venerdì 27 maggio 2011

Il Senso di una Scelta

  • Pubblicare una Rivista significa misurare idee contenuti e interpretazioni per cercare di ampliare continuamente i suoi orizzonti in un mondo che cambia rapidamente.
Nel mondo dei media, dopo l'affermazione del mezzo televisivo, viviamo il periodo dell'affermazione dell'informatica straordinaria e dirompente.
 Il tradizionale mezzo cartaceo utilizzato per le riviste di cultura è stato insidiato messo alla prova per accogliere sfide nuove di rinnovamento e creatività, quelle che intendiamo mettere in atto con la Rivista Culturale on line Bruzia.


Il nostro interesse è quello di esercitare una competitiva influenza degli ambiti di pertinenza che per  questa rivista saranno a carattere Culturale ovvero Letterario Storico Filosofico Scientifico Umano.


La nostra idea è di voler proporre questi temi intendendo però raggiungere non solo élites sociali e culturali, ma strati sempre più larghi di lettori. Dilatare la cultura ad ambiti che altrimenti ne resterebbero fuori. 

 In una situazione di tale impegno, la condivisione  intende proporsi  come dimensione per così dire “collaborativa” anche con enti e organi culturali per sostenere e condividere sforzi, farsi carico degli oneri necessari alla contestualizzazione di tematiche specifiche. Spaccato e rappresentazione della contemporaneità culturale; per gestire idee di promozione e progresso, prodotti e servizi culturali di ampio respiro con creativa intuizione.


La necessità di creare una Rivista Culturale, é dovuta al bisogno stesso di fissare una Presenza per meglio comprendere e interpretare la Realtà.

La Redazione costituisce il nucleo fondante della Rivista Bruzia il cui lavoro, nobilita il ruolo e la funzione degli operatori in ambito Culturale.

In un retroterra culturale vivace la nostra <<Necessità Creativa>> è testimonianza della Robustezza dello stesso tessuto sociale della realtà locale in cui viviamo e operiamo e del valore aggiunto che ad essa la cultura sa offrire in ogni circostanza.

Progetto Editoriale nel quale sapranno ritrovarsi coloro che saranno in grado di ritrovare non solo la nostra onestà intellettuale ma soprattutto il valore delle nostre idee nel valore dei contenuti proposti per una corretta diffusione delle informazioni.

Pertanto l’'acquisizione sul proprio computer di qual si voglia materiale: immagini, testi e/o altro è raccomandata per un uso strettamente personale in quanto soggetta al Diritto d'Autore. 


Difatti per le opere presenti in questo sito si assolvono gli obblighi derivanti dalla Normativa sul Diritto d’Autore e sui diritti connessi.

Inoltre se ne vieta la pubblicazione e la diffusione senza il consenso della Redazione e del suo Direttore Responsabile, ricordando il grande sforzo creativo, organizzativo e intellettuale che tale progetto comporta.



La Rivista Bruzia intende rappresentare uno Spazio di Confronto Libero e Aperto sul nostro tempo per non Smarrire la Memoria del Presente e del Passato e dare Visibilità all’Immaginazione del Futuro attraverso il registro stilistico proprio di una Rivista di Cultura che si occuperà nello specifico di  Arte Filosofia Letteratura Storia Cultura Società e Vita che propone di offrire una Libera  Riflessione - Discussione Interdisciplinare sui problemi più attuali. 

Analizzando i Problemi le Questioni i Temi e gli Argomenti da “diverse longitudini” da più punti di vista, facendo interagire discipline anche molto diverse fra loro nell'intento di generare Nuove Idee, Nuovi Spunti offrendo un Quadro dinamico delle Conoscenze e della complessità del Sapere.

La Rivista Bruzia luogo privilegiato per una Discussione Critica su società media e industrie culturali, arti e subculture, consumi e stili di vita,  rituali e multiculturalismo o forme di post-colonialismo, intende ripensare i tradizionali oggetti delle scienze umane e sociali alla luce dei loro molteplici contesi e significati culturali; intende coniugare analisi di opere, temi e argomenti attraverso l’interesse militante della Contemporaneità, rivolgendo la propria attenzione a temi classici, a Capolavori a fenomeni di costume, a opere cult a casi a ciò che di interessante emerge nel mondo.

Notizie e commenti sul mondo delle culture, sulle sue luci e le sue ombre le forze e le debolezze.

I temi 
che si propone di affrontare sono tra gli altri quelli della Convivenza del Dialogo della Laicità e dei Diritti Umani dei Problemi Internazionali le Tematiche Giovanili e Femminili Ecologia Democrazia Politica Cultura Società Memoria e Tradizioni.

La Rivista Bruzia ha carattere Culturale è Apartitica Indipendente e Libera anche finanziariamente, può contare sulla solidarietà di quanti l'apprezzano e vorranno sostenerla secondo il principio delle donazioni volontarie  per la sua funzione strumento di democrazia e di partecipazione attenta alle trasformazioni della società e alle problematiche del mondo del lavoro.

Intende promuovere momenti di Ricerca Sociale, proponendo l’Analisi e lo Studio delle Forme di Potere, della struttura della società e dei modelli economici, dei fenomeni migratori della nuova società multiculturale e della ricerca internazionale. 

La Rivista Culturale Bruzia intende favorire lo sviluppo del dibattito teorico e contribuire ad aprire la cultura alla filosofia e alla discussione pubblica, poiché considera indispensabile sia il confronto con le idee, i metodi e i linguaggi della scienza; sia l'approfondimento dei temi dell'ermeneutica e delle questioni legate ad ambiti più strettamente "umanistici" come l'etica, l'estetica o la filosofia politica.
Sottraendo al campo esclusivo della riflessione giornalistica della cronaca i grandi problemi dell'attualità bioetica guerra pace giustizia diritti negati differenze di genere, per proporre un approfondito sviluppo tematico.

Bruzia periodico di Critica e Cultura ambisce a costruirsi un proprio Spazio nell’ambito degli studi sulla civiltà le lettere e la ricerca filosofica. 


Ha l’obiettivo precipuo di promuovere e garantire l'elaborazione di informazioni legate allo sviluppo degli studi Umani.

 Indaga e interpreta temi e contesti del mondo dell'educazione della formazione e degli interventi sociali traducendoli per il suo pubblico di lettori, in strumenti di informazione formazione riflessione e confronto.


Si Articola in Specifiche Sezioni:

Sezione di Dossier Culturali Monografici.

Sezione Personalità della Letteratura Filosofia


 Arte Musica

Sezione Impegno civile

Sezione Temi ed Esperienze

Sezione Rubrica di Informazione

Sezione Recensioni e Segnalazioni

Sezione Testi e Fonti

Sezione Tematiche Pedagogiche Didattiche
Sezione Supporti Scolastici e Materiali Didattici: ausilio allo studio e/o alla conoscenza disciplinare.

Sezione Scuola Educazione dedicate alle diverse manifestazioni culturali fuori e dentro la Rete.


Per alcune di queste sezioni sarà attivo Abbonamento per avvalersi di specifici Approfondimenti e per acquisire i servizi connessi.

La diffusione e la consultazione appronta sperimentalmente software di traduzione e protezione dei materiali in esso contenuti.

La Rivista Bruzia ospita e accoglie opinioni diverse, secondo la formula che consente la massima apertura ai collaboratori, antropologi culturali, esperti in comunicazione, filosofi, storici e scienziati sociali di varie discipline, nel rispetto dei principi fondanti.




Donna Bruzia
Ideatrice e Responsabile


La gioia di scrivere




Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?

Ad abbeverarsi ad un'acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio - anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola "bosco".


Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d'inchiostro c'è una buona scorta
di cacciatori con l'occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d'occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C'è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d'una mano mortale.

          Wisława Szymborska
       (premio Nobel 1996)

Indifferenti di Antonio Gramsci





                        Odio gli indifferenti. 
Credo che vivere voglia dire essere partigiani. 
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. 
Opera passivamente, ma opera.
È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.

 Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. 

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

 Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.

 Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.

 E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo.
 E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.
 Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano.

 Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.


                                      Antonio Gramsci
                                     11 febbraio 1917



                                
                             

Biografia di Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese

(Roma 1914 - Rapallo 1998)
Nata da Oreste Ortese, impiegato governativo in un ufficio finanziario della Prefettura della capitale, e da Beatrice Vaccà, donna di superiore condizione sociale ben presto obliata in favore della famiglia, la piccola Anna Maria frequenta le scuole elementari in Libia fino a che fa ritorno coi genitori in Italia, per stabilirsi a Napoli. 

Scrive la sua prima prosa all'età di diciassette anni e la invia ad “Italia Letteraria” (poi “Fiera Letteraria”), che decide di pubblicarla.

 Dipoi, esordisce nel 1937 con la raccolta di racconti “Angelici dolori”, per la quale viene apparentata al “realismo magico” del Bontempelli; nelle opere successive, tuttavia, meglio si delinea la personalità di un'autrice non riconducibile ad alcuna precisa influenza, sensibile ed attenta alla realtà però - a differenza degli scrittori del neorealismo che, parole sue, “si gravavano della cronaca” senza riuscire a dominarla - capace di trasfigurare la medesima attraverso uno sguardo lieve e penetrante. 
L'arco immenso dell'arte sua (oggi in parte riunito nei due splendidi volumi dei “Romanzi”, editi da Adelphi) è contenuto, ad esempio, nelle narrazioni de “Il mare non bagna Napoli” (1953, premio Viareggio), ove l'oscillazione fra l'oggettività visionaria del primo racconto

 - “Un paio di occhiali”, nel quale questi ultimi rivelano l'orribilità del mondo ad una bimba carente di vista - e la febbrile soggettività di quello conclusivo

 - “Il silenzio della ragione”, lucido e tagliente ritratto dell'ambiente intellettuale partenopeo del periodo - danno conto della non comune duttilità espressiva ortesiana.

 E’ del 1965 “L’iguana”, il suo debutto nel romanzo, che apre “la stupefacente processione di esseri vilipesi e oscuri, di spoglie zoomorfe, sentimenti umani e virtù celesti, destinati ad accamparsi sul frontespizio dei romanzi a venire” (M.Farnetti);
seguono “Poveri e semplici” (1967, premio Strega),“La luna sul muro” (1968), “L'alone grigio” (1969), “Il porto di Toledo” (1975), “Il cappello piumato” (1979). 

Verranno infine le cose più note e mature, “Il cardillo addolorato” (1993), “Alonso e i visionari” (1996), ove una suggestiva mediazione tra “il risentimento e il sogno di una società felice, la pena di vivere e la proiezione fantastica” (P.Di Stefano) prende corpo e lo sperimentalismo linguistico produce esiti memorabili. 
Appartata ed introversa (“sono sempre stata sola, come un gatto”), lontana dalle conventicole letterarie, segnata per tutta la vita dal dolore e dalla povertà (“si scrive perché si cerca compagnia, poi si pubblica perché gli editori danno un po’ di denaro”), è la maggiore scrittrice - assieme ad Elsa Morante - che il nostro Novecento abbia espresso.
Francesco Troiano








Opere della Ortese: Trilogia Fantastica.









<<Il mare non bagna Napoli>>


Pubblicato nel 1953 da Einaudi, premio Viareggio dell’anno successivo, “Il mare non bagna Napoli” è una delle opere più note di Anna Maria Ortese.

 La raccolta di novelle fece conoscere la scrittrice, ma le valse anche l’ingiusta accusa di antinapoletanità. 

La città che emerge dai racconti, infatti, ha qualcosa d’infernale ed è presentata senza retorica, con sguardo critico e lucido.
La scrittura si fa guida attraverso i vicoli, tra le tragedie familiari della plebe, le condizioni disumane di vita, senza quella “complicità” che aveva caratterizzato gli scrittori della napoletanità come Eduardo De Filippo. 

L’intento della Ortese non è denigratorio, come testimonia la Guida alla lettura pubblicata nell’ultima edizione Adelphi del testo del 1994; è, invece, quello di creare uno schermo su cui proiettare il proprio “doloroso spaesamento, il male oscuro di vivere”. 

Così la sofferenza e l’indignazione della scrittrice prendono corpo nei racconti quali “La città involontaria”, omaggio a Dante che mette a nudo la miseria umana, o “Il silenzio della ragione”, che chiama in causa gli intellettuali e la loro indifferenza.

 Emblematica è la storia di Eugenia, “Un paio di occhiali”, che apre il libro con il dolore della scoperta del mondo da parte di una bambina mezza cieca che finalmente può indossare gli occhiali per vedere “il mondo fatto da Dio” con il vento, il sole, il mare che aveva sempre immaginato e che invece è colta da una vertigine: “ le gambe le tremavano, le girava la testa, e non provava più nessuna gioia (…) Eugenia si era piegata in due e, lamentandosi, vomitava”.

 La realtà è intollerabile “alla vista” per la scrittrice; tolto il velo onirico, resta il male contro il quale si scaglia la sua polemica morale.

 La risposta ad un mondo senza speranza non è, tuttavia, la fuga, perché anche quella lascia un gusto amaro quando inevitabilmente bisogna fare i conti con la realtà, con quegli occhiali che svelano il dolore.

 E’ il caso di Anastasia Finzio, una donna rassegnata alla solitudine e alla povertà che sogna un’altra vita quando scopre che è tornato a Napoli il suo spasimante di gioventù, Antonio Laurano, e pensa di poter cambiare “come un viottolo che sembra morire in un campo sterrato, e invece, a un tratto, si apre in una piazza piena di gente, con la musica che suona”. 
Ma Antonio è fidanzato con un’altra, non resta che l’amarezza del reale: “Un sogno era stato, non c’era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita…era una cosa strana, la vita.
 Ogni tanto sembrava di capire che fosse e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno”.


IL Cardillo Addolorato





Romanzo organizzato in cinquanta capitoli divisi in sette parti, “Il cardillo addolorato” è il pannello centrale del trittico del fantastico, delle “bestie – angelo”, che include “L’iguana” e “Alonso e i visionari”.
 Favola metafisica d’ambientazione vagamente storica (siamo in una Napoli di fine Settecento), l’opera è animata da una pluralità di voci e di personaggi le cui vicende si svolgono in una dimensione onirica tale da fondere i momenti reali e quelli sognati. 
I punti di vista del racconto sono molteplici e si sovrappongono in una struttura narrativa complessa che poggia su una lingua letteraria elegante, appena connotata d’elementi dialettali.

Un gruppo di viaggiatori “di genere fantastico, viaggiatori nelle nuvole” giunge da Liegi nella città partenopea, “la città dal golfo fatato”: il principe Ingmar Neville, uomo dal carattere duro e malinconico, principale protagonista della storia; lo scultore Albert Duprè; il commerciante Alphonse Nidier. 
I tre stranieri sono ospiti del guantaio di Santa Lucia, don Mariano Civile, la cui famiglia ha una storia misteriosa.
 La figlia Elmina nasconde un segreto legato al ricordo di un uccellino morto a causa sua.
 Il cardillo Dodò era la passione di Floridia, sorella di Elminia che, da bambina, per farle dispetto, l’aveva lasciato morire.
 Per il dolore, la piccola Floridia morì ed Elminia diventò fredda e ruvida “come una pietra”.
 La giovane risveglia nel principe sentimenti contrastanti: egli è consapevole che la sua bellezza cela “un mistero non buono” e tenta di opporsi al matrimonio della ragazza col suo giovane amico scultore che se ne è subito invaghito.
 Gli sforzi di Neville saranno vani e i due giovani sposi convoleranno a nozze senza amore.
 Il contegno di Elminia sarà sempre più strano, come “una giovane capra” la donna non fingerà nemmeno di amare il marito. 
Taciturna e cupa, ossessionata dalla presenza – assenza del cardillo, entità fantastica che diventa “padrone malinconico” delle vite dei personaggi, la donna causerà anche la morte del figlio Alì Babà per “l’orrore di ombre” che infligge al piccolo. 
Dopo molti anni, il principe di Neville farà ritorno a Napoli dove troverà Elminia vedova, provata dalla solitudine e dall’indigenza, che si aggira tra i vicoli di Napoli “luogo di pena” insieme alla figlia Sasà e ad un piccolo deforme, muto e cieco, su cui riversa un amore insensato.






Alonso e i visionari





Romanzo conclusivo della trilogia fantastica di Anna Maria Ortese, che consolida la scelta poetica della scrittrice per la rarefazione del linguaggio e le suggestioni oniriche (“…ritengo che l’Universo non sia circolare come si tende a definirlo, ma ellittico, ed esso perde di là, da quella sua deviazione – ancora, fortunatamente, splendente – tutto il suo sangue o sostanza, tutto ciò che chiamiamo tempo”), “Alonso e i visionari” s’incentra su un piccolo puma dell’Arizona intorno al quale ruotano le vicende dei personaggi, “i visionari”, cui tocca in sorte di incontrarlo.

La vicenda si sviluppa per rivelazioni che ogni volta sembrano negare le verità precedenti, tra poliziesche e metafisiche, in merito ad un delitto accaduto, in una certa notte, in una casa vicino Prato.

Tremenda storia “di assassini, di visionari e di complici”, l’opera narra “una vera storia italiana” di cui la narratrice è testimone.
I protagonisti sono tutti legati da una sorta di pazzia che è come “un buco nell’intelligenza, nell’azzurro, dal quale entrano il freddo e la cecità degli spazi stellari”.
 Un noto professore d’italiano ispiratore di terroristi e di altri “uomini del lutto”, i suoi figli circondati dal mistero, un professore americano segnato dalla debolezza di voler capire e compatire, seguono le tracce del puma Alonso, oggetto ora di un odio irragionevole, ora di un amore inerme, in una storia intricata, un giallo che sorge sull’incessante “sgarbo agli dei” da cui ogni altro delitto ha origine, quel peccato molto comune agli uomini che è “il più grave di tutti i peccati: il disconoscimento dello Spirito del mondo”.

venerdì 20 maggio 2011

A Morte Devagar


Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, il colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

                                                       Martha Medeiros
                                             pubblicata sul quotidiano Zero Hora di Porto Alegre, Brasile
                                                                    (novembre 2000)