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mercoledì 8 gennaio 2014

Silenzio: Marx Docet



Forse quello che ci interessa di più al giorno d’oggi è di vedere quali idee il pensiero economico di Marx ci ha lasciato al punto tale da potere noi farne uso nell’interpretazione dei fatti economici.

La teoria economica di Marx non è una teoria strettamente economica. Nel pensiero di Marx tutto si intreccia, il pensiero economico, il pensiero politico, il pensiero filosofico; forse sono pochi gli autori che hanno tenuto continuamente presenti tutte le componenti del pensiero umano e ne hanno fatto un intreccio continuo, e in Marx si ritrovano continuamente queste coerenze fra i diversi aspetti dell’analisi.

Per comprendere il pensiero economico di Marx è necessario partire anzitutto dalla sua concezione della società.

Marx, prendendo in questo da economisti che lo avevano preceduto, gli economisti classici, comincia col fare una contrapposizione ideale tra una società che possiamo chiamare ‘società semplice’ come la chiamava Adam Smith, e la società capitalistica. Come società semplice possiamo immaginare una società agricola in cui le famiglie sono anche proprietarie della terra che coltivano. Quindi abbiamo un insieme di aziende agricole familiari; queste aziende agricole, avendo sostanzialmente tutto quello che occorre per la produzione, possono realizzare direttamente il prodotto; poi i prodotti vengono scambiati se vi sono esigenze dello scambio.

Ogni famiglia agricola costituisce un’azienda, un piccolo cosmo autonomo e sufficiente. Se poi vuole entrare in rapporti di scambio, lo farà, dopo realizzata la produzione, per scambiare merci su un piano di parità con altre famiglie che hanno svolto esattamente le stesse operazioni.

Una volta definita questa società semplice (che forse non è mai esistita; tutti gli economisti del’700 la descrivono, nessuno s’impegna proprio a dire che sia esistita) per contrasto definiamo la società capitalistica.

La società capitalistica è una società in cui, viceversa, la situazione è opposta e non si verifica questa congiunzione tra lavoro e mezzi di produzione. I lavoratori da un lato, sono lavoratori che hanno soltanto le loro braccia per lavorare e dall’altro vi sono gli imprenditori capitalisti i quali sono i proprietari di quelli che Marx chiama i mezzi di produzione. Se la società è agricola, dovrebbe essere la terra; nel mondo moderno dell’industria saranno impianti, macchinari, miniere, risorse, semilavorati, prodotti intermedi, tutto quello che costituisce l’insieme dei mezzi di produzione. Allora, la caratteristica centrale della società capitalistica, dice Marx, è quella di essere basata su questa separazione: da un lato lavoratori nullatenenti, senza mezzi di produzione, dall’altro capitalisti che hanno i mezzi di produzione.

Caratteristica centrale della società capitalistica è quella di essere una società divisa in classi. Le due classi centrali sono appunto: da un lato la classe dei capitalisti imprenditori, proprietari dei mezzi di produzione, dall’altra la classe dei lavoratori nullatenenti, proletariato.

È ovvio, dice Marx, che se nel capitalismo c’è la struttura di classe, le due classi sono separate, i lavoratori non hanno mezzi di produzione e i capitalisti non hanno lavoro, il primo atto deve essere un ricongiungimento di queste due forze perché lavoro e mezzi di produzione devono agire in collaborazione per realizzare il prodotto finito.

Allora vediamo schematicamente come si svolge il processo economico nella società di classe, nella società capitalistica, nel capitalismo come lo vede Marx.

Procedo schematicamente. Primo punto I capitalisti che hanno i mezzi di produzione, ma non hanno il lavoro, devono compiere un primo atto, questo atto di ricongiungimento e cioè acquistare forza-lavoro. Quindi sul mercato del lavoro i capitalisti acquistano forza-lavoro e pagano un salario. Come pagano questo salario? Questo è un quesito non facile da risolvere. Immaginiamo che lo paghino con moneta, con una promessa di pagamento dando ai lavoratori un pezzo di carta che potrebbe essere un biglietto di banca, o anche soltanto una promessa di pagamento, in cui si dice che il lavoratore tale ha lavorato tante ore, e quindi può andare al magazzino e potrà prelevare tante merci. Il salario è pagato così in moneta, con dei pezzi di carta che danno accesso al mercato. Questa moneta non è in sé un bene utile; è, come diceva Stuart Mill, il biglietto di ingresso nel mercato per comprare qualche cosa. Il lavoro è quindi pagato con queste promesse di pagamento.

Una volta acquistata la forza-lavoro il capitalista ha in mano la forza-lavoro. Questo è un punto molto importante in Marx, un punto che contraddistingue il capitalismo. Il capitalista, l’imprenditore, una volta comprata la forza-lavoro, e una volta pagato il salario, con questa promessa di pagamento, diventa padrone del lavoro, può usarlo come vuole, nel senso che può decidere lui in maniera totalmente autonoma che cosa produrre, come produrre, quanto produrre.

Il lavoratore si è impegnato a svolgere tante ore di lavoro, ma non decide se si debbano produrre beni di consumo o macchinari, non decide quali tecnologie si debbano usare, se si debba produrre molto, se si debba produrre poco; tutte queste decisioni sono decisioni autonome dell’imprenditore-capitalista. Il lavoratore deve soltanto svolgere tante ore di lavoro e poi sarà libero di spendere il suo salario come vuole. Quindi nella società capitalistica le decisioni di produzione non sono prese collettivamente come potrebbero essere prese in una società familiare, sono decisioni prese in maniera autonoma, da una sola classe, la classe degli imprenditori capitalisti. La classe dei lavoratori non entra nelle decisioni di produzione.

Una volta realizzata la produzione, l’imprenditore, come conseguenza immediata, in quel momento, è proprietario assoluto e totale delle merci prodotte. Le merci prodotte sono dell’imprenditore-capitalista il quale le deve vendere perché presumibilmente l’imprenditore-capitalista per pagare il salario si è fatto anticipare questa liquidità da un finanziatore, da una banca, e adesso deve vendere le merci, ripagare la banca e chiudere il ciclo del capitale. Quindi l’imprenditore porta le merci al mercato: in parte le merci saranno vendute agli stessi lavoratori salariati, i quali salariati spendono il loro salario e comprano le sussistenze e i beni di consumo. In parte le merci saranno vendute ad altre imprese e cioè gli imprenditori-capitalisti se le scambiano fra di loro (se sono impianti, o macchinari, è chiaro che gli impianti non vengono venduti a un salariato; gli impianti fabbricati da un’impresa vengono venduti a un’altra impresa, cioè circolano all’interno delle imprese). Quando la vendita è realizzata, se tutto va bene, le imprese hanno recuperato le loro erogazioni iniziali e possono rimborsare il finanziatore. A questo punto, direbbe Marx, il ciclo del capitale è concluso.

Allora, osserva Marx, qual è la sostanza di questo ciclo del capitale? La sostanza è proprio quella del circuito chiuso in cui l’imprenditore apre il ciclo con una certa quantità di moneta, perché si è fatto prestare dalla banca quello che gli occorreva per pagare i salari, comincia con questo finanziamento, diciamo di 100, alla fine realizza il prodotto, poi lo vende, incassa, se tutto va bene rimborsa il debito iniziale alla banca e quello che gli è rimasto in mano (se tutto è andato bene gli è rimasto in mano qualche cosa), quello è il suo profitto. Allora, osserva Marx, ci troviamo di fronte a una classe di capitalisti la quale conduce il processo economico con un disinteresse completo per la natura merceologica dei beni prodotti. Al capitalista, in fondo, non interessa produrre l’una o l’altra merce poiché di queste merci egli non dovrà fare un uso personale. A lui interessa soltanto l’esito finale cioè che dopo vendute le merci e dopo rimborsato il finanziatore, resti per lui una differenza netta che è il suo profitto, è la ricchezza che lui sta accumulando. Marx esprime questa riflessione dicendo: “il capitalista produce soltanto per accumulare ricchezza nella forma generale”. A lui non interessa la ricchezza nella forma particolare, a lui interessa accumulare questa ricchezza in forma di denaro – altra parola che Marx usa non per indicare le monete o i biglietti di banca, ma per indicare la ricchezza nella sua forma più generale. La forma particolare cambierà di volta in volta: una volta il capitalista vorrà miniere, una volta vorrà fabbriche, una volta vorrà raffinerie, un’altra volta vorrà industrie elettroniche, inseguendo il progresso tecnico, il profitto nei mercati là dove le prospettive sono migliori: ma non sarà mai la forma merceologica che a lui interessa, lui inseguirà quella forma merceologia che gli promette il profitto maggiore. Quindi quello che lui in realtà insegue la ricchezza nella sua forma generale, chiamiamola pure denaro, come Marx spesso la chiama.

Stabilito questo punto, Marx solleva il quesito centrale. Visto che le cose vanno così come fa l’imprenditore capitalista a guadagnare un profitto netto? Da dove viene questo profitto netto? In quali condizioni c’è questo profitto netto? Attraverso tutta questa metamorfosi del capitale, dal denaro, al lavoro, alla merce, di nuovo al denaro, come avviene questo miracolo della formazione del profito? Questo è il quesito centrale dell’analisi del capitalismo.

È chiaro, credo, da quello che ho detto, che quando Marx solleva il problema del profitto, Marx ha un’idea ben chiara in mente e cioè che se al termine del ciclo del capitale, dopo tutte queste metamorfosi del capitale, dal denaro al denaro, se resta qualcosa in mano al capitalista, all’imprenditore, questo deve essere un profitto netto; non è cioè il compenso che l’imprenditore riceve per aver lavorato, diretto, organizzato la fabbrica, sorvegliato gli operai. Nei casi normali un profitto c’è e Marx pensava che ce ne fosse anche in misura abbondante, perché l’imprenditore capitalista, al di sopra del suo compenso per il lavoro direttivo, guadagna qualche cosa che non deriva da nulla. Non deriva da una prestazione produttiva, non deriva da un lavoro fatto, perché quello è un lavoro direttivo che è pagato a parte come salario direttivo, deriva soltanto dalla posizione del capitalista, dal fatto che il capitalista si trova in questa posizione privilegiata di avere lui messo in moto il ciclo del capitale.

Abbiamo detto che l’imprenditore apre il ciclo del capitale con un finanziamento che riceve dalle banche, poi va sul mercato del lavoro, compra la forza-lavoro. Ecco il quesito: quanto la paga questa forza-lavoro? C’è un punto centrale, che non dobbiamo dimenticare: che nel processo economico capitalistico il livello del salario non ha nulla a che fare, non dipende in maniera diretta, non è collegato strettamente con quello che il lavoratore produce. Io, salariato, vado a lavorare in una impresa tessile e produrrò un certo quantitativo di tessuti, il mio salario è un’altra cosa, è commisurato – diciamo – alle trattative che si svolgono sul mercato del lavoro, ma certamente non è commisurato al prodotto. Allora da cosa dipende il salario? Qui la teoria di Marx è precisa anche se molto aperta. Marx fa questo ragionamento: mettiamoci nei panni di questi capitalisti come classe. Questi cosa vogliono fare? Abbiamo detto che i capitalisti vanno dal denaro al denaro, vogliono guadagnare un profitto, vogliono ricchezza in generale. Per i capitalisti il lavoro, la forza-lavoro in generale, i salariati cosa sono? Sono semplicemente un bene intermedio, un prodotto intermedio nel corso della metamorfosi del capitale, perché per guadagnare un profitto, a un certo punto, per convertire più denaro in più denaro, è necessario passare attraverso la forza-lavoro e comprare la forza-lavoro, organizzare il lavoro, produrre le merci, ecc. ecc. Allora, la forza-lavoro per il capitalista è soltanto un bene intermedio; è un bene strumentale, esattamente come il bestiame in un’azienda agricola, esattamente come le macchine nell’impresa industriale, qualche cosa che bisogna tenere in vita perché è necessario per realizzare il profitto, ma qualche cosa che quando la si è pagata nella misura necessaria perché non muoia, si è fatto tutto quello che si deve fare. Allora tutto il problema è di stabilire quanto bisogna dare come salario alla classe lavoratrice perché la classe lavoratrice si riproduca. Questo quesito evidentemente ha una risposta aperta perché non c’è una regola precisa. La regola del salario non è una regola fisiologica, è una regola storica. Man mano che la storia procede, la storia fa crescere i livelli di vita, le esigenze del lavoratore, le pretese della classe lavoratrice: c’è un conflitto continuo fra le due classi evidentemente, e in ogni epoca storica ci sarà un livello storico del salario.

Tutto il prodotto non viene distribuito in salario: al salario si dà soltanto quello che è necessario per la sussistenza storica. La differenza è una differenza di cui il capitalista, essendo proprietario di tutte le merci, diventa proprietario assoluto Questa è la prima radice del profitto. Come lo misuriamo questo profitto? E Marx dice: potremo ragionare così. Prendiamo la giornata lavorativa. Possiamo immaginare che delle otto ore, tanto per dire (ai tempi di Marx erano ben più di otto) delle otto ore che il lavoratore lavora, un certo numero, non so quattro-cinque, servono per produrre tante merci quante poi costituiscono il salario. Per queste prime quattro-cinque ore possiamo dire che il lavoratore lavori per sé, perché lavora per produrre quelle merci che lui stesso consumerà (non immediatamente: gli danno salario monetario poi lui va al mercato e riesce con il salario a comprare cinque ore di merci). Il resto delle ore, se il lavoro continua fino alle otto ore, sono ore che il lavoratore lavora non per sé ma per il padrone. Questo, dice Marx, è classificabile come un plus-lavoro, come un lavoro che il capitalista non riuscirebbe mai a estrarre dal lavoratore se non potesse approfittare della sua posizione di forza. Come può il capitalista indurre il lavoratore a lavorare cinque ore per sé e poi altre tre ore soltanto per il padrone? È evidente che ci riesce soltanto perché il lavoratore è un proletario senza mezzi di produzione, non ha da solo nessuna possibilità di svolgere una produzione autonoma: l’unica sua possibilità è di lavorare come lavoratore salariato e quindi è preda di questa appropriazione indebita, che Marx chiama sfruttamento, che la classe dei capitalisti riesce ad eseguire sui lavoratori proprio perché i capitalisti sono gli unici detentori dei mezzi di produzione.

La radice del profitto sta soltanto, secondo Marx, nella possibilità che i capitalisti hanno di appropriarsi di una parte del lavoro degli operai. È plus-lavoro che diventa plus-valore, diventa profitto, è un’appropriazione indebita, è uno sfruttamento. La radice del profitto sta nello sfruttamento che la classe dei capitalisti esercita ai danni della classe operaia. Estrazione di plus-valore o sfruttamento. Infatti – e questo è un punto sui cui di nuovo vi invito a riflettere -, siccome la radice è questa, Marx dice: stiamo bene attenti al fatto che lo sfruttamento si realizza proprio nel momento della produzione; cioè nel momento in cui il capitalista si appropria della forza lavoro, fa lavorare il lavoratore per otto ore ma tre ore se le piglia lui. È nel momento in cui i rapporti di produzione consentono al capitalista di usare il lavoro come lui ritiene opportuno nella fase di produzione, che si realizza lo sfruttamento. Poi sul mercato non c’è imbroglio. Non è che il capitalista venda le merci a prezzi diversi da quelli che dovrebbe o il capitalista esegua una violenza sul lavoratore, è unicamente nei rapporti di classe, nel fatto che il capitalista abbia i mezzi di produzione e il lavoratore no, che il lavoratore da solo non possa fare nulla e debba per forza vendersi come lavoro salariato, è in questi rapporti di produzione che risiede la possibilità dello sfruttamento.

Siamo partiti misurando tutto in moneta; visto che abbiamo fatto questa ulteriore riflessione, che abbiamo accertato che la base dello sfruttamento sta in questa appropriazione di ore, noi potremmo fare anche quest’altra riflessione e dire: alla fine il profitto, la ricchezza di cui il capitalista, come classe, si appropria è un certo numero di ore di lavoro. Allora tutte le merci prodotte nella giornata da un lavoratore sono otto ore, di cui cinque ore sono salario pagato, tre ore è il plus-valore estratto. Per il capitalista, visto che tutta la radice del fenomeno è in questa possibilità di dividere la giornata lavorativa in ore pagate e in ore non pagate, quello che consente di realizzare un profitto, cioè di accrescere il valore della ricchezza, sono proprio le ore non pagate, quindi la radice del fenomeno sta nelle ore di lavoro. Che cosa consente la valorizzazione del capitale, cioè l’accumulazione della ricchezza, l’aumento continuo, il profitto continuo? È proprio la presenza di ore lavorate, ma non pagate. Quindi quando parliamo di valore di una società di classe, dobbiamo parlare di valore da punto di vista della classe dei capitalisti e per i capitalisti quello che conta è quello che è valore per loro; ma per il capitalista il valore non è il valore d’uso, perché abbiamo detto che al capitalista che si producano burro o cannoni non importa niente, per il capitalista il valore è la ricchezza che lui accumula e siccome la radice di questa accumulazione sta nelle ore non pagate, è corretto, è analiticamente rigoroso, misurare il valore in ore di lavoro. Le merci valgono per le ore di lavoro che contengono. Il plusvalore è una certa quantità di ore di lavoro che sono state eseguite ma non pagate. Quindi dal punto di vista dell’intera classe capitalistica il plusvalore estratto è l’insieme, il monte delle ore non pagate. Questo è il valore in più creato. Questo è quello che ha valorizzato il capitale. Questo è quello che consente di immettere 100 nel ciclo del capitale e ricavarne 120. L’unica cosa che è valore per il capitale sono le ore non pagate. Di qui l’identificazione che Marx fa tra valore, come espressione terminologica, e lavoro eseguito come fatto sottostante.

Come è nato il primo capitalismo? Come si è svolta la cosiddetta accumulazione primitiva? Forse che si è svolta, come dicono tante volte economisti di parte opposta, perché alcuni uomini previdenti invece di consumare tutto il prodotto hanno cominciato a risparmiare una parte e così hanno fabbricato i primi attrezzi e poi con questi attrezzi hanno aumentato la produttività del lavoro e così via? No. Marx rifiuterebbe questa spiegazione, Marx direbbe: alle origini del capitalismo il problema della classe proprietaria è stato quello di procurarsi l’unico ingrediente necessario per l’accumulazione – perché ce ne vuole uno solo – cioè lavoro salariato senza mezzi di produzione.

Come hanno fatto i capitalisti inizialmente a procurarsi lavoro salariato senza mezzi di produzione? Evidentemente hanno messo in opera tutti i mezzii di cui disponevano per espellere lavoro dall’agricoltura, strappare lavoratori dalla loro risorsa iniziale, trasformare questi lavoratori del sistema feudale in cosiddetti lavoratori liberi cioè lavoratori che vendono il loro lavoro sul mercato e così hanno avuto a disposizione del lavoro salariato su cui esercitare il processo produttivo. Quindi il problema dell’accumulazione primitiva su cui tanto ci si è soffermati non è un problema di furto nel senso che i capitalisti si siano appropriati di terre. È vero che i capitalisti inglesi recintavano terreni, però lo scopo non era quello di appropriarsi della terra; lo scopo vero era quello di espellere i lavoratori dall’agricoltura per trasformarli in lavoratori salariati perché una volta trasformati in lavoratori salariati diventavano quella massa di lavoro senza mezzi di produzione sui cui tutto il procedimento che abbiamo descritto poteva finalmente svolgersi.

E successivamente come si perpetua l’accumulazione del capitale? La risposta è sempre la stessa. Visto che la base dell’accumulazione della ricchezza è la disponibilità del lavoro salariato, il problema centrale della classe capitalistica è di fare in modo che questo lavoro salariato non si esaurisca mai. Quindi bisogna continuamente ricostruire questa riserva di lavoro salariato, questa che Marx chiama l’esercito industriale di riserva, cioè una massa di lavoratori disponibili, senza mezzi di produzione, che si possono vendere solo come salariati, perché quella è la base dell’accumulazione. Marx dedica molta attenzione a spiegare come il progresso tecnologico, l’estensione del capitale a nuove aree geografiche, serva a ricostruire continuamente questa forza-lavoro. Un economista marxista per esempio, di fronte agli eventi economici del nostro tempo, direbbe: il salto tecnologico che l’industria italiana sta realizzando, le ondate di licenziamenti a cui assistiamo sono proprio la vita funzionale del capitale che serve a “mettere in soprannumero” – dome diceva Marx – quantità sempre maggiori di lavoratori salariati, ricostruire un esercito industriale di riserva per riprendere su base allargata l’accumulazione. È quello di cui sentiamo parlare su base internazionale: l’estensione dell’industria ai nuovi paesi industriali, l’industria che fiorisce nell’Estremo oriente, nell’America latina, nei Paesi Mediterranei dove prima era sconosciuta, che cos’è? È il capitale, direbbe un marxista, che estende la sua accumulazione a nuove riserve di forza-lavoro, per estendere la base della propria accumulazione perché la base dell’accumulazione è sempre la forza-lavoro e il capitale ha bisogno di questo ingrediente continuo su cui costruire il proprio profitto. 

Quindi la conclusione è che il vero passaggio da una economia capitalistica così come il perpetuarsi dell’economia capitalistica è il passaggio da un’economia col lavoro salariato e il perpetuarsi continuo di questa presenza di lavoro salariato. Poiché la caratteristica del lavoro salariato è quella di ricevere un pagamento in moneta – mentre il lavoratore della terra, del sistema feudale, veniva pagato in natura perché viveva sulla terra – possiamo anche dire che la caratteristica del capitalismo è il passaggio da un’economia di baratto ad un’economia monetaria – le due cose sono corrispondenti: passare dal lavoro schiavizzato al lavoro salariato, o passare da economia di baratto a economia monetaria sono cose strettamente parallele. Non si possono capire le funzioni della moneta in Marx se non si capisce che per Marx la caratteristica del capitalismo è quella di essere un’economia di classe basata sull’uso di lavoro salariato.

Veniamo adesso al problema finale del capitalista. Il capitalista ha acquistato lavoro salariato approfittando della sua posizione di unico detentore dei mezzi di produzione, ha costretto il lavoratore a svolgere delle ore non pagate, con questo ha costituito la base; ha svolto uno sfruttamento, ha realizzato un plusvalore, adesso ha costituito la base del profitto, ma non ha ancora realizzato un profitto perché ha realizzato in natura delle merci che sono sue, ma per realizzare un profitto nella sua forma finale deve anche vendere queste merci sul mercato, rimborsare il finanziatore e deve restargli qualche cosa in forma di ricchezza monetaria che è il suo profitto netto Quindi deve trasformare il plusvalore in profitto, cioè per realizzare il profitto nella sua forma finale, il capitalista deve vendere le merci sul mercato, completare il ciclo del capitale, realizzare l’ultima metamorfosi, cioè ritrasformare le merci in moneta. Qui sorgono, evidentemente, delle ulteriori difficoltà. Se tutto va bene il ciclo si conclude, ma non è detto che tutto vada bene, anzi Marx ritiene che nel capitalismo ci siano una serie di fattori che ostacolano il capitalista in questa sua metamorfosi finale e molto spesso, con fasi ricorrenti, gli impediscono di realizzare il profitto finale. Il capitalista va al mercato e vende le merci. Siamo noi certi che troverà dei compratori? Da un punto di vista potenziale certamente sì. I lavoratori spenderanno i loro salari, i capitalisti si scambieranno le merci fra di loro, i beni di produzione, abbiamo detto: però qui si inserisce un punto che è strettamente connesso al capitalismo. Se noi pensiamo alla domanda di consumi, la domanda di consumi proviene dai lavoratori. Presumibilmente i lavoratori spenderanno tutto il loro salario; quindi i salariati spendono tutto il loro salario monetario; se comprano poco questo dipende dal fatto che hanno guadagnato poco, non dal fatto che vogliono accumulare moneta e scorte liquide; quindi un problema di sottoconsumo sarà connesso al fatto che i salari sono bassi, ma non un problema perché se la classe dei capitalisti vuole combattere un fenomeno di sottoconsumo farà una politica di alti salari come tante volte i capitalisti hanno proposto di fare e la domanda di consumi aumenta immediatamente.

Il vero problema della vendita, invece, sta nell’altro settore: in quell’insieme di merci che essendo mezzi di produzione (impianti, macchinari, semilavorati, semiprodotti, ecc.) devono essere scambiati all’interno del settore delle imprese. Una macchina deve essere prodotta da una impresa e venduta ad un’altra impresa che la utilizzerà. In questo scambio è necessario che ogni singolo capitalista trovi la sua controparte cioè un altro imprenditore che vuole comprare quella macchina che ha fabbricato lui. Perché sorgono delle difficoltà a questo punto? Sorgono delle difficoltà, osserva Marx, proprio per quella caratteristica di base del capitalismo e dell’azione del capitalista il quale vuole accumulare non ricchezza specifica, ma ricchezza in forma generale. Al capitalista non importa avere le miniere per le miniere, vuole le miniere se le miniere rendono di più; domani vorrà fabbriche di macchine utensili, dopodomani vorrà fabbricare calcolatrici elettroniche: il capitalista insegue il profitto; la forma tecnica del prodotto è cosa alla quale è totalmente indifferente. Questo stesso fatto, se ci si riflette un istante, introduce un elemento di incertezza. Se io voglio una merce per usarla, (se io ho freddo e voglio comprare un cappotto) so benissimo di doverla comprare e di volere un cappotto, ma se io voglio invece una merce soltanto per il profitto che mi renderà, voglio comprare una fabbrica solo per guadagnare da denaro altro denaro, è evidente che io sto giocando sull’avvenire, sto chiedendomi che cosa faranno i mercati, sto chiedendomi che cosa faranno i capitalisti miei rivali, se entreranno nello stesso settore, se c’entreranno con tecnologie più avanzate, se guadagnerò profitti o andrò in fallimento.

Il fatto che ci sia incertezza produce un’altra conseguenza e cioè che possono verificarsi dei momenti di attesa. Mettiamoci nei panni di un imprenditore capitalista. Io ho venduto le mie merci, sono stato fortunato, ho in mano del denaro, moneta liquida; evidentemente devo farlo fruttare, per il momento io non so bene dove mi conviene investire, se mi conviene ampliare la fabbrica che ho già, se mi conviene cambiare settore, se mi conviene cambiare zona geografica e andare a trenta chilometri o a cento chilometri perché lì ci sono altre possibilità. Si apre così una fase di incertezza in cui – questo è un punto centrale – può essere perfettamente razionale – cioè non un capriccio, ma il frutto di un calcolo – può essere perfettamente razionale non investire, non spendere, tenere provvisoriamente moneta liquida.

Ma se un capitalista decide di trattenere moneta – e dal suo unto di vista fa benissimo – vuol dire che la domanda di mercato cade. Un altro capitalista avrà delle merci invendute. La domanda globale cade e si precipita in una crisi depressiva: l’economia monetaria è la base del capitalismo, il lavoro salariato e la moneta sono quelli che consentono il profitto, ma la stessa economia monetaria, per una strana contraddizione, è la rovina del capitalismo perché proprio la presenza della moneta consente il formarsi di queste scorte liquide e le crisi dovute a un crollo di domanda. Quindi la moneta al tempo stesso l’alimento e la rovina del capitalismo.

Però la moneta è soltanto il mezzo tecnico che consente la crisi. L’origine profonda della crisi, lo abbiamo detto, sta nella decisione del capitalista di non spendere; e il capitalista non spende, perché ha delle incertezze, perché trova che il salario è troppo alto e il suo margine di profitto sarebbe troppo basso, cioè c’è un conflitto fra capitale e lavoro; perché trova che i suoi concorrenti l’hanno ormai spiazzato dal mercato e bisogna cambiare aria, cambiare settore, cioè c’è un conflitto tra capitalisti; perché trova che il suo banchiere gli chiede un tasso di interesse troppo alto e allora gli succhi via tutto il profitto sotto forma di interessi e a lui, come profitto industriale, non resta niente e cioè c’è un conflitto fra capitale industriale e capitale finanziario, ma è sempre nel settore reale dei rapporti sociali, fra i segmenti della società che la causa della crisi va ricercata. La moneta consente tecnicamente il realizzarsi della crisi, ma è solo un fattore necessario, non è la causa profonda.

È sempre un conflitto sociale che dà luogo alla crisi: si tratta di andare ad accertare dove, volta per volta, quel conflitto sociale si ritrova.


                                                                            Augusto Graziani



Fonte: quaderni.sanprecario.info


Note


[1] L’intervento integrale della relazione registrata e sbobinata senza essere rivista dall’autore è pubblicato in A. Graziani, A. Cecchella, P. Sylos Labini, S. Lombardini, “1883-1983 K. Marx – J.M. Keynes cent’anni dopo. Due economie e a confronto”, Ets Editrice, Pisa 1984.

venerdì 18 ottobre 2013

E se il Femminismo fosse l'Ancella del Capitalismo?





Come femminista ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. 

Ultimamente ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi. 

Mi preoccupa, in particolare, che la nostra critica del sessismo fornisca oggi giustificazione a nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento.

Quasi fosse un crudele scherzo del destino, il movimento per la liberazione delle donne sembra essersi avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti nel costruire la società del libero mercato. 

Questo potrebbe spiegare perché una serie di idee femministe, che un tempo facevano parte di una visione del mondo radicale, oggi vengono utilizzate a fini individualistici.

 In passato, le femministe criticavano una società dove si promuoveva il carrierismo, adesso viene consigliato alle donne di “affidarsi”. Il movimento delle donne una volta aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi festeggia le imprenditrici. 

La prospettiva di allora valorizzava la “cura” e l’interdipendenza umana, ora incoraggia il progresso individuale e la meritocrazia.

Ciò che si nasconde dietro tutto questo è un cambiamento di rotta del paradigma capitalista. 

Il capitalismo stato-assistito del dopoguerra ha lasciato il posto a una forma innovativa di capitalismo, “disorganizzato”, globalizzato, neoliberista. 

La seconda ondata del femminismo è emersa come critica al capitalismo di prima maniera, ma infine è diventata ancella del capitalismo contemporaneo.

Con il senno di poi, possiamo sostenere che il movimento di liberazione delle donne ha contemporaneamente puntato a due diversi futuri possibili.

 In un primo scenario, esso ha disegnato un mondo in cui l’emancipazione di genere andava di pari passo con la democrazia partecipativa e la solidarietà sociale; nel secondo , ha promesso nuove forme di liberalismo, in grado di garantire alle donne, così come agli uomini, i “beni” dell’autonomia individuale, un ampliamento delle scelte, l’avanzamento meritocratico. 

Il femminismo di “seconda generazione” è stato, insomma, ambiguo in questo senso. Compatibile con entrambe le rappresentazioni della società, dunque suscettibile di due diverse concezioni della storia.

A mio parere, questa ambivalenza del femminismo in questi ultimi anni si è risolta a favore della seconda impostazione, quella liberista-individualista. Ma non perché noi donne siamo state vittime passive di seduzioni neoliberiste. Al contrario, noi stesse abbiamo direttamente contribuito a far raggiungere al capitalismo questo stadio di sviluppo attraverso tre blocchi di idee importanti.

Il primo contributo è rappresentato dalla nostra critica al “salario familiare”: il modello del maschio breadwinner e della femmina casalinga è stato centrale per il capitalismo stato-assistito, così per come esso era organizzato.

 La critica femminista a quel modello ora aiuta a legittimare il “capitalismo flessibile”.

 Questa nuova forma organizzativa del capitale contemporaneo si basa molto sul lavoro femminile salariato, soprattutto a basso costo, nei servizi e nella manifattura, garantito non solo da giovani donne single, ma anche da donne sposate e donne con figli; non solo da donne razzializzate, ma da donne di tutte le nazionalità ed etnie. Le donne si sono riversate nel mercato del lavoro globalizzato e il modello del capitalismo stato-assistito basato sul “salario familiare” è stato sostituito da una nuova e più moderna “norma” – apparentemente approvata dal femminismo: quella di una famiglia con due percettori di reddito.

Non importa che la realtà che sta alla base di questo nuovo paradigma sia il basso livello dei salariali, la riduzione della sicurezza del lavoro, il peggioramento degli standard di vita, un forte aumento del numero delle ore lavorate per garantire un reddito al ménage, l’allargamento di doppi – quando non tripli o quadrupli – ruoli e un aumento della povertà , sempre più concentrata sulle donne capofamiglia.

 Il neoliberismo trasforma un orecchio di scrofa in una borsa di seta, raccontandoci una storia di empowerment femminile. 

Si appella alla critica femminista del “salario familiare” per giustificare lo sfruttamento: sfrutta il sogno dell’emancipazione femminile come motore dell’accumulazione capitalistica.

Il femminismo ha anche fornito un secondo contributo all’ethos neoliberale. Nell’era del capitalismo di stato organizzato, abbiamo giustamente criticato una visione politica ristretta, così intensamente centrata sulla disuguaglianza di classe che non vi trovavano posto le ingiustizie “non economiche”, come per esempio la violenza domestica, la violenza sessuale e l’oppressione riproduttiva. 

Rifiutando l’economicismo e politicizzando “il personale”, le femministe hanno ampliato l’agenda politica generale, aggiungendo a essa il tema della costruzione gerarchica della differenza di genere.

 Il risultato avrebbe dovuto essere quello di espandere la lotta per la giustizia sociale, comprendendo sia gli elementi culturali che economici.

 Il risultato effettivo è stato invece una concentrazione estrema del femminismo sul tema dell’“identità di genere”, a scapito delle questioni che hanno a che vedere con il pane e con il burro. 

Vediamola peggio ancora: la svolta femminista verso una politica identitaria si è alleata fin troppo strettamente con un neoliberismo in crescita che non desiderava altro che reprimere ogni ricordo delle battaglie per l’uguaglianza sociale. 

In effetti, abbiamo assolutizzato la critica del sessismo culturale proprio nel momento in cui le circostanze avrebbero richiesto di raddoppiare l’attenzione intorno alla critica dell’economia politica.

Infine, il femminismo ha contribuito al neoliberismo con un terzo filone di pensiero: la critica al paternalismo dello stato sociale. 

Innegabilmente progressista nell’epoca del capitalismo di stato fordista, il giudizio negativo del femminismo è coinciso con la guerra del neoliberismo contro “lo stato balia” e i suoi più recenti cinici abbracci con le Ong.

 Un esempio significativo è rappresentato dal “microcredito”, il programma di piccoli prestiti bancari per le donne povere nel sud del mondo. Propagandato come un processo di potenziamento dal basso verso l’alto, alternativo a decisioni di vertice e alla burocrazia dei progetti statali, il microcredito è stato presentato come uno degli antidoti femministi alla povertà e alla sottomissione delle donne. In questo, ciò che è mancato è la consapevolezza di un’ulteriore coincidenza inquietante: il microcredito è fiorito proprio nel momento in cui gli stati abbandonavano gli impegni macro-strutturali per combattere la povertà, impegni che i prestiti su piccola scala non possono assolutamente sostituire.

 Anche in questo caso, quindi, l’ideale femminista è stato ripreso dal neoliberismo. Una prospettiva originariamente finalizzata a democratizzare lo stato, responsabilizzando i cittadini, viene impiegata ora per legittimare la mercificazione e il disgregarsi dello stato sociale.

In tutti questi casi, l’ambivalenza del femminismo si è risolta a favore di un (neo)individualismo liberista. Ma certamente l’altro lato di noi, cioè le prospettive rappresentate dal femminismo solidale, potrebbe essere ancora in vita. La crisi attuale offre la possibilità di ampliare ancora di più quell’impostazione, ricollegando il sogno di liberazione della donna con la visione di una società solidale. A tal fine, le femministe hanno bisogno di rompere la relazione pericolosa con il neoliberismo, recuperando ai propri fini i tre “contributi” di cui abbiamo parlato.

In primo luogo, si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi le attività che producono valore d’uso, tra cui – ma non solo – il lavoro di cura.

 In secondo luogo, dovremmo fermare lo scivolamento della critica all’economicismo verso una politica identitaria, implementando la lotta per trasformare l’ordine del discorso fondato su valori culturali patriarcali con la lotta per la giustizia economica. 

Infine, sarebbe necessario recidere il legame tra la critica alla statalizzazione e al fondamentalismo del libero mercato, recuperando il concetto di democrazia partecipativa come un mezzo per rafforzare i poteri pubblici necessari a vincolare il capitale a finalità di giustizia.


                                                                Nancy Fraser










Fonte: The Guardian, traduzione da quaderni.sanprecario.info

martedì 1 ottobre 2013

Cultura e diritti, un’altra idea di Italia.


Destinazione Italia: più o meno questo sarà stato lo slogan in voga nelle capitali europee alla fine del Quattrocento. E infatti la Penisola divenne presto terreno di scontro fra eserciti spagnoli, francesi, “imperiali”: fu così che il regno di Napoli passò per secoli sotto la Spagna e il ducato di Milano fu dominato prima dalla Spagna poi dall’Austria, per non dire del sacco di Roma perpetrato dai lanzichenecchi, con il Papa asserragliato in Castel Sant’Angelo (1527).

Destinazione Italia si chiama il recente decreto del governo, mirato ad attrarre investimenti stranieri, ma varato in sinistra coincidenza con la svendita di Telecom (o Telco) a un’impresa spagnola, mentre già suonano le campane a morto per Ansaldo Energia (destinata ai coreani) e per Alitalia, che dopo un farsesco “salvataggio” costato al contribuente cinque miliardi sta per passare in mano francese. L’Italia è dunque in vendita? I cittadini assistono impotenti al teatrino di una retorica dello sviluppo che produce recessione, di un’austerità senza traguardi e senza successi, di una “stabilità” sempre più chiaramente sinonimo di paralisi. Il rimedio viene additato in nuove svendite di patrimonio pubblico (anche di beni culturali), e la quotidiana erosione dei diritti (al lavoro, all’educazione, alla salute, alla cultura) viene giustificata in nome dell’Europa, come se fosse un invasore straniero. Come se l’Italia non potesse concorrere a scrivere un’agenda europea di ben altro segno.

Da anni i beni pubblici e le stesse istituzioni dello Stato vengono smantellate da “destra” e da ”sinistra”, con una larga intesa che i governi Monti e Letta hanno solo reso più esplicita. Abituata agli agi e alle pigrizie della rendita parassitaria, buona parte della classe imprenditoriale italiana ha da decenni imbandito il banchetto dove si dividono le spoglie di un’Italia in rotta. Spolpandone il corpo martoriato proprio mentre si autoelogiano come accorti manager, imprenditori e operatori finanziari si trasformano in sensali, comprano a basso prezzo per rivendere (all’estero) a prezzo ancor più basso, e trovano chi li definisce “eroici patrioti” (così Berlusconi chiamò l’armata Brancaleone del “salvataggio” Alitalia). 

Si chiama “privatizzazione” e viene considerata la panacea di tutti i mali, ma non crea nuova ricchezza, bensì la trasferisce alle oligarchie dei furbi e degli sciacalli, a svantaggio delle classi meno agiate e dei giovani; genera disoccupazione, esilia i diritti e fragilizza la comunità, contro lo stesso principio di «promozione della coesione sociale e territoriale» affermato dal Trattato di istituzione della Comunità europea (art. 16). 

È quella che David Harvey chiama accumulation by dispossession: la ricchezza pubblica (cioè dei cittadini) viene espropriata per concentrarla in poche mani. Compito congeniale a quella «immane piramide di sfruttatori» emersa dal fascismo e dal dopoguerra, «che coltiva l’insensibilità nei delitti contro il pubblico denaro e appesta tutto, confonde tutto, dando all’Italia la sua pietosa fama di furberia, tortuosità, vanità, bassa sensualità». Questa diagnosi di Corrado Alvaro vale ancora; è ancor vero che l’«antica, onoranda borghesia creatrice, con attitudine alla mercatura, all’industria, all’agricoltura» di cui l’Italia poté vantarsi «si conta ormai sulle dieci dita».

Per frenare l’emorragia ci sarebbero due strade (o una combinazione fra le due): una politica di investimenti pubblici, come suggerito da Guido Roberto Vitale, e l’applicazione dell’art. 46 della Costituzione, che «riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende», come ha ricordato Susanna Camusso. C’è da scommettere che il governo non tenterà né l’una né l’altra. A qualsiasi investimento di fondi pubblici si oppone infatti non tanto la sbandierata congiuntura economica, ma la sistematica rimozione della monumentale evasione fiscale, protetta da tutti i governi come un fortilizio. 

L’Italia è al terzo posto al mondo per evasione fiscale, preceduta solo da Turchia e Messico (dati Ocse): 154,54 miliardi di euro di tasse non pagate nel solo 2012 (valutazione Confcommercio); e basterebbe recuperarne il 10 % per affrontare le prime emergenze senza nuovi sacrifici e imposizioni. Di dare esecuzione alla “democrazia economica” prevista dalla Costituzione, poi, non se ne parla: come potrebbe «promuovere l’elevazione economica e sociale del lavoro» (art. 46) un governo che in nome dell’austerità ignora il diritto al lavoro (Costituzione, art. 4)? Come potrebbe affidare «a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese [...] di preminente interesse generale» (art. 43), se lo stesso presidente del Consiglio (coi ministri Quagliariello e Franceschini) firma la proposta di modifica radicale della Costituzione in quanto scritta «nella temperie della guerra fredda» e non più adatta al «mutato scenario politico, economico e sociale»? 

Se queste parole (datate 10 giugno) echeggiano quelle della finanziaria J. P. Morgan (28 maggio) secondo cui «le Costituzioni dei Paesi della periferia meridionale mostrano una forte influenza socialista, riflesso della forza politica delle sinistre dopo la sconfitta del fascismo», e perciò vanno cambiate? Se la stessa relazione Morgan indica nell’Italia «il test essenziale di questo cambiamento»?

Ma l’Europa non è un impero esterno che, dopo aver conquistato gli Stati membri, possa imporre manu militari un proprio sistema di regole difformi dall’ordinamento di ciascun Paese. Dev’essere un concerto di voci, anche dissimili, in cui ogni Paese possa portare la propria tradizione culturale, civile, giuridica. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea «lascia del tutto impregiudicato il regime di proprietà esistente negli Stati membri» (art. 345), dunque lo statuto della proprietà pubblica e privata in Italia è e resta quello della sua Costituzione (sovraordinata ai Trattati Ue): la proprietà privata dev’essere finalizzata all’«utilità sociale» (art 42), i beni pubblici e comuni sono garanzia indispensabile all’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini (come riaffermato dalla Commissione Rodotà). 

All’Europa come una sorta di Germania extralarge, caricatura delle idee europeistiche da cui nacque l’Unione, è necessario sostituire un’altra idea di Europa, un’Europa delle culture e dei diritti, dove le drammatiche disuguaglianze fra i cittadini, anzi fra gli stessi Paesi (la Grecia!) non vengano attribuite a una sorta di fatalità di natura (le “leggi dei mercati”), ma intese come una stortura da correggere, come la prova provata di errori gravi nella costruzione del sistema. Se mai l’Italia vorrà essere fedele alla propria Costituzione, questa è la sua prima missione in Europa.

                                                       Salvatore Settis 



Fonte: La Repubblica

sabato 20 luglio 2013

La Normalità Deviata


Molti fatti, in questi giorni, hanno destato scandalo, suscitato proteste, acceso qualche fuoco d' indignazione. Ma non sono il frutto di una qualche anomalia, non rientrano nella categoria delle eccezioni o degli imprevisti. Appartengono a quella "normalità deviata" che caratterizza ormai da anni il funzionamento del sistema politico.

Ha corroso il costume civile, accompagna il disfacimento del sistema industriale e la terribile impennata della povertà. Il caso Alfano è davvero una illustrazione esemplare del modo in cui questa normalità deviata è stata costruita, fino a divenire l' unica, riconosciuta forma di normalità istituzionale. Lasciando da parte la responsabilità oggettiva per fatti di cui non avrebbe avuto conoscenza, bisogna chiedersi quale ruolo giochi la responsabilità politica. 

Dove va a finire questa specifica forma di responsabilità quando si adotta questo tipo di argomentazione? Scompare, anzi è da tempo scomparsa, creando una zona di immunità nella quale i titolari di incarichi istituzionali si muovono liberi, quasi estranei alle strutture che pure ad essi fanno diretto riferimento, anche quando il funzionamento di queste strutture produce gravi conseguenze politiche. La responsabilità politica, anzi, finisce con l' essere considerata come una insidia, un rischio. Guai a farla valere se così vengono messi in pericolo la stabilità del governo, gli equilibri faticosamente o acrobaticamente costruiti. 

Questo particolare tassello della normalità deviata finisce con il rivelare la più profonda distorsione del nostro sistema politico - l' essere ormai prigioniero di uno stato di emergenza permanente. Questo è divenuto l' argomento che inchioda il sistema politico alle sue difficoltà, negandogli la possibilità di sperimentare soluzioni diverse da quelle che, via via, mostrano i loro evidenti limiti, fino a sottrarre alla politica ogni legittimo margine di manovra. Di nuovo la normalità deviata, di fronte alla quale vien forte la tentazione di pronunciare un "elogio della follia politica", che spesso consente di cogliere i tratti reali di una situazione assai meglio del realismo proclamato.

Era davvero imprevedibile quello che sta accadendo, l' intima fragilità delle "larghe intese" che, prive di qualsiasi collante politico, sono in ogni momento esposte a fibrillazioni, ricatti, strumentalizzazioni? È la mancanza di coraggio politico a produrre instabilità. Così non soltanto l' orizzonte dell' azione di governo si accorcia sempre di più, fino a ridursi al giorno dopo. Soprattutto si perde la capacità di operare in modo adeguato alle situazioni di crisi e di ripartire le risorse rispettando le vere priorità, le emergenze effettive.

Infatti, si accettano come variabili indipendenti quelle che, invece, sono pretese settoriali o prepotenze di parte. Problemi procedurali a parte, com' è possibile ripartire le scarse risposte disponibili assumendo come tabù intoccabile l' acquisto degli F-35, mentre premono altre e più drammatiche necessità? Com' è possibile inchiodare fin dal primo giorno l' azione del governo intorno alla questione dell' Imu, condizionando l'intera strategia economica per soddisfare una promessa elettorale di Berlusconi, mentre svaniscono quelle del Pd?

In questa normalità sempre più deviata non riescono a trovare posto le vere, grandi emergenze. Mentre si dissolve l' apparato industriale, non vi sono segni di una vera politica industriale. Neppure questa è una novità, perché si tratta di una eredità dei governi Berlusconi e pure del governo Monti, dove quelle due parole venivano liquidate quasi con disprezzo come si facesse cenno a una inammissibile interferenza nel mercato.

E da questa ulteriore assenza di politica viene un contributo all' aggravarsi della situazione economica, che ormai deve essere letta partendo dalle cifre impressionati sulla povertà. Le ha analizzate efficacemente e impietosamente Chiara Saraceno, sottolineando pure la necessità di modifiche strutturali, come quelle riguardanti l' avvio di forme di reddito garantito. Un governo blindato, dunque, non è necessariamente sinonimo di governo forte e efficiente. Ma la normalità deviata non la ritroviamo solo nel circuito istituzionale. È dilagata nella società, con effetti perversi che verifichiamo continuamente osservando il degradarsi delle regole minime della convivenza civile.

So bene che il caso Calderoli è vicenda miserevole. Ma bisogna ritornarci perché si sono ricordati i precedenti di questo eminente rappresentante della Lega, dalla maglietta contro l' Islam all' annuncio di passeggiate con maiali dove si pensava di costruire una moschea. Nulla di nuovo, allora. Gli insulti alla ministra Kyenge appartengono a questa perversa normalità, accettata e addirittura premiata con incarichi istituzionali. Ma Calderoli non era e non è solo, è parte di una schiera che ha fatto del linguaggio razzista, omofobo, sessista un essenziale strumento di comunicazione, per acquisire consenso e costruire identità. E infatti, per giustificarlo, si è detto che le sue erano parole da comizio, dunque legittime, senza rendersi conto dell'enormità di questa affermazione: la propaganda politica può travolgere il rispetto dell' altro, negandone l' appartenenza stessa al comune genere umano, pur di arraffare un miserabile voto. 

Ma era una battuta, si è detto. Lo sentiamo dire da anni, senza che questa pericolosa deriva sia mai stata contrastata seriamente da nessuno. Anzi, è stata sostanzialmente legittimata da due categorie - i realisti e i derubricatori. Innocue quelle battute, derubricate a folklore, a modo per avvicinare il linguaggio della politica a quello dei cittadini. Ma il linguaggio è strumento potente e impietoso, e oggi ci restituisce l'immagine di una società degradata, nella quale sono stati inoculati veleni che l' hanno drammaticamente intossicata. Inutili moralismi, ribattono i realisti, che guardano alla Lega come forza politica, addirittura come una "costola della sinistra". Ma una cosa è considerare la rilevanza politica di un fenomeno, altro è accettarne ogni manifestazione, rinunciando a contrastare proprio ciò che frammenta la società, ne esaspera i conflitti. Altre deviazioni potrebbero essere ricordate. E tutto questo ci dice che, per tornare ad una decente normalità, serve una innovazione politica profonda, che esige altre idee e altri soggetti.



                                                                  Stefano Rodotà




Fonte:  La Repubblica

sabato 1 giugno 2013

Dio è Donna?



Dobbiamo ammettere che il bisogno di proteggere la famiglia, in tutto ciò che le si è voluto attribuire di “naturale” e di “sacro”, è ancora molto radicato.

 Lo dice il fatto che non tutti i cambiamenti che l’attraversano vengono portati allo scoperto, descritti con l’attenzione che meritano e riconosciuti nei legami che li tengono insieme.

A parte le leggi che sono venute modificando secolari disuguaglianze di potere tra i sessi in tempi abbastanza vicini a noi -sono degli anni ’70 il divorzio, la legalizzazione dell’aborto, il nuovo diritto di famiglia-, raramente si fa parola della “rivolta” pacifica ma non indolore che ha avuto per protagonista la figura femminile, e come luoghi insoliti di grandi svolte storiche la sessualità, l’amore, la procreazione, la cura e il lavoro domestico.

Con l’istruzione, l’ingresso nella sfera pubblica, l’autonomia economica, la scoperta di un’amicizia con le proprie simili fatta di progetti condivisi e consapevolezze nuove, si è andata sviluppando anche la libertà delle donne di pensarsi come persone, non vincolate fatalmente agli interessi della casa, in quanto mogli e madri, custodi di genealogie maschili dominanti.

Ma di questa rivoluzione che partiva dai corpi, dai sentimenti e dalle relazioni più intime, mostrandone l’ambiguità, le cancellazioni, gli intrecci di amore e odio, è difficile trovare traccia nelle politiche sociali, che continuano a rivolgersi genericamente alla “famiglia”, nel discorso sul welfare, sull’occupazione femminile e sul rapporto maternità e lavoro.

Persino il dibattito che si è andato aprendo sulla violenza che avviene quotidianamente all’interno delle case, sembra muoversi con grande cautela quando si tratta di interrogare legami tradizionali di dipendenza, oblatività, responsabilizzazione femminile , e le scelte libere che oggi una donna può fare riguardo alla propria vita e al proprio benessere.

Se l’idealizzazione della famiglia è così duratura, nonostante sia smentita dai dati che parlano di separazioni, divorzi, maltrattamenti, abusi e omicidi, oltre che del numero crescente di persone che vivono sole, forse è perché è lì, negli interni delle case, che tornano ancora a confondersi la nostalgia dei figli, il potere di indispensabilità delle madri e i residui di un dominio patriarcale in declino.

Per essere stato così a lungo depositario dei bisogni primordiali dell’essere umano, della memoria della specie e di ogni singolo individuo, il nucleo famigliare è oggi il luogo più esposto a spinte contrastanti di conservazione e cambiamento.

 Il saccheggio che subisce quotidianamente per l’invasività del mercato e dei nuovi mezzi di comunicazione, se per un verso lo costringono ad aprirsi verso il mondo, per l’altro ne rafforzano la funzione protettiva e l’immagine di riserva salvifica.
Il dubbio che le donne, mogli, madri, sorelle, non siano più disponibili a portare il peso maggiore in fatto di cura e sostegno morale alla crisi di un modello di civiltà che non hanno contribuito, se non indirettamente, a creare, è certamente una delle ragioni che porta in questo momento allo scoperto, proprio a partire dalla famiglia, fragilità e violenza maschile.
La perdita della centralità che ha avuto la figura materna in quell’aggregato tutt’altro che secondario della grande economia che è il lavoro necessario alla riproduzione della vita, è come se avesse tolto il velo alla neutralità e all’autonomia apparente di cui si è fatto forte finora il primato maschile nel governo del mondo. 

Ma ha lasciato anche le donne nella posizione incerta di chi vede decantati i vecchi equilibri, senza che se ne siano profilati dei nuovi.
Mancano ancora, in questo difficile, contraddittorio passaggio della convivenza umana, la volontà e l’immaginazione necessarie per ripensare il piacere e la responsabilità del vivere fuori dalle divisioni di ruoli, dalle gerarchie di potere e di valore, che hanno segnato disastrosamente non solo la relazione tra donne e uomini, ma anche tra corpo e pensiero, biologia e storia, individuo e società.
Nel difficile, incerto passaggio a una diversa distribuzione di responsabilità e di compiti, ma anche di piaceri e occasioni di arricchimento personale tra padri e madri, può capitare che siano gli uomini a riscoprire ciò che è loro mancato nelle prime cure di un figlio, e le donne esitanti ad abbandonare il ruolo con cui finora hanno dato un senso alla loro vita, per scelta o per imposizione, o per entrambe.

Fanno riflettere alcune considerazioni contenute nell’articolo di Sarantis Thanopulos pubblicato dal Manifesto  a proposito dell’uomo di 40 anni che alcuni giorni fa ha gettato dalla finestra la figlia di 14 mesi e il figlio di 4 anni, e che subito dopo ha cercato di fare la stessa cosa con la moglie. Non ci è riuscito e alla fine si è buttato giù suicidandosi.
“Secondo la percezione dei vicini la famiglia era “felicissima”. La cronaca è piena di fatti atroci che accadono in famiglie felicemente normali secondo la percezione di tutti, diretti interessati compresi. La cosa è comprensibile: si considera normale l’assenza di conflitti, la familgia stessa si adopera per anestetizzarli, per renderli innocui (…)Le famiglie non sono né colpevoli né innocenti. Sono abitate da fantasmi che i poeti tragici hanno messo sulla scena ben prima che li scoprisse la psicanalisi. La materia di questi fantasmi è fatta di desideri rimossi, di passioni in cerca di rappresentazione, di emozioni in cerca di pensiero che possa renderle leggibili e gestibili. Più le famiglie sono priva di conflitti più la funzione paterna latita (…) Il mondo è pieno di uomini che procreano senza essere padri, senza sentire di poterlo essere. I figli sono un regalo che la donna ha loro estorto e occuparsene li riempie di angoscia. Sono padri senza futuro e se il futuro si affaccia lo attaccano.”

Nel caso in questione l’uomo era disoccupato e la famiglia si reggeva sul lavoro della moglie, e l’angoscia forse è nata proprio dalla perdita di un ruolo tradizionalmente maschile e dallo smarrimento di fronte a un compito di cura di solito delegato alla madre, e quindi percepito come “femminile” e svalutante agli occhi di altri uomini.
Di questo groviglio di sentimenti che crescono dentro le case, nei rapporti di coppia, poco si dice e forse poco sanno coloro che li vivono. Sull’educazione dei sentimenti poco è venuto finora anche dalla scuola.

                                                                                  

                                                                               Lea Melandri
















Fonte: Corriere della sera