note in cui il protagonista, D-503, registra puntualmente ciò che gli accade: viene così descritto lo Stato Unico, con a capo il Benefattore, che nel 29° secolo riunisce sotto di sè l'intera umanità. 

Noi è una spietata denuncia non solo del regime sovietico instaurato da Stalin che ha tradito gli ideali della rivoluzione russa, ma rappresenta un atto di accusa contro ogni totalitarismo e contro la crescente meccanizzazione dell'uomo operata dallo sviluppo scientifico e tecnologico.
Il titolo adottato da Zamjatin è di per sè programmatico: My, cioè Noi; il numero D-503, che è uno dei matematici dello Stato Unico e Primo costruttore dell'Integrale, la nave interplanetaria che deve imporre agli altri pianeti il giogo dello Stato Unico, si mette a scrivere per raccontare agli ignoti abitanti di altri pianeti tutto quello che vede e pensa, più precisamente di ciò che noi pensiamo appunto:

(«noi e che Noi sia il titolo delle mie note. Tutti ed io -- scrive Zamjatin -- siamo l'unico Noi: Noi proviene da Dio, ma io dal diavolo», Noi, Milano 1990, p. 94). 
 I cittadini dello Stato unico hanno perso perciò ogni nozione della propria individualità. 
C'è l'auspicio che la scienza nel suo progresso riesca ad eliminare anche le varie diversità fisiche affinché ognuno possa essere uguale ad ogni altro. 
Essi non hanno nome, ma sono solo dei numeri: la coscienza della propria individualità viene vissuta come una malattia da estirpare, perché gli uomini valgono soltanto in quanto meccanismi di un unico e grande ingranaggio, lo Stato mondiale:
Macchine ed uomini formavano tutt'uno, le macchine perfette come uomini, gli uomini perfetti, simili a macchine. Vi era in tutto una bellissima, altissima, sconvolgente armonia musicale. ... La Tavola delle ore (la legge dello Stato Unico) ha fatto chiaramente di ognuno di noi l'eroe di acciaio a sei ruote di un grande poema. Ogni mattina con la precisione delle sei ruote alla stessa ora e allo stesso minuto, noi, milioni, ci alziamo come un essere solo. Alla stessa unica ora, milioni in uno cominciamo il lavoro e milioni in uno lo portiamo a termine. E fondendoci in un unico corpo con milioni di mani nello stesso secondo indicato dalla tavola noi portiamo i cucchiai alla bocca, e nello stesso secondo usciamo per passeggiare e andiamo all'auditorio, nella sala degli esercizi di Taylor e andiamo a dormire (ivi, p. 27).
Siamo quindi di fronte ad un enorme Leviatano, un'unica grande macchina che per funzionare richiede che ogni suo elemento sia sottoposto a regole stabilite e rigide: ecco abolita la libertà. La sua sola possibilità colpisce al cuore l'esistenza stessa dello Stato Unico. La danza con il suo essere codificata in ritmi e movimenti prestabiliti è elevata a metafora del nuovo ordine mondiale:
<<Perché la danza è bella? Risposta: perché è un movimento non libero, perché il senso profondo della danza è appunto nell'assoluta dipendenza estetica ad una costrizione ideale. E se è vero che i nostri antenati si abbandonavano alla danza nei più ispirati momenti della loro vita (i misteri religiosi, le parate guerresche), ciò significa una cosa sola: che l'istinto della costrizione è esistito sempre organicamente nell'uomo, e noi, nella nostra vita attuale, ne abbiamo coscienza (ivi, p.22).
Scopo della costruzione dell'Integrale è infatti estendere a livello planetario la felicità matematicamente esatta dello Stato unico, assoggettando coloro che vivono ancora nello stato selvaggio della libertà. 

L'antinomia tra libertà e felicità incarna pertanto nel romanzo di Zamjatin la tensione fondamentale. Di nuovo i due termini risultano incommensurabili: nel paradiso terreste fu infatti offerta agli uomini la felicità senza libertà o la libertà senza felicità e questi scelsero la libertà votandosi al disordine e alla sofferenza.
 Nello Stato Unico invece tutto è semplice e paradisiaco perché la non libertà e la felicità sono garantite dal Gran Benefattore che tiene sapientemente legati mani e piedi coi lacci della felicità. 
Tutta la vita degli uomini è quindi pianificata: dal modo di vestire agli orari di lavoro, dal numero dei movimenti necessari alla bocca per masticare ai giorni sessuali; la famiglia è abolita, tutto è trasparente, tutto è costruito di vetro, non deve esserci spazio per il privato; anche la poesia è stata addomesticata, è divenuta servizio statale; ora deve tessere le lodi al Benefattore e allo Stato Unico; è impensabile che nei tempi antichi ognuno potesse dire ciò che gli passava per la mente!
 L'unica religione è la sottomissione allo Stato mondiale, la morale non si fonda più sul libero arbitrio, nella capacità di scegliere tra bene e male, ma diventa etica scientifica fondata sulle quattro operazioni matematiche, fissata una volta per tutte dall'organismo statale. In questo sistema vige la sorveglianza ossessiva dei guardiani nei riguardi dei cittadini e coloro che non rendono conformi le proprie azioni e i propri pensieri alla struttura della società vengono giustiziati pubblicamente, poiché il sistema democratico con la sua polifonia nuoce alla uniformità concettuale, garantita esclusivamente dal potere assoluto del Benefattore il quale elimina così ogni dissonanza.
Siamo di fronte ad un totalitarismo assoluto che ingoia in sè i singoli individui, vantando però la pretesa di aver fatto tutto ciò in nome dell'amore dell'umanità. 

Nel dialogo tra il Benefattore e D-503, che quasi testualmente riprende la «Leggenda» di Dostoevskij, viene affermato infatti che l'unico amore possibile nei confronti degli uomini è l'amore crudele, perché solo attraverso la schiavitù viene garantita una vita libera da affanni e quindi felice:
<<Io domando -- dice il Benefattore -- per che cosa gli uomini fin dalle fasce hanno pregato e sognato? Per che cosa si sono tormentati? Perché qualcuno dicesse loro una volta per sempre che cosa è la felicità -- e poi li incatenasse per sempre a questa felicità. Che forse noi facciamo qualcosa di diverso? L'antico sogno del paradiso. ... Ricordate: nel paradiso non si conoscono desideri, non si conoscono la pietà e l'amore, là tutti sono beati, perché sono privati della fantasia (e solo perciò sono beati) -- angeli, servi di Dio (ivi, pp. 144-145).
Sembra la fine della storia: sono state raggiunte le più alte vette dello sviluppo umano, quindi viene bandito dalla società ogni mutamento poiché quella dello Stato Unico è stata l'ultima rivoluzione. 

Ma la realtà -- afferma Zamjatin -- non ammette l'esistenza di un' ultima rivoluzione in quanto tale affermazione si rivela contraddittoria: è come cercare di stabilire qual è l'ultimo dei numeri sapendo che la serie dei numeri è illimitata; così è per la rivoluzione, essa è senza fine. 

L'universo si dibatte costantemente tra due forze, l'entropia e l'energia: l'una porta alla pace, all'equilibrio felice, l'altra alla distruzione dell'equilibrio, al movimento senza fine; ed in tale tensione dialettica Zamjatin sembra appunto indicare l'antidoto contro ogni pretesa all'assoluto da parte del totalitarismo.

sabato 28 maggio 2011

Libertà Verità e Felicità

<< Gli uomini in massa sono deboli e vili creature che non sanno sopportare la libertà o rendersi conto della verità e debbono essere governate e sistematicamente ingannate da altre persone che siano più forti di esse; per l'uomo c'è una sola alternativa: di scegliere, cioè tra la libertà e la felicità, e la maggior parte degli uomini tra le due sceglie la felicità (…) >> 

Winston Smith, protagonista del Romanzo "Nineteen Eighty-Four" pubblicato nel 1949 ma scritto nel 1948 il cui titolo è stato ottenuto invertendo le ultime due cifre del primo anno di stesura. 


George Orwell 1984