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domenica 6 aprile 2014

Frida magnificamente Kahlo

L'esposizione alle Scuderie del Quirinale su Frida Kahlo, è un eccezionale evento culturale da non lasciassi sfuggire, inaugurata il 20 marzo 2014 si chiuderà il 31 agosto 2014.



Lo straordinario allestimento, curato da Helga Prigniz-Poda, indaga Frida Kahlo nel suo rapporto con i movimenti artistici dell'epoca, dal Modernismo messicano al Surrealismo internazionale, analizzandone le influenze sulle sue opere, con eleganza e attenta sensibilità conoscitiva.





Frida Kahlo la ribelle, l'ocultadora, l'ironica pasionaria dell'arte, fu il simbolo dell'avanguardia e dell'esuberanza artistica della cultura messicana del Novecento.

La mostra alle Scuderie del Quirinale, presenta l'intera carriera artistica di Frida Kahlo riunendo i capolavori assoluti delle principali collezioni, raccolte pubbliche e private, provenienti da Messico, Europa e Stati Uniti. 





Oltre 40 straordinari capolavori, tra cui il celeberrimo Autoritratto con collana di spine e colibrì del 1940, per la prima volta esposto in Italia, o l'Autoritratto con abito di velluto del 1926, dipinto a soli 19 anni ed eseguito per l'amato Alejandro Gòmez Arias, dove il suo collo allungato recupera l'estetica di Parmigianino e di Modigliani.



 
Una selezione di disegni completa il progetto, tra cui il Bozzetto per "Henry Ford Hospital" del 1932, il famoso corsetto in gesso che tenne Frida prigioniera negli ultimi, difficili anni della sua malattia e che l'artista decorò con una serie di simboli dipinti e, infine, alcune eccezionali fotografie, in particolare quelle realizzate da Nickolas Muray, tra cui Frida Kahlo sulla panca bianca del 1938 diventata poi una famosa copertina della rivista Vogue.





Il tema principale è, quindi, l'autorappresentazione che Frida elabora attraverso i linguaggi protagonisti delle varie epoche e che ci restituisce lo specialissimo significato che ha rappresentato nella trasmissione dei valori iconografici, psicologici e culturali.
 
Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón diceva di essere nata nel 1910, anno di inizio della Rivoluzione, mentre in realtà era nata il 6 luglio 1907 a Coyoacán (Città del Messico). 





I suoi dipinti non sono soltanto lo specchio della sua vicenda biografica, segnata dal terribile incidente in cui fu coinvolta all'età di 17 anni, la sua arte si fonde con la storia e lo spirito del mondo a lei contemporaneo, riflettendo le trasformazioni sociali e culturali che avevano portato alla Rivoluzione e che ad essa seguirono.

Attraverso il suo spirito ribelle, reinterpretò il passato indigeno e le tradizioni folkloriche, codici identitari generatori di un'inedita fusione tra l'espressione del sé, l'immaginario e i colori e i simboli della cultura popolare messicana.






Allo stesso tempo, lo studio della sua opera permette di capire l'intreccio delle traiettorie di tutti i movimenti culturali internazionali che attraversarono il Messico in quel tempo: dal Pauperismo rivoluzionario all'Estridentismo, dal Surrealismo a quello che più tardi prese il nome di Realismo magico. 


Per questa ragione il percorso espositivo della mostra accoglie, accanto ai lavori di Frida Kahlo, anche una selezione di opere degli artisti attivi in quel periodo che hanno "vissuto" fisicamente e artisticamente vicino a Frida Kahlo. 

Dal marito Diego Rivera, presente nella mostra con alcune opere significative quali, ad esempio, Ritratto di Natasha Gelman del 1943 e Nudo (Frida Kahlo) del 1930; ad una selezione di artisti, decisivi per l'opera stessa di Frida che attivamente hanno influenzato un intero periodo artistico: José Clemente Orozco, José David Alfaro Siqueiros, Maria Izquierdo e altri.
                                               

                                                Donna Bruzia





lunedì 23 settembre 2013

Il Rischio Chiusura dei Centri Anti Violenza




E' arrivato in parlamento il DL sul femminicidio, nel quale neanche si fa esplicita menzione dei luoghi in cui, ogni anno, oltre 14mila donne trovano assistenza psicologica e rifugio, quando sono vittime di soprusi in famiglia. 
Molte di queste realtà sono allo stremo da tempo per mancanza di fondi. In tanti chiuderanno i battenti, questo senza che qualcuno gridi allo scandalo. E' normale in un paese civile?!...

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Finanziamenti a singhiozzo. Affitti salati da pagare. Rischio di sfratti. Pochissime risorse da investire. Il lavoro che si trasforma automaticamente in volontariato. Fino, in alcuni casi, alla chiusura di centri e case rifugio per donne maltrattate che dovrebbero svolgere un ruolo centrale e determinante nel contrasto alla "guerra silenziosa" che ogni anno fa in Italia centinaia di vittime.

La situazione dei centri anti violenza (CAV) in Italia peggiora di giorno in giorno, nell'indifferenza del Palazzo. Tagli e difficoltà ad accedere periodicamente alle programmazioni regionali, una mannaia. Il decreto sul femminicidio, varato durante l'ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa estiva, non menziona nemmeno i CAV. Per Titti Carrano, presidente della D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), nel dl manca "qualunque riferimento al riconoscimento del ruolo che i centri svolgono da anni in Italia: chiediamo il loro coinvolgimento nei tavoli tecnici che si occupano di violenza e lo stanziamento di specifici e adeguati fondi definiti nella legge di stabilità".

Un provvedimento (andrà in aula il 23 settembre) che esclude - come previsto dalla Convenzione di Istanbul - gli interventi di prevenzione. Come quelli svolti dai CAV: supporto legale e psicologico alla donna maltrattata, collaborazione con forze dell'ordine e servizi sociali, Telefono Rosa h24 per le emergenze, attività di promozione culturale con corsi nelle scuole, convegni, seminari e iniziative di vario genere. Poi le case rifugio per ospitare le donne in pericolo e impossibilitate a tornare a casa per paura del compagno aguzzino.

Sono 124 le donne uccise nel 2012 e 14mila quelle che si rivolgono, ogni anno, ai 63 centri anti violenza aderenti a D.i.Re. A questi vanno aggiunti un'altra quarantina autocensiti per un totale di 100 centri presenti sul territorio nazionale. E nel 2013 sono in aumento le donne che si rivolgono ai CAV, sintomo di una maggiore consapevolezza.

"E' arrivata un'ingiunzione di pagamento, siamo a rischio sfratto" denuncia Cinzia Maroccoli, presidente del CAV di Potenza, l'unico dell'intera Basilicata. Si caratterizza per costituirsi parte civile ai processi contro gli uomini maltrattanti. Aperto dal 1989, fino al 2001 è andato avanti con autofinanziamenti. "I soldi arrivano a singhiozzo - spiega - Siamo ancora in avanzo della cifra del 2011 mentre non conosciamo ancora l'importo per il 2013". In mancanza di risorse, ecco la riduzione dei servizi, il lavoro delle operatrici che diventa volontariato e la morosità nella locazione di 1200 euro al mese. Il CAV ha anticipato soldi e si è indebitato con la banca, con la speranza che arrivino i finanziamenti regionali. Prima o poi. Assenti le risorse per ampliare la casa rifugio al momento capace di ospitare 5 donne. "A volte dobbiamo rifiutare le richieste per mancanza di posti e indirizzare le donne maltrattate verso altre strutture di accoglienza" spiega la presidente "La nostra è precarietà esistenziale, non riusciamo a prospettare un intervento di lungo periodo. Ci negano un futuro". E due signore ospitate sono all'ottavo mese e sul punto di partorire.

Altri centri rifugio sono stati costretti direttamente a chiudere. Come il caso a Cosenza del "Roberta Lanzino". Parliamo con la responsabile, Antonella Veltri, che racconta come nel 2010 abbiano preso la sofferta decisione per la mancanza di fondi. Ad oggi sono morosi con il proprietario dello stabile. Rischiavano di chiudere anche il centro di supporto legale e psicologico, per fortuna è arrivata una boccata d'ossigeno: "La Provincia ci ha assegnato un posto". Un passo importante.
"Ovviamente il lavoro" afferma Veltri "resterà volontario e una qualsiasi spesa sarà coperta da autofinanziamenti o iniziative autorganizzate (riffe o vendita di candele per strada)". I pochi spiccioli in arrivo dalla Regione non sono sufficienti.

Se al Sud si evidenziano situazioni limite, al Nord i CAV versano in condizioni poco migliori. A parte il Trentino che è la regione più virtuosa e più attenta al finanziamento dei centri. Secondo un calcolo dell'Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto sicuro per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ne servirebbero circa 6mila. Nella realtà sono soltanto 500. A fine anno potrebbero essere ancora meno le case rifugio. Così come le operatrici spesso disincentivate da tale corsa ad ostacoli.

In Emilia Romagna il CAV di Lugo adesso è riuscito ad accedere a finanziamenti comunali ma ha rischiato la chiusura. "Il nostro è volontariato puro" racconta Nadia Somma, presidente dell'associazione Demetra donne in aiuto "Abbiamo ridotto a 6 ore alla settimana il nostro intervento: tra affitto, rimborso benzina, elaborazione progetti, spese varie non avevamo più soldi". E invece servirebbero risorse anche per corsi di formazione a procure e forze dell'ordine: "Spesso" continua Somma "un agente confonde le violenze domestiche per conflitti familiari non intervenendo a dovere sul compagno maltrattante". Mentre nel caso di affidi in comune, si costringe la donna a continuare ad incontrare l'uomo che dopo il distacco diviene maggiormente violento.

La rete D.i.Re promette battaglia per modificare il decreto in Parlamento. Così come alcuni parlamentari sensibili al tema. Celeste Costantino, deputata di Sel, ha intrapreso un viaggio nazionale nei centri, chiamato #RestiamoVive, per testimoniare le difficoltà in cui versano queste strutture, raccogliere dati e numeri, ascoltare dalla viva voce delle operatrici le difficoltà del lavoro quotidiano: "Dal Nord al Sud del Paese i CAV si ritrovano a lavorare in una situazione davvero insostenibile. Al più presto serve un piano di finanziamento nazionale per la prevenzione, percorsi di aiuto per gli uomini maltrattanti, un Osservatorio nazionale, l'introduzione dell'educazione sentimentale nelle scuole, proposta di legge, quest'ultima, che ho già depositato. Il dl femminicidio è stato scritto senza tenere conto della complessità del tema e con un'ottica da 'pacchetto sicurezza'. Un'occasione persa dopo aver votato all'unanimità la Convenzione di Istanbul".

                                               Giacomo Russo Spena



Fonte: L'Espresso

lunedì 1 luglio 2013

Dell'Immobilismo e delle mancate Riforme, la chiave



Giorgio De Chirico, Enigma di una giornata (1914, particolare)

Quando il fascismo andò al potere, nessuno dei suoi oppositori seppe spiegarsi davvero il perché. Ci fu chi, come i socialisti e i comunisti diede la colpa agli agrari e ai capitalisti. E chi, come i vecchi liberali, li vedeva come un male minore con cui fermare la pestilenza rossa. Un male di stagione, che sarebbe passato in fretta. Quasi nessuno vide la saldatura di interessi tra ceti popolari e borghesia, ovvero una ricerca costante di sussidi e di sostegno da parte dello Stato.
Il fascismo per Gobetti è l’autobiografia di una nazione. E nella nazione italiana mancano quelli che nei paesi anglosassoni costituiscono il nerbo di una cultura liberale: degli imprenditori avvezzi al rischio, che ragionano in una prospettiva europea o addirittura mondiale e un ceto popolare informato, responsabile e cosciente dei propri mezzi e delle proprie capacità. 
In un capitolo della sua opera più matura, “La rivoluzione liberale”, omonima della sua rivista settimanale, intitolato La lotta politica in Italia, tutti quelli che si stupiscono dell’immobilismo del governo Letta, possono provare a capire le ragioni del perché in Italia non si facciano riforme di nessun tipo:
«Mentre falliva prima di nascere il liberalismo dei conservatori che poteva avere la sua sede storica nell’economia del Mezzogiorno, le avanguardie del Nord erano tratte dall’immaturità della lotta politica e dei costumi nazionali a rinnegare il loro programma naturale di individualismo e di liberismo. Tra industria e liberalismo veniva a scavarsi un abisso che pretesero di trasportare addirittura nel campo della teoria e della sociologia. Invece il liberalismo non si esaurisce evidentemente nel liberismo, ma tuttavia lo comprende e lo presuppone.
Senza cedere al vezzo di semplicistiche e chiuse definizioni si può ritenere che la passione e la coscienza di libertà e di iniziativa (che sono i concetti centrali di una teoria e di una pratica liberale) trovino naturale alimento in una vita economica spregiudicata senza essere avventurosa, capace di fortificarsi di fronte agli imprevisti della realtà senza rigidi attaccamenti a sistemi di sorta, agile e nemica della quiete provinciale e nazionalista, capace di tenere il suo posto per fecondità di produzione e di intrapresa nell’equilibrio della vita mondiale. Questa è poi, se ben si cerca, la morale dell’individualismo economico che ha avuto i suoi testi e le sue esperienze nei paesi anglo-sassoni i quali ci diedero gli albori della modernità. Nel nostro secolo il primo insegnamento dell’industria dovrebbe consistere nella dimostrazione di uno spirito e di una necessità non grettamente nazionali, ma europei e mondiali; da questi orizzonti ormai l’attività inventrice e produttrice degli uomini non può più prescindere.
Invece la nuova economia italiana nel Nord sorgeva come industria protetta rinnegando ogni senso di dignità. In trent’anni di polemica i nostri liberisti hanno avuto tempo e possibilità di dimostrare con calcoli e cifre tutti i danni economici del protezionismo doganale. Ridiscutere la questione in sede di economia parrebbe un anacronismo. Gli studi e gli ultimi dati non hanno concluso in nessun punto di vista nuovo, ma si sono limitati a confermare che la vita nazionale contrae, aderendo al protezionismo, un pessimo affare. Ma è ora di affrontare gli argomenti protezionisti nel loro stesso campo prediletto, dimostrando i danni politici del loro sistema, che ha inaugurato in Italia un’epoca di corruzione e di decadenza nei costumi del proletariato e della borghesia.
L’elevazione morale degli operai era negata inizialmente dall’umiliazione di dover limitare propositi e ideali intorno a un problema di disoccupazione; la borghesia per salvarsi dall’errore delle premesse doveva cercare dei complici e pagare con una politica di concessioni la sua tattica di sfruttamento dell’erario. Così venivano a mancare i due nuclei essenziali di reclutamento per un partito liberale d’avanguardia che tendesse a rinnovare la vita politica facendovi affluire continuamente nuove correnti libertarie disciplinate intorno a una morale di autonomia. La parola d’ordine delle classi inferiori era la ricerca di un sussidio. Il krumiraggio non era che un simbolo dell’immaturità desolante dello spirito proletario e della psicologia primitiva, da corsari e da speculatori schiavisti, delle classi industriali. Per l’inconsistenza dei fini non si poteva costruire la fibra dei combattenti. All’individualismo si sostituiva la morale della solidarietà, una specie di calcolata complicità nel parassitismo».
                                                                                Matteo Muzio


Fonte: http://www.linkiesta.it/gobetti-fisco#ixzz2XmNTUNLa

lunedì 10 giugno 2013

Acqua, acqua un bene di Tutti

Sono intercorsi due anni dal referendum ad oggi disatteso "sull'acqua pubblica" il voto di 26 milioni di italiani polverizzati nel nulla,  i profitti dei privati sui servizi idrici sono immutati.  Restano Solo pochi sindaci, La rivolta dei comitati e nel frattempo il Pd si spacca. Quali incontrovertibili conseguenze.  
Quanto valgono 26 milioni di voti in Italia? Niente. E non servono nemmeno sit-in, proteste, denunce. 

Sono passati esattamente due anni dal referendum sull'acqua pubblica con cui più di metà degli elettori ha chiesto di togliere il profitto dai servizi idrici, e poco o nulla è cambiato.

 Anzi, politici e tecnici non fanno che approvare decreti controcorrente. 

Altro che buttare fuori i privati: a Ferrara il comune, per far cassa, sta vendendo un pacchetto di azioni Hera, la società che riscuote le bollette di buona parte dell'Emilia Romagna e del Nord, da 8 milioni di euro. 


In Campania la giunta regionale si prepara a scontare di 157 milioni di euro il debito accumulato nei suoi confronti da Gori, un'azienda del gruppo Acea: un regalo. 

E da Roma arrivano provvedimenti ancora meno in linea. L'Autorità per l'energia elettrica e il gas ha imposto un nuovo modello per le tariffe con il quale, denunciano i comitati, ai gestori saranno garantiti i proventi di un tempo, calcolati come prima ma nascosti sotto un altro nome. 

E l'impegno a sottrarre spazi ai privati, riportando l'acqua in mani pubbliche, sbandierato all'indomani dello storico risultato? Lettera morta.

Lo hanno fatto solo quattro sindaci su 8 mila: a Napoli, l'esempio più citato, Vicenza, Palermo e Reggio Emilia. 

Nel resto del Paese tutto è come prima. Tra faide politiche, bilanci disastrosi e trasparenza zero.

VOTO TRADITO

La beffa, per gli italiani che sono andati a votare a giugno del 2011, è arrivata due mesi dopo i festeggiamenti.


 A Ferragosto infatti il governo Berlusconi, con la Finanziaria bis, riammise i privati nella gestione dei servizi locali. Poco dopo anche Mario Monti manovrò in direzione contraria al "fronte dei sì" nel decreto sulle liberalizzazioni. Ma a luglio dell'anno scorso la Corte Costituzionale ha bocciato entrambe le iniziative. E con il niet della Consulta la situazione è tornata a vent'anni fa, ovvero a prima della legge Galli, con cui nel 1994 era iniziata la compravendita delle risorse naturali come beni di mercato. 

Oggi gli enti locali non possono che applicare le uniche norme disponibili: quelle europee. Visto che una legge post referendum ancora non c'è, nessuno obbliga gli ambiti territoriali (municipi raggruppati a seconda del bacino idrico) a cambiare qualcosa e, in tutta Italia, i gestori sono rimasti gli stessi di prima: «Scegliere se seguire l'esito della consultazione o no dipende ora dai politici», spiega Paolo Carsetti, del Forum acqua bene comune.

BOLLETTE D'ORO

Il vero schiaffo ai referendari però non è arrivato dai politici, quanto da un organo tecnico incaricato nel 2011 del controllo sui servizi idrici del Paese: l'Autorità per l'energia elettrica e il gas.


 Il voto aveva sancito infatti l'abolizione definitiva della «adeguata remunerazione del capitale investito» dei gestori. Chiedeva cioè di eliminare i profitti: con le bollette si sarebbero dovuti coprire i costi, non distribuire dividendi. 

Il 28 dicembre del 2012 però l'Autorità ha pubblicato un nuovo modello tariffario, in cui è previsto il rimborso degli "oneri finanziari". Una cifra che finisce, ovviamente, nelle bollette. Secondo i comitati si tratta di una «truffa», che fa rientrare dalla finestra gli utili per i gestori. 

L'Autorità replica: «Il metodo si basa sul criterio europeo del pieno riconoscimento dei costi. Perché se vogliamo che l'acqua sia effettivamente un bene pubblico i costi devono essere coperti».

La delibera dell'Authority guidata da Guido Bortoni, super manager pubblico con uno stipendio da 298 mila euro all'anno (400 mila fino al 2011), ha sollevato altri vespai. 


L'associazione nazionale degli enti d'ambito (Anea) ha calcolato, in un rapporto appena presentato, che per effetto del nuovo modello potremmo subire aumenti del prezzo dell'acqua del 10 per cento, con picchi superiori al 40. Non solo. Grazie a un cavillo inserito nella delibera i gestori potranno mettere a bilancio, oltre ai loro investimenti, anche quelli finanziati con fondi pubblici. Ovvero: lo Stato paga dei lavori e il gestore se li mette fra le spese. E visto che tutti i costi ricadono poi sulla bolletta, gli italiani si troveranno così a pagare lo stesso intervento (dalla tubatura rotta al nuovo depuratore) due volte: con le tasse e con la tariffa. «Siamo stati contrari, fin da subito», dice Luciano Baggiani, presidente dell'Anea: «Per altri aspetti ci hanno ascoltato. Su questo no». Invece per l'Authority non è che «una proposta innovativa per gli interventi a vantaggio della collettività: risorse vincolate alla realizzazione delle opere necessarie».

LA PROTESTA

Contro la nuova tariffa il Forum ha fatto ricorso al Tar in Lombardia. 


L'Autorità si dice tranquilla del risultato: «Attendiamo con serenità che si stabilisca se siamo stati rispettosi dell'esito referendario, come abbiamo sempre voluto essere».

 In attesa dei giudici c'è però chi ha deciso di non perdere tempo.

 È nata così una campagna di "Obbedienza civile": più di 12 mila persone, da Padova alla Puglia, hanno iniziato ad autoridursi la bolletta. 

La protesta funziona come "un'istanza di rimborso", una richiesta scritta ai gestori per farsi restituire la quota illegittima di profitti versata dopo il referendum.

 L'epicentro dei bollettini fai-da-te è Arezzo, dove i cittadini si sono auto-scontati l'acqua del 13 per cento.

 «In oltre 3 mila hanno aderito alla campagna», racconta Stefano Mencucci del comitato locale: «Ogni famiglia ha risparmiato più di 50 euro». 

Qui la battaglia ha macinato in pochi mesi centinaia di sostenitori.
 I 300 mila abitanti della bassa Toscana d'altronde sono stati i primi nella Penisola a passare sotto il controllo dei privati, alla fine degli anni Novanta, e a pagarne le conseguenze. «I costi sono cresciuti del 40 per cento in 15 anni», continua Mencucci: «Di fronte all'autoriduzione l'unica cosa che ha saputo fare il gestore è stato minacciare di staccarci i contatori».

PARTITO SPACCATO

La rivolta contro le tariffe è passata ora alle istituzioni. 


Il 19 aprile 40 comuni toscani tra Firenze e il Mugello hanno bocciato un aumento di più del 10 per cento delle bollette. «Ci sembrava una scelta opaca», commenta Virginia Lombardi, allora assessore all'Ambiente di Pistoia: «Per questo l'abbiamo respinta. Non possiamo continuare a negare il referendum». In risposta alla loro decisione Publiacqua, la società che serve un milione e 277 mila toscani, ha inviato ai sindaci una lettera in cui minaccia il blocco degli investimenti se la nuova tariffa non verrà approvata. E per la sua battaglia la Lombardi ha perso la poltrona: il sindaco, democratico, l'ha sospesa dall'incarico. «Questi temi mettono in difficoltà il Pd», commenta. Nel partito del premier Enrico Letta l'acqua è un tema che divide. Tra i sindaci toscani l'unico favorevole all'aumento è stato Matteo Renzi, da sempre contrario alla ri-pubblicizzazione dei servizi idrici: «Con la vittoria del sì al referendum saltano gli investimenti contro gli sprechi», aveva dichiarato a suo tempo. Su posizioni opposte è un esponente di spicco della stessa corrente, Graziano Delrio, che da sindaco di Reggio Emilia ha sostenuto l'addio del suo comune al colosso Iren. «Abbiamo iniziato il percorso insieme al consiglio comunale», spiega a "l'Espresso" l'attuale ministro per gli Affari regionali: «E ci hanno seguito i comuni della provincia, per arrivare all'affidamento del servizio a una società totalmente pubblica. 

È un percorso ponderato, non demagogico, condizionato al requisito di mantenere una gestione efficiente e una qualità come quelle attuali. Vogliamo essere certi che il tasso di investimenti sul territorio resti lo stesso».

A Torino la maggioranza di centrosinistra guidata da Piero Fassino è in difficoltà: migliaia di abitanti hanno firmato per trasformare la spa locale in un'azienda no profit.


 Il primo cittadino prende tempo, ma i comitati ricordano gli impegni annunciati in campagna elettorale: «Se diventerò sindaco, mi impegnerò a garantire che il servizio di gestione dell'acqua resti pubblico». E in questi giorni a Roma si presenterà un gruppo interparlamentare con l'obiettivo di portare avanti una legge che dia finalmente attuazione al referendum. 

Hanno aderito parlamentari grillini e di Sel. I democratici? Pochi, e a titolo personale.

DODICI ANNI SPESI MALE

La difficoltà del Pd è comprensibile. Il voto di due anni fa è andato a colpire un suo storico bacino di consensi. Hera, fondata a Bologna; l'emiliana Iren, che si espande verso Nord; il monopolio di Acea nel Centro-Sud: sono tutti fortini nati democratici e poi passati al colore di turno seguendo lo spoil system. «Regole disattese, abusivismo incontrollato, favori e lavori impropri, dai lampioni stradali ai muretti dei cimiteri», denuncia Roberto Passino, ex presidente del Comitato di vigilanza sui servizi idrici del ministero dell'Ambiente, soppresso due anni fa: «La gestione dell'acqua, con la sua presenza capillare, è usata per scopi elettorali dai poteri locali».

La confusione tra controllati e controllori genera mostri.


 Come nel caso di Gori, che dal 2002 a oggi ha accumulato debiti per 185 milioni di euro nei confronti della Regione Campania. Per anni ha messo in bilancio crediti praticamente inesistenti, dovuti a un piano tariffario che i sindaci non avevano mai visto, secondo il quale la società avrebbe incassato bollette molto più alte del reale.

Ad approvarlo in sordina nel 2007, da presidente dell'Ambito territoriale, era stato Alberto Irace, che dopo la mossa pro-Gori (sanzionata allora dal comitato ministeriale) è passato in Acea e oggi è amministratore delegato della toscana Publiacqua. Il suo ultimo libro è scritto con Erasmo D'Angelis, renziano di ferro, promosso dalla presidenza della utility fiorentina a sottosegretario alle Infrastrutture.

Anche in Abruzzo il commissario straordinario Pierluigi Caputi ha scoperchiato una situazione disastrosa: 300 milioni di debiti accumulati dai gestori delle reti. Come è potuto succedere? 


Attività opache e inefficienti, sostiene. «Da tempo segnalavamo affidamenti fuori norma e consulenze dubbie, ma nessuno ci ha mai dato risposta», racconta Renato di Nicola del Forum abruzzese. 

A Latina non sono bastate decine di sentenze del Tar a togliere gli acquedotti dalle mani di Acqualatina, il cui socio privato è la multinazionale francese Veolia. 

Il comune di Aprilia da tempo protesta contro il contratto stipulato con la società: sarebbe stato modificato per garantire ricavi sicuri. «L'unica risposta che abbiamo avuto sono stati investimenti bloccati nel nostro territorio, una rappresaglia», racconta Alberto de Monaco del comitato locale.

TRASPARENZA? NO GRAZIE

I servizi idrici, d'altronde, sono un "monopolio naturale": dalle fonti ai rubinetti non ci può esser concorrenza.


 Per questo il controllo delle istituzioni è fondamentale, quanto scarso: le tariffe sono aumentate costantemente dal 2002 (vedi grafico a pagina 51), senza dare risultati concreti sugli investimenti.

 L'anno scorso la Commissione europea ha minacciato nuove sanzioni: se non verrà risolto il problema della depurazione, soprattutto al Sud, dovremo pagare multe da decine di milioni di euro e rischiamo di perdere futuri fondi Ue. 

L'associazione di categoria dei gestori, Federutility, sostiene che i soldi per le infrastrutture ora li dovrebbe mettere il governo, perché gli introiti delle bollette non bastano. «Dopo che per anni ci è stato ripetuto che la tariffa serve a finanziare gli investimenti», replica Corrado Oddi della Cgil: «Ora lo Stato deve intervenire perché il settore è preoccupato di non guadagnare abbastanza. 

Dove sono finiti i milioni intascati finora?».

Difficile rispondere, anche perché «avere informazioni sull'attività svolta è praticamente impossibile», racconta Passino, che con il Comitato di sorveglianza ministeriale ha combattuto per ottenere un database ora abbandonato dalla nuova Autorità. 


Per questo, dicono i comitati, si dovrebbe applicare una nuova idea di "pubblico", lontana dai vecchi carrozzoni lottizzati: «Se fosse garantita la trasparenza e la partecipazione dei cittadini», dichiara Marco Bersani di Attac Italia, «il servizio non potrebbe che essere migliore». 

Le strade, alcune semplici, altre più tortuose, per passare da gestioni private a un controllo no profit dell'acqua ci sono. Basterebbe solo seguire la corrente del referendum.



                                                          Michele Sasso e Francesca Sironi





















Fonte: da L'Espresso, del  7 giugno 2013

domenica 10 febbraio 2013







I Comitati in Italia sono indispensabili per grandi celebrazioni così è stato anche per Machiavelli.

A Firenze successivamente a una riunione convocata dall’assessore alla cultura del Comune di Firenze, è nato un comitato per gestire la celebrazione di un evento di sicuro interesse, e come suo coordinatore è stato indicato Valdo Spini, capogruppo della lista “Spini per Firenze” nel Consiglio comunale.

L’idea di una così grande iniziativa per celebrare degnamente il quinto centenario (1513-2013) del Principe di Niccolò Machiavelli, è dunque cosa buona e giusta.

lo è ancor più perché  Il trattato scritto dal grande fiorentino nel 1513, nel suo esilio di Sant’Andrea in Percussina, è uno dei libri più conosciuti e diffusi del mondo, è considerato l’architrave degli studi di teoria e dottrina della politica, è insegnato nelle università di tutto il mondo e pubblicato in moltissime lingue.
Ricordare criticamente questo avvenimento di grande significato culturale è dunque anche un modo per ribadire il ruolo della Firenze nel Rinascimento, e perché no forse anche il ruolo del Rinascimento sulla cultura.


L’anniversario del trattato scritto dal Segretario fiorentino nel suo esilio è un caposaldo fra i massimi nella storia del pensiero politico europeo,  che sarà dunque  ricordato - come è facile immaginare - con convegni, mostre, rappresentazioni teatrali, percorsi storici, proiezioni di film di argomento rinascimentale, collegamenti informatici e siti telematici.

Secondo Spini le celebrazioni dovrebbero essere organizzate “all’insegna dello studio delle leggi che sono sottostanti al potere, Saggi che sono sottostanti al potere, attualizzandolo nel contesto democratico contemporaneo".

Questi temi sono stati già peraltro affrontati con dovizia da molti: Ugo Foscolo parlò del Machiavelli come di colui che svelò ‘di che lacrime grondi e di che sangue / lo scettro ai regnator’; Norberto Bobbio gli contrappose Erasmo da Rotterdam che sosteneva che il Principe dovesse eccellere in magnanimità, saggezza e temperanza (mentre Machiavelli, com’è noto, scriveva che doveva eccellere nelle arti ‘della golpe e del lione’). 

Oggi, più modernamente, di fronte alla difficoltà della politica a padroneggiare la crisi finanziaria internazionale, dovremmo parlare dei rapporti tra i vari poteri e tra questi e la democrazia.

Sarà magari l'occasione per svolgere una riflessione critica sul ruolo della politica nel contesto internazionale di oggi, o potrebbe aiutarci molto a chiarire idee e soprattutto le incerte destinazioni verso cui troppo spesso ci sospingiamo inconsapevoli. 

martedì 13 novembre 2012

Primo Levi: La Condizione dello scrittore


Perché crediamo a Primo Levi?

È il titolo della quarta “Lezione Primo Levi”, l’appuntamento annuale organizzato dal Centro Studi Primo Levi di Torino, che si terrà da giovedì 8 novembre 2012 alle 17.30 presso l’Aula Magna della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Torino (Corso Massimo d’Azeglio 48): una delle aule frequentate da Levi studente di chimica e ricordate nella sua opera.
Relatore il professor Mario Barenghi, docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli studi di Milano Bicocca.



L’appuntamento è promosso dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi: l’associazione costituita nell’aprile del 2008 di cui sono soci fondatori la Regione Piemonte, la Città e la Provincia di Torino, la Compagnia di San Paolo, la Comunità ebraica di Torino, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e la famiglia di Primo Levi,  si inserisce all’interno del programma di iniziative promosse per i venticinque anni della scomparsa dello scrittore. L’obiettivo è di custodire e mettere a disposizione degli studiosi la documentazione relativa allo scrittore, e di promuovere studi e ricerche sulla sua opera. 
Come ogni anno, il testo della Lezione sarà successivamente pubblicato da Einaudi in edizione bilingue in italiano e inglese.




Nella primavera del 1977 Mario Miccinesi e Flora Vincenti, che dirigono “Uomini e libri”, un periodico d’informazione bibliografica, inviano un questionario a vari scrittori italiani (n. 63, marzo-aprile 1977). Li interrogano sulla loro posizione nel contesto politico italiano.

 A gennaio sono state occupate le università; a Bologna uno studente è stato ucciso dalla polizia, e nella stessa città a settembre si tiene il convegno contro la repressione; in precedenza c’è stata la cacciata di Luciano Lama, leader della CGIL, dall’Università di Roma. 

È esploso il Movimento del 77, mentre il terrorismo brigatista sta raggiungendo il suo culmine. Nel marzo dell’anno dopo viene sequestrato e ucciso Aldo Moro. 

Primo Levi sta per pubblicare La chiave a stella (esce nel 1978), che vincerà il Premio Strega, ma sarà criticato sulle colonne di “Lotta continua” per la sua idea del lavoro come approssimazione della felicità in terra.

 In questo contesto, lo scrittore, che è legato alla rivista (Flora Vinceti ha pubblicato nel 1973 una delle prime e informate monografie sull’autore di Se questo è un uomo), risponde prontamente al questionario su “La condizione dello scrittore nel contesto politico italiano”, preceduto da una riflessione della redazione. 

Qui di seguito le domande e le risposte di Levi.

La condizione dello scrittore nel contesto politico italiano

La situazione del nostro paese presenta indubbiamente oggi un
 carattere di eccezionalità che le deriva dalla tendenza in atto, sotto la
 spinta delle sinistre, ad un intrinseco rinnovamento il quale comporta 
mutamenti che è da augurarsi si attuino in modo autentico e profondo
e che non possono non coinvolgere tutti gli aspetti della vita sociale.


Nessuno può esimersi dall’apportarvi il proprio contributo, tanto meno 
coloro che si definiscono intellettuali e, tra di essi, gli scrittori. Nella
 consapevolezza della particolarità di una situazione che esige da ognuno
 un obiettivo chiarimento anche delle proprie posizioni politiche, “Uomini e Libri” ha promosso a questo scopo un dibattito tra gli scrittori
 italiani cui vengono rivolte le domande qui sotto riportate.


Domanda
 Qual'è la condizione dello scrittore oggi? Ossia come si colloca l’attività
 dello scrittore nell’ambito della nostra società, con particolare riferimento alla
 situazione politica?


R. Il minaccioso “oggi” che compare nella domanda penso vada rimeditato. In che cosa differisce questo oggi da
 tutti i nostri ieri, e dagli ieri dei nostri 
predecessori? Ne differisce per il fatto
 che oggi l’Occidente è in crisi? È in 
crisi da 100 anni, e certamente era in
crisi anche prima, agli occhi degli osservatori di allora: non esiste epoca
 che non sia di crisi.

 Solo gli storici avvenire, assennati del senno di poi, sapranno disegnare le arsi e le tesi di questa crisi permanente. Perciò, non credo che molto sia mutato nella funzione
 dello scrittore nell’ambito della situazione politica attuale: oggi come ieri,
 lo scrittore non deve dimenticare che
 è anche lui, come tutti, un individuo che
 ha subito condizionamenti (dal suo ambiente, dal tempo in cui vive, dalla
 classe a cui appartiene, dai traumi a
 cui è stato personalmente esposto); che 
non è privilegiato rispetto ai non-scrittori, se non perché la fortuna, o il suo
 mestiere, gli hanno concesso di comunicare con un pubblico vasto; che si deve 
proporre e sforzare di superare i condizionamenti sopra detti, allo scopo di 
arrivare ad una visione del mondo più
 ampia ed organica.


D. In che misura il lavoro dello scrittore è oggi in grado di incidere su una 
realtà che, pur tra impedimenti e incertezze, accentua il proprio processo di
trasformazione e di indipendenza nei confronti dei poteri ecumenici dominanti?


R. Certo il lavoro dello scrittore può 
(può!) incidere oggi sulla realtà in misura maggiore di ieri, ma solo perché i
mezzi di massa e l’industria editoriale
gli concedono una voce più forte: non
perché la realtà d’oggi accentui veramente il proprio processo di distacco
 dal potere. 

Che questo stia avvenendo, 
è dubbio: se anche a breve termine sembra questa essere la tendenza, è imprudente essere ottimisti; potrebbe essere
solo un’increspatura della curva. Resta 
il fatto che l’opera scritta può incidere
 sulla realtà politica: ma spesso questo 
avviene in misura diversa da (talora opposta a) quanto lo scrittore desidera o prevede. Un libro scappa di mano a chi lo scrive: dice più di quanto il suo autore intende. Essendo frutto di un’epoca, testimonia sull’epoca, anche contro o senza il consenso dell’autore; in questo senso, ogni libro è impegnato, anche se il suo autore si professa disimpegnato.

D. Come risponde la società contemporanea al lavoro dello scrittore? In quale considerazione tale lavoro dovrebbe essere tenuto e quale peso gli dovrebbe
 venire attribuito?

R. Se si intende “scrittore” in senso stretto, la società d’oggi risponde al suo lavoro meno vivacemente di prima, per l’evidente concorrenza della radio, della TV, del cinema, ecc. Quanto alla seconda parte della domanda, come formulare regole? Come scrittore, avrei piacere se molti leggessero molti libri e ne traessero giovamento, o anche solo divertimento, e privilegerei la lettura rispetto ad altre funzioni, ma simultaneamente penso che queste preferenze possono essere campanilistiche.

 Uno scrittore non è un vate né un profeta, e non ha ragione sempre: il peso che deve essere attribuito alla sua opera è estremamente variabile da caso a caso. Sta al lettore imparare a distinguere lo scrittore originale e onesto dal falsario e dal cortigiano.




fonte: Doppiozero.com