martedì 28 maggio 2013

NO la COSTITUZIONE NO




Sono 60 le associazioni che hanno aderito e saranno presenti alla manifestazione del 2 giugno a Bologna (piazza Santo Stefano – dalle ore 13.30). Dalle associazioni nazionali per la legalità e il lavoro come LIBERA, ANPI, CGIL e FIOM a quelle che più direttamente si ispirano alla difesa della Costituzione. 
Una rete di movimenti grandi e piccoli ramificati sul territorio da Palermo a Rovigo, da Bari a Pistoia che dalla mobilitazione del 2 giugno iniziano un percorso comune. “Dobbiamo crescere fino a costituire una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto, da parte di chi cerca il consenso e chiede il nostro voto per entrare nelle istituzioni”.

Dal palco di piazza Santo Stefano interverranno insieme a Gustavo Zagrebelsky e Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà e Roberto Saviano, Salvatore Settis e Nando dalla Chiesa, Susanna Camusso e Alessandro Pace, Maurizio Landini e Carlo Smuraglia, Lorenza Carlassare e Beppe Giulietti, Raniero La Valle e Giovanna Maggiani Chelli, Alberto Vannucci e Giovanni Bachelet.

Hanno aderito:
Rosy Bindi, Paolo Flores D’Arcais, Roberta De Monticelli, Felice Casson, Pippo Civati, Giovanna Corrias Lucente, Davide Mattiello, Cristina Scaletti, Nadia Urbinati, Daria Bonfietti, Antonio Ingroia, Paolo Nerozzi, Antonio Borghesi, Sandra Zampa, Silvana Amati, Ernesto Bettinelli, Corrado Stajano, Giovanna Borgese, Antonio Caputo, Sergio Lo Giudice.

I circoli di LeG e le associazioni presenti hanno organizzato treni e pullman da Brescia, Torino, Firenze, Milano, Vicenza, Bassano del Grappa, Padova, Parma, Perugia, Ravenna, Roma, Senigallia, Civitanova Marche. 
 
Da anni, ormai, sotto la maschera della ricerca di efficienza si tenta di cambiare il senso della Costituzione: da strumento di democrazia a garanzia di oligarchie. 
Non dobbiamo perdere di vista questo, che è il punto essenziale. Non è in gioco solo una forma di governo che, per motivi tecnici, può piacere più di un’altra.
 L’uguaglianza, la giustizia sociale, la protezione dei deboli e di coloro che la crisi ha posto ai margini della società, la trasparenza del potere e la responsabilità dei governanti sono caratteri della democrazia, cioè del governo diffuso tra i molti. 
L’oligarchia è il regime della disuguaglianza, del privilegio, del potere nascosto e irresponsabile, cioè del governo concentrato tra i pochi che si difendono dal cambiamento, sempre gli stessi che si riproducono per connivenze e clientele. 
Parlando di oligarchie, non si deve pensare solo alla politica, ma al complesso d’interessi nazionali e internazionali, economico-finanziari e militari, che nella politica trovano la loro garanzia di perpetuità e i loro equilibri.

Ora, di fronte alle difficoltà di salvaguardare questi equilibri e alla volontà di rinnovamento che in molte recenti occasioni si è manifestata nella società italiana, è evidente la pulsione che si è impadronita di chi sta al vertice della politica: si vuole “razionalizzare” le istituzioni in senso oligarchico.
 Invece di aprirle alla democrazia, le si vuole chiudere o, almeno, congelare. 
L’incredibile decisione di confermare al suo posto il Presidente della Repubblica uscente è l’inequivoca rappresentazione d’un sistema di complicità che vuole sopravvivere senza cambiare. 
L’ancora più incredibile applauso, commosso e grato, che ha salutato quella rielezione – rielezione che a qualunque osservatore sarebbe dovuta apparire una disfatta – è la dimostrazione del sentimento di scampato pericolo.
 Ogni sistema di potere a rischio, o per incapacità di mediare le sue interne contraddizioni o per la pressione esterna da parte di chi ne è escluso, reagisce con l’istinto di sopravvivenza. 
Ma le riforme, in questo contesto, non possono essere altro che mosse ostili. Per questo, di fronte alla retorica riformista, noi diciamo: in queste condizioni, le vostre riforme non saranno che contro-riforme e il fossato che vi separa dalla democrazia si allargherà. Contro gli accordi che nascondono contro-riforme, noi, per parte nostra, useremo tutti gli strumenti per impedirle e chiediamo a coloro che siedono in Parlamento di prendere posizione con chiarezza e impegnativamente e di garantire comunque la possibilità per gli elettori di esprimersi con il referendum, se e quando fosse il momento.

Soprattutto, a chi si propone di cambiare la Costituzione si deve chiedere: qual è il mandato che vi autorizza? Il potere costituente non vi appartiene affatto.
 Siete stati eletti per stare sotto, non sopra la Costituzione. Se pretendete di stare sopra, mancate di legittimità, siete usurpatori. Se proprio non vogliamo usare parole grosse, diciamo che siete come la ranocchia che cerca di gonfiarsi per diventare bue. Non è la prima volta. E’ già accaduto. Ma ciò significa forse che ciò che è illegittimo sia perciò diventato legittimo?

Per questo, difenderemo la Costituzione come cosa di tutti e ci opporremo a coloro che la considerano cosa loro. La costituzione della democrazia è, per così dire, il vestito di tutta la società; non è l’armatura del potere di chi ne dispone. 
La mentalità dominante tra i tanti, finora velleitari, “costituenti” che si sono succeduti nel tempo nel nostro Paese, è stata questa: di fronte alle difficoltà incontrate e al discredito accumulato, invece di cambiare se stessi, mettere sotto accusa la Costituzione. La colpa è sua! Non sarà invece che la colpa è vostra o, meglio, della vostra concezione della politica e degli interessi che vi muovono?

Su un punto, poi, deve farsi chiarezza per evitare gli inganni. 
Chi vuol cambiare, normalmente, è un innovatore e le novità sono la linfa vitale della vita politica. Per questo, gli innovatori godono d’una posizione pregiudiziale di vantaggio. Ma, esiste anche un riformismo gattopardesco di segno contrario: si può voler cambiare le istituzioni per bloccare la vita politica e salvaguardare un sistema di potere in affanno. Allora, il movimentismo istituzionale equivale alla stasi politica. La stasi solo apparentemente è pace: è la quiete prima della tempesta.

                                                      * * *

Anche noi siamo per la pace; vediamo che il nostro Paese ha bisogno di pacificazione, pur se esitiamo a usare questa parola, corrotta ormai dall’abuso.
 Sappiamo però, anche, che la pace è esigente, molto esigente. Non può esistere senza condizioni. 
Dice la Saggezza Antica: “su tre cose si regge il mondo: la giustizia, la verità e la pace”. 
E commenta così: in realtà sono una cosa sola, perché la giustizia si appoggia sulla verità e alla giustizia e alla verità segue la pace. 
La pace è la conseguenza della verità e della giustizia. 
Altrimenti, pacificare significa solo zittire chi vuole verità e giustizia, per nascondere segreti, inganni e ingiustizie e continuare come prima. Non è questa la pace di cui il nostro Paese ha bisogno.

Non siamo né i velleitari né i giacobini che ci dipingono. 
Non crediamo affatto al regno perfetto della Verità e della Giustizia sulla terra. Sappiamo bene che la politica non si fa con i paternoster e temiamo i fanatici della virtù rigeneratrice. Ma da qui a tutto accettar tacendo, il passo è troppo lungo. Siamo disposti alla pacificazione, ma a condizione che, nelle forme e con i mezzi della democrazia, si abbia come fine la ricerca della verità e la promozione della giustizia.
 Altrimenti, pacificazione è parola al vento. La pacificazione non è un sentimento o una predica, ma è una politica. È, dunque, una cosa molto concreta, difficile e impegnativa, perché non significa stare tutti insieme in un patto di connivenza.
 Significa combattere le zone oscure del potere, le sue illegalità, i suoi privilegi e le sue immunità; significa operare per la giustizia in favore del riequilibrio delle posizioni sociali, della riduzione delle disuguaglianze, dei diritti dei più deboli, di coloro che la crisi economica ha ridotto allo stremo, spingendoli ai margini della società. Solo questa è pacificazione operosa e veritiera.

Si dice che le “riforme istituzionali e costituzionali” hanno questo scopo. Ma, noi temiamo che, dietro alcune riforme “neutre”, semplificatrici e razionalizzatrici (numero dei parlamentari, province, bicameralismo), ve ne siano altre, pronte a saltar fuori quando se ne presenti l’occasione propizia, le quali con la pacificazione non hanno a che vedere. Piuttosto, hanno a che vedere con ciò che si denomina “normalizzazione”.

                                                        * * *

La procedura. Esiste, nella Costituzione (art. 138) una procedura prevista per la sua “revisione”. 
Ma oggi se ne immagina un’altra, farraginosa e facente capo a un’assemblea, chiamata “convenzione”. 
Si sta cercando la via per una spallata per la quale le procedure ordinarie, per la volontà impotente delle forze politiche, non sono sufficienti? Già il nome induce al dubbio che di ben altro che di una “revisione” si tratti. Le “convenzioni costituzionali” (a iniziare da quella di Filadelfia del 1787) possono essere convocate con limitati compiti riformatori, ma poi prendono la mano e pretendono di essere “costituenti”, cioè di scrivere nuove costituzioni. 
Il fatto poi che qualcuno abbia fatto riferimento a una “Commissione dei 75”, come la “Commissione per la Costituzione” che elaborò ex novo la vigente Costituzione del 1947, non fa che rafforzare questa supposizione, confermata dal fatto che ritorna il linguaggio e la mentalità della “grande riforma”. Par di capire che si voglia la riscrittura ex novo dell’architettura della politica. 
L’odierna procedura – da quel poco che si capisce e dal molto che non si capisce – è un miscuglio in cui sono messi insieme parlamentari ed “esperti”, scelti dai partiti, presumibilmente in proporzione alle forze che compongono il Parlamento.
 Il prodotto dovrebbe passare per le commissioni “affari costituzionali” e giungere alle Camere, separate o riunite (presumibilmente per superare l’ostilità del Senato), per concludersi con l’approvazione, non senza una concessione alla democrazia del web. 
Il voto finale dovrebbe essere un “prendere o lasciare” (su tutto il “pacchetto” o sulle singole parti, non si sa), senza possibilità di emendamento. Poiché un tale procedimento è totalmente estraneo alla Costituzione vigente, le è anzi contrario, s’immagina che poi, con una legge costituzionale si ratificherà l’accaduto.
 Non è nemmeno il caso di commentare in dettaglio questo pasticcio annunciato: la legge costituzionale di ratifica ex post non è essa stessa la confessione che quel che intanto si fa è fuori della Costituzione? i “garanti della Costituzione” non hanno nulla da eccepire? la convenzione nascerebbe come proiezione di un parlamento eletto con una legge elettorale che, col premio di maggioranza, altera profondamente la rappresentanza, ma non s’è sempre detto che le assemblee con compiti costituenti devono essere “proporzionali”? gli “esperti”, scelti dai partiti, saranno dei “fidelizzati”? il loro compito non si ridurrà alla “copertura” delle posizioni di chi li ha scelti con quello scopo? come si esprimeranno: con una voce sola, che fa tacere i dissidenti, o con più voci? se le opinioni saranno diverse – come necessariamente dovrà essere se gli “esperti” saranno scelti senza preclusioni – che cosa aggiungerà il loro lavoro a un dibattito che, tra gli esperti, dura già da più di trent’anni? se saranno chiamati a votare, cioè a scegliere, non avremmo allora dei tecnici chiamati a esprimersi politicamente? in fine, come potrebbero i parlamentari degnamente accettare l’umiliazione del voto bloccato “sì-no” sulle proposte della Convenzione? Questi arzigogoli contraddittorii non sono forse il segno della confusione in cui si caccia la volontà, quando è impotente?

Il presidenzialismo. Nel merito della riforma, ancora una volta, dietro le quinte s’affaccia la volontà di presidenzialismo: “semi” o intero. 
L’argomento sul quale, da ultimo, si basano i presidenzialisti, è il seguente: i tempi della presidenza Napolitano hanno visto una trasformazione “di fatto” dell’ordinamento, in questo senso. Non è allora naturale che si costituzionalizzi, regolandolo, quanto è già avvenuto? A questo riguardo, però, occorre distinguere. Una cosa è l’espansione dell’azione presidenziale utile a preservare le istituzioni parlamentari previste dalla Costituzione, nel momento della loro difficoltà, in vista del ritorno alla normalità. Altra cosa è l’azione che prelude a trasformazioni per instaurare una diversa normalità. Queste contraddicono l’obbligo di fedeltà alla Costituzione che c’è, obbligo contratto da chi fa parte delle istituzioni. Aut, aut. Non sono rispettosi dei doveri costituzionali presidenziali, e del Presidente medesimo, i sostenitori dell’avvenuta trasformazione della “costituzione materiale”. Il “garante della Costituzione” agisce per preservarla o per trasformarla?

Noi temiamo che il presidenzialismo, quali che siano le sue formulazioni e i “modelli” di riferimento, nel nostro Paese non sarebbe una semplice variante della democrazia. Si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. 
Sarebbe, anzi, la costituzionalizzazione, il coronamento della degenerazione oligarchica della nostra democrazia. Sarebbe la risposta controriformista alla domanda di partecipazione politica che si manifesta nella nostra società al tempo presente. L’investitura d’un uomo solo al potere, portatore e garante d’una costellazione d’interessi costituiti, non è precisamente l’idea di democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione, alla quale siamo fedeli.

Controlli. Il senso concreto del presidenzialismo che viene proposto in questa fase della nostra vita politica si chiarisce minacciosamente anche con riguardo ad altri due temi all’ordine del giorno dei riformatori costituzionali: l’autonomia della magistratura e la libertà dell’informazione.
 Ogni oligarchia ha bisogno di organizzare e gestire il potere in maniera nascosta, segreta. Ma la democrazia è il regime in cui il potere pubblico è esercitato in pubblico. 
La pubblicità delle opere dei governanti, è la condizione della loro responsabilità. Il potere non responsabile è autocratico, non democratico. 
Qual è il rimedio contro la chiusura del potere politico su se stesso? È la conoscenza veritiera dei fatti. E quali sono gli strumenti di tale conoscenza? Le indagini giudiziarie e le inchieste giornalistiche. Per nulla sorprendente è che chiunque si trovi ad esercitare un potere oligarchico sia ostile alla libertà delle une e delle altre, quando forse, invece, trovandosi all’opposizione, l’aveva difesa a spada tratta. Nulla di sorprendente: non sorprendente, ma certamente inquietante la concomitanza di proposte restrittive dell’azione giudiziaria e giornalistica con i progetti di riforma del sistema di governo. 
Chi ha a cuore la democrazia non può ragionare secondo la logica contingente della convenienza, ma deve difendere la libertà della pubblica opinione, indipendentemente dal fatto che questa libertà possa giovare o nuocere a questa o quella parte, a questi o quegl’interessi.

La legge elettorale. La riforma della legge vigente è riconosciuta come emergenza democratica, da tutti e non da oggi. Dopo che la Corte costituzionale, con l’improvvida sentenza che aveva dichiarato inammissibile il referendum che avrebbe ripristinato la legge precedente (soluzione realisticamente prospettata, fin dall’inizio, da Libertà e Giustizia), tutti dissero in coro: riforma elettorale, fatta subito con legge.
 Si è visto. Anche oggi si ripete la stessa cosa, ma con quali prospettive? Esiste una convergenza di vedute in Parlamento? È difficile crederlo e già emergono le resistenze. I due maggiori aspetti critici della legge attuale, dal punto di vista della democrazia, sono l’abnorme premio di maggioranza e le liste bloccate. 
Ma il premio di maggioranza farà gola ai due raggruppamenti maggiori che, sondaggi alla mano, possono sperare di avvalersene. Le liste bloccate (i parlamentari “nominati”) sono nell’interesse delle oligarchie di partito e degli stessi membri attuali del Parlamento, che possono contare sulla ricandidatura facile, tanto più in mancanza d’una legge sulla democrazia nei partiti, anch’essa sempre invocata (subito la legge!) quando scoppia qualche scandalo.
 Dal punto di vista della funzionalità o governabilità del sistema, occorrere poi eliminare il diverso metodo di attribuzione del premio di maggioranza nelle due Camere, ciò che ha determinato la vittoria di un partito nell’una, e la sua sconfitta nell’altra. Il ritorno al voto con questa incongruenza sarebbe come correre verso il disastro, verso il suicidio della politica. Ma anche a questo proposito, non si può essere affatto sicuri che calcoli interessati, questa volta non a vincere ma impedire ad altri di vincere, non abbiano alla fine la meglio. 
Il Capo dello Stato ha minacciato le sue dimissioni, ove a una riforma non si addivenga. Altri immaginano una riforma imposta dal Governo con decreto-legge. Sono ipotesi realistiche? Possiamo davvero immaginare che un Presidente della Repubblica, che porti le responsabilità inerenti alla sua carica, al momento decisivo sarebbe pronto a sottrarvisi, precipitando nel caos? 
Quanto al Governo, possiamo credere ch’esso possa agire facendo tacere al suo interno le divisioni esistenti tra le forze parlamentari che lo sostengono, le quali sarebbero comunque chiamate a convertire in legge il decreto (senza contare – ma chi presta più attenzione a questi dettagli? – che la decretazione d’urgenza è vietata in materia elettorale).

                                                        * * *

E allora? C’è da arrendersi a questa condizione crepuscolare della democrazia? 
Al contrario. C’è invece da convocare tutte le energie disponibili, dovunque esse si possano trovare, proprio come abbiamo cercato di fare con questa pubblica manifestazione. 
Per raccogliere in un impegno e in un movimento comune la difesa e la promozione della democrazia costituzionale che, per tanti segni, ci pare pericolare.
 Dobbiamo crescere fino a costituire una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto, da parte di chi cerca il consenso e chiede il nostro voto per entrare nelle istituzioni. 
Per questo dobbiamo riuscire a spiegare ai molti che la questione democratica è fondamentale; che non possiamo rassegnarci. 
Essa riguarda non problemi di fredda ingegneria costituzionale da lasciare agli esperti, ma la possibilità, da tenere ben stretta nelle nostre mani, di lavorare e cercare insieme le risposte ai problemi della nostra vita. 
Domandare pace, lavoro, uguaglianza e giustizia sociale, diritti individuali e collettivi, cultura, ambiente, salute, legalità, verità e trasparenza del potere, significa porre una domanda di democrazia. 
Non che la democrazia assicuri, di per sé, tutto questo. Ma, almeno consente che non si perda di vista la libertà e la giustizia nella società e che non ci si consegni inermi alla prepotenza dei più forti.



                                               Gustavo Zagrebelsky

Nell'andar via di ognuna di loro c'è ognuna di Noi...



Fabiana, sedici anni, Corigliano Calabro, è l’ennesima vita che scompare per mano di un uomo violento, un ragazzo di un anno più grande di lei. 
Fabiana, come ha raccontato la madre, era una ragazza che aveva tutta la vita davanti, sogni, progetti e ambizioni da realizzare. 
E’ stata uccisa dal fidanzato per aver pronunciato un no.
Le dinamiche che hanno portato al suo omicidio appartengono al repertorio di un classico caso di femminicidio: il possesso, il disconoscimento del desiderio femminile da parte maschile, la chiusura e la solitudine di Fabiana. 
La compagna di scuola ha, infatti, dichiarato alla stampa “noi non l’abbiamo mai capita”. 
Niente di straordinario, perché, spesso, è difficile penetrare nel mondo di una donna che vive una relazione violenta.
L’opinione pubblica e i media se, da un lato, hanno denunciato e descritto l’omicidio di Fabiana, come un caso di femminicidio e non come un raptus di natura passionale, dall’altro, hanno rivelato una certa miopia nel volere trovare un’ulteriore chiave di lettura nella cultura di provenienza del ragazzo.
 Alcuni neurologi e psichiatri intervistati in trasmissioni televisive e radiofoniche hanno interpretato il gesto del fidanzato come un atto di violenza intriso di “tribalismo calabrese”, così alcuni articoli di giornalisti e opinionisti si sono concentrati sulla componente “mafiosa” della cultura calabrese.
Come è successo nei confronti di migranti, anche nel caso di Fabiana, la violenza di genere rischia di essere utilizzata per costruire discorsi pubblici che insistono sulla minaccia incombente della diversità e dell’inferiorità culturale.
Il migrante che commette violenza è lo straniero, il diverso, colui che con la sua presenza mette in pericolo l’identità unica e monolitica di una supposta comunità (etnica, nazionale, morale). 
Nel caso dell’omicidio di Fabiana, invece, la violenza è originata dall’alterità calabrese, portatrice di una cultura arretrata e subalterna che spinge ineluttabilmente a usare violenza nei confronti delle donne.
Questa narrazione “convenzionale” del femminicidio rischia di costruire a livello simbolico e discorsivo la pericolosità sociale di categorie o mondi etnici e culturali, con l’effetto di distogliere lo sguardo dalla radice trasversale e politica della violenza di genere.

Come associazione daSud, impegnata nella costruzione di un nuovo immaginario antimafia e antisessista, prendiamo distanza politica da simili interpretazioni che eludono il cuore del problema: nel nostro paese, le donne muoiono perché donne, indipendentemente dalla razza, dall’etnia e dalla cultura dell’uomo violento.
Inoltre riteniamo che, nel racconto del femminicidio, fare riferimento alla specificità culturale di un territorio tradisca un’interpretazione erronea delle culture, concepite come monoliti e non come “processi” che hanno nel cambiamento, nella revisione e reinterpretazione di pratiche la loro ragion d’essere.
Il Femminicidio è un fenomeno complesso, non dice solo della violenza estrema che pone fine alla vita di una donna, ma di una violenza sistemica e trasversale che pervade tutti gli “ambiti vitali”, dalla famiglia, alla scuola, all’organizzazione sociale.
La ratifica della Convenzione di Istanbul, da ieri in discussione alla Camera, segna un traguardo fondamentale perché assume la violenza alle donne come un fatto strutturale e pervasivo della nostra società.
 Passaggi decisivi ma non definitivi. L’impegno delle Istituzioni deve essere quello di portare al centro del dibattito la soggettività delle donne e la piena libertà femminile, per riaprire uno spazio oscurato dalla nube retorica della “dignità delle donne” e per avviarsi verso un processo di elaborazione collettiva della violenza di genere che chiama in causa non solo la pluralità dei soggetti coinvolti per il suo contrasto (istituzioni, operatori antiviolenza, magistrati, medici, ect.) ma la società civile tutta”. 
Nessuno può esimersi da questo compito che impone, in primo luogo, di mettere in discussione l’ordine asimmetrico delle relazioni tra i generi oggi così profondamente connesso alla “crisi del maschile”, chiave ineludibile per uno sradicamento della cultura del dominio.




giovedì 23 maggio 2013

Ciao Don Gallo, Non sarà uno scherzo da prete non averti in questo inferno...


                                                       




Nasce a Genova il 18 luglio del 1928, giovanissimo Andrea Gallo prende parte alla Resistenza accanto al fratello maggiore Dino.

 Nel ’48 entra nel noviziato dei padri salesiani di Don Bosco a Varazze.

 Nel ’53 chiede e ottiene di andare in missione e viene inviato in Brasile a San Paolo.

 Torna in nave a Barcellona e assaggia la dittatura franchista (simboleggiata dagli spagnoli, racconterà poi, con un tavolino a tre gambe: la falange, l’esercito e la Chiesa).

 Viene ordinato prete il primo luglio del 1959 e nel ’60 è cappellano della scuola navale militare Garaventa.

 Nel ’64 decide di passare alla diocesi genovese e lascia la congregazione salesiana. 

L’allora arcivescovo di Genova, cardinal Giuseppe Siri, lo invia nell’isola della Capraia e già nel ‘65 nella parrocchia del Carmine come vice-parroco.

 La sua partecipazione politica nel quartiere (soprattutto nel ’68) non viene vista di buon occhio.

 Il giovane sacerdote si presentava sull’altare col giornale in una mano e il vangelo nell’altra e commentava la cronaca.

 ‘’Dimmi un po’ mi dicono che vai spesso in processione… - avrebbe detto Siri a Don Gallo riferendosi ai cortei – Conosco il martirologio, le litanie dei santi, ma non ho mai sentito quel santo che continui a invocare con i tuoi parrocchiani, Ho Chi Minh..’’.


Cacciato dalla sua parrocchia nel 1970 e riassegnato alla Capraia dove si rifiuta di andare, Don Gallo ripara nella chiesa di San Benedetto al porto accolto dall’allora e attuale parroco don Federico Rebora e nasce la comunità di base di San Benedetto.

 Nell’autunno del 1974 assiste il primo tossicodipendente e nel ’75 la comunità sceglie di dedicarsi espressamente al recupero dei tossicodipendenti.

 La comunità l’8 dicembre 2010 ha compiuto 40 anni di vita e oggi conta sei cascine agricole in Liguria e Piemonte, il ristorante genovese ‘A Lanterna’, un albergo a cinque stelle e una comunità agricola a Santo Domingo, costruite pietra su pietra col supporto degli enti locali e di tanti donatori privati fra cui i genitori dei ragazzi tossicodipendenti.


Nei decenni Don Gallo ha partecipato a spettacoli teatrali e scritto alcuni libri come ‘L’inganno della droga’ (1998) e ‘Il cantico dei drogati’ (2005) sul fallimento del proibizionismo e due volumi autobiografici, ‘’Angelicamente anarchico’’ (2005) e ‘’Come in cielo così in terra’’ (2010) con battute esilaranti come ‘anch’io come Vasco ho avuto una vita spericolata’’ oppure ‘’non avrei mai potuto diventare papa perché sarei stato Papa Gallo’’.

 Entrambi terminano con un pensiero sulla morte.

 Nel primo scriveva: ‘’a ottant’anni spero di essere ancora giovane e poter dire all’angelo che mi verrà a chiamare: ‘’senti un po’, ritorna fra dieci anni’’’.

 Nel secondo ‘’avete paura della morte? Io sì, tanta. Ma è misteriosamente la nostra strada.
 Certo, se mi venisse concessa una proroga sarei contento.

 Gli ultimi minuti della mia vita vorrei cantare un inno alla gioia per tutto quello che è stato concesso di conoscere’’.


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La morte la voleva vedere negli occhi.
 Perciò da settimane dormiva pochissimo. 

Qualche minuto e poi l’adrenalina (o il 
dolore) lo tenevano sveglio.

 ”Tenete le lanterne accese, non sapete a che ora viene il ladro”.

 Stava così tra veglia e sonno, soprattutto veglia.

 Non voleva più stare nella sua stanza e neppure nel salone dove per anni di notte fumava sigari e pensieri e tv.

 I suoi ragazzi ora riuscivano a farlo dormire qualche minuto soltanto portandolo in giro di notte, in macchina.

 Quanto la città dormiva e tutto era silente, alle tre o alle quattro di mattina. 
Via, un giro per Genova, il suo porto. Le strade di levante e ponente. 

Don Gallo le conosceva tutte a menadito e si rassenerava per un po’.

Conosceva i palazzi, la superbia di una certa Genova, ”che brillanti!”, diceva stupito come un bambino raccontando di essere stato invitato una volta in qualche magione dove aveva cercato di convincere tutti a regalare ai poveri e rinunciare al molto.

 Conosceva la Genova di Sottoripa, il Ghetto, i travestiti, le puttane, i giornalisti, gli scrittori, i malandati, i primi e gli ultimi.

 Non c’era recesso dove non fosse noto o avesse un amico: ”se ho fame ho sempre qualcuno che mi apre la porta – diceva spesso – sono più fortunato di altri”.

 Da Manu Chao a Jovannotti, da Vasco ad Alba Parietti, dalle Madri di plaza de Majo a Dario Fo, Franca Rame e intellettuali e artisti, annoverava amici nei campi più disparati.

 Se ne vantava un po’ gigione: ”come dice il mio amico Pinco Pallo…”.

 Era curioso e sapeva amare.

E se non era lui a uscire, era Genova a finire alla sua porta.

 Accanto alla chiesa di San Benedetto al porto c’è un portone verde malandato.
 Bastava suonare il campanello, giorno e notte, per trovare il Gallo (preferibilmente di notte) o Lilli (preferibilmente di giorno) suo braccio destro e agenda o i ragazzi un po’ a tutte le ore. 
Alla mattina è una processione di richieste accresciuta dal disagio, la povertà, la precarizzazione: chi chiede del latte, chi cerca un passeggino, chi vuole buttarsi dalla finestra. Hanno sempre ascoltato tutti.
 Il Gallo scendeva verso l’una o le due di pomeriggio, si ritirava nel suo ufficio a piano terra, in sacrestia, dietro una mitica porta verdolina con una tenda bianca dal di dentro.
 Il parroco ufficiale della chiesa di San Bendetto al porto, don Federico, compagno silenzioso, ha invece uno ”scagno”, un ufficetto nel corridoio, dietro una paratia di legno.
 Il Gallo aveva la stanza più grande, finestra sul porto, rumori di sopraelevata.

 E lì riceveva i ragazzi che volevano entrare nella sua comunità, intraprendere un cammino per lasciare la droga o almeno tentare. Ha ricevuto migliaia di genitori preoccupati, addolorati, i suoi amici e i ragazzi che man mano di ammalavano di Aids, raccolto dolore trasformandolo in amore. 
   ”Osare la speranza” era il suo motto.
La domenica si ricordava di essere prete.
 I fedeli delle sue messe sempre pochi.
 Un gruppo di anziani che lo ha sempre seguito dalla chiesa del Carmine a qui, un po’ dei ragazzi della comunità a cui lui non ha mai chiesto di andare a messa, figuriamoci. E poi la gente dei vicoli, passanti, viaggiatori, gente di tutti i colori e di tutti i paesi.

 ”Vieni qui, spiega a tutti da dove vieni”, diceva il Gallo con la sua voce tuonante e tra un vangelo e l’altro, la sua messa diventava un viaggio in Congo o in Guatemala o chissà dov’altro.
 Le ultime due le ha dette seduto alla comunione e lasciando che ognuno prendesse ostie e vino: ”è l’ecclesia che dice la messa, mica Don Gallo”.

 Dai suoi incontri si cavava sempre qualche messaggio.
 Una riflessione. Non era mai tempo perso.

Per i non credenti era le sue battaglie: l’aborto e la contraccezione, una maternità responsabile e la Costituzione in mano.

 Prendeva parte, era partigiano e sempre a sinistra.

 Tirava le orecchie ai politici tiepidi, al Pd massimamente negli ultimi anni.
 Sposava le battaglie di chi gli pareva potesse portare un po’ di giustizia e trasparenza.

 E così dal G8 (“sono un new global, nella tasca dell’anima ho scoperto di possedere la tessera del movimento dei movimenti”) al Gay Pride è sempre stato in piazza. ”In una mano il Vangelo, nell’altra la Costituzione”.


            
                                                                                     







Fonte:Manifestiamo.eu 

«Le città sono fatte di cittadini, e il loro

governo deve tenere conto di ciò. La


tecnologia e l’economia possono avere


il controllo assoluto sulle nostre vite


solo in assenza di democrazia»

                         

                      Manuel Castells

                                                                         

         








 «Una città è buona solo se tali sono i cittadini»
                                                                                                                       Aristotele

venerdì 17 maggio 2013

Per Dare Voce ai Dannati della Terra...


                       

 

Suppongo che il primo documento che dà voce a chi non ha voce sia il poema epico intitolato L’Auracana, scritto da un soldato poeta, Alonso de Ercilla, che nel 1542 accompagnò García Hurtado de Mendoza nella conquista del Cile. 

In quel poema, Ercilla testimonia il valore dell’Altro, dell’indio, di chi era diverso ma al tempo stesso degno e coraggioso.

Invece la testimonianza letteraria più nota di questo dar voce a chi non ha, o non può far sentire, la propria voce è forse il J’accuse di Émile Zola, anche se in realtà il capitano Dreyfus, malgrado l’enorme coraggio dell’articolo di Zola, non ebbe modo di far conoscere il suo punto di vista e la verità non riuscì a imporsi in tutto il suo splendore.

Nella letteratura latinoamericana, a partire dal Settecento, sono molti gli esempi di scrittori che hanno dato voce a chi non aveva alcuna possibilità di dire: «Esisto. Vivo e non sono invisibile». 

Quando il cileno Baldomero Lillo pubblicò gli splendidi e durissimi racconti di Subterra e Subsole, diede voce alla gente più miserabile in modo non meno efficace di Zola con Germinale, soffermandosi però a identificare con assoluta chiarezza i responsabili delle condizioni di vita poverissime, inumane, in cui consumavano le loro esistenze i minatori del carbone nel Sud del Cile e i minatori del salnitro nel deserto di Atacama.

 Baldomero Lillo diede la sua voce a questi uomini e a queste donne e contribuì a far entrare parole come giustizia e diritto nel loro vocabolario di operai.

 Lo stesso si può dire del brasiliano Guimarães Rosa perché, quando scrive Grande Sertão, sceglie come narratore un uomo che vaga in una terra disastrata e attraverso quel racconto in linguaggio popolare avanza una durissima denuncia sociale.

Nella nostra epoca, credo che lo scrittore più coerentemente impegnato a dar voce a chi non ha voce sia stato il polacco Ryszard Kapuscinski. 
Un libro di racconti come Ebano ritrae l’identità del continente africano nel suo sforzo di mettere fine al colonialismo e a una povertà che per le potenze straniere era non meno naturale del colore della pelle degli africani.
Fortunatamente sono molti gli scrittori e le scrittrici che hanno compreso la dialettica implicita nel dualismo persona- scrittore. 
Come persone abbiamo il dovere di stabilire un rapporto con la vita e con la società improntato a un’etica rigorosa, che più è rigorosa più ci umanizza.
 Alla letteratura siamo invece legati da un forte vincolo estetico. L’etica e l’estetica sono però destinate a incrociarsi e quindi la cosa più interessante negli scrittori e nelle scrittrici che apprezzo è che conferiscono alla loro letteratura la stessa carica etica con cui affrontano i fatti sociali, mentre le loro vite si arricchiscono della stessa carica estetica che conferiscono alla letteratura.

Non è un caso né un semplice stratagemma letterario che lo svedese Henning Mankell si serva della trama di un noir scandinavo per dare voce alle vittime dell’apartheid in Sudafrica.
 Come non è un caso che Doris Lessing abbia fatto della sua opera una continua tribuna da cui chi non ha voce esprime la propria disillusione e al tempo stesso la propria speranza.

Per me è particolarmente difficile immaginare una letteratura priva del conflitto fra l’uomo e ciò che gli impedisce di essere felice.
 Non potrei mai affrontare la letteratura, la scrittura, senza la consapevolezza di essere la memoria del mio paese, del mio continente, di tutta l’umanità.

Mi sono trovato a vivere nella seconda parte del Ventesimo secolo, un secolo segnato dal confronto tra due potenze che hanno fatto della guerra e della pace un ricatto per spaventarsi a vicenda, e hanno deciso che nelle rispettive zone d’influenza la libertà, la giustizia sociale e la dignità fossero riservate all’élite.

So che a volte vengo considerato un individuo strano che sacrifica il suo talento e la sua capacità di affermarsi (peccato che non abbia mai capito in cosa ci si possa affermare senza schiacciare gli altri) e che spreca il suo tempo a raccontare storie di gente non molto interessante.

E in effetti, per esempio, invece di raccontare l’audace vita di un uomo di affari che riesce a diventare il maggior azionista di una fabbrica di rubinetti per l’acqua potabile, preferisco narrare la storia di un umile idraulico preoccupato perché certi rubinetti gocciolano, perdono acqua, e così, per evitarlo, al tramonto della sua vita condivide le proprie conoscenze con la gente umile del quartiere, e gli do voce perché spieghi il portento dell’acqua, la duttilità di certi metalli, il nesso che lega un attrezzo alla mano nell’esaudire un desiderio.

Qualche anno fa ho visitato il campo di concentramento di Bergen-Belsen.
 Di quel posto sapevo che, fra centinaia di migliaia di vittime dei nazisti, era stata assassinata anche una bambina, Anne Frank, e che i suoi resti giacevano in una delle tante fosse comuni, delle tombe collettive, dei monumenti all’orrore. 
Bergen-Belsen e tutti i campi di concentramento di qualsiasi luogo al mondo sono posti che si visitano in silenzio, perché la voce si rifiuta di descrivere quello che l’occhio vede, quello che vede la memoria, pur sapendo che dovremo compiere lo sforzo di nominare tutto ciò che abbiamo visto con la forza inaugurale che hanno le parole.

In un angolo di Bergen-Belsen, vicino ai forni crematori, qualcuno — non so né chi né quando — ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore, l’origine di tutto ciò che scrivo. 
Quelle parole dicevano, dicono e continueranno a dire finché esiste gente decisa a sacrificare la memoria: «Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia ».
 Mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce perché il suo silenzio smettesse di essere una lapide carica del più infame degli oblii. Per questo scrivo.

                                                                                    
                                                         Luis Sepúlveda




Fonte: da La Repubblica

giovedì 16 maggio 2013

Non Una di Più...


 


A Roma, presso lo Spazio Europa, organizzato dall’Unione forense per i diritti umani e da Earth-Nlp è previsto l'intervento della terza carica dello Stato Laura Boldrini - Presidente della Camera dei Deputati -  grazie alla quale nonostante tutto il nostro malconcio paese rilancia il tema della cultura di genere, nei tempi, nei modi e nelle forme che spettano alla politica.

Il nostro spazio  ospita e rilancia  l’intervento della Presidente per dilatare e condividere un tema difficile e tedioso



- <<Ci sono almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne.
Il primo è il concetto di “emergenza”. 

C’è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale. 
Ed invece nel bollettino quotidiano dell’orrore contro mogli, fidanzate o amanti c’è una violenza stratificata e con radici profonde.

 Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale.

Il secondo concetto è quello di ‘raptus’, riportato spesso nei titoli dei giornali. 

Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c’è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito “raptus” era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all’ossessione. Stordita dall’anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l’autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l’aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni.

Ed è stata forse improvvisa, la morte di Maria Immacolata Rumi qualche settimana fa a Reggio Calabria? È arrivata in ospedale in fin di vita per le percosse subite. Il marito ha raccontato di averla trovata dolorante e “intronata” una volta tornato a casa. Ma gli stessi figli hanno dichiarato: “Nostro padre l’ha picchiata per tutta la vita, era geloso, non voleva che lavorasse”. 

Ecco perché parlare di morti improvvise appare addirittura grottesco.

 Sette donne su 10, prima di essere uccise, avevano denunciato una violenza o avevano chiamato il 118. E allora perché non sono state protette?

Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati e di omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime.

Il comitato “Se non ora quando” di Reggio Calabria dopo l’omicidio di Maria Immacolata si è chiesto: tutto questo si sarebbe potuto evitare se fossero state rifinanziati case-rifugio o centri antiviolenza?

 Non potremo mai sapere se Maria Immacolata si sarebbe rivolta a queste strutture, ma di certo sappiamo che sono troppo poche in Italia. E che sono ancora meno quelle in grado di offrire ospitalità alle donne. Si parla di un posto ogni 10mila abitanti.

Dunque non c’è più tempo da perdere: i soldi per rifinanziare i centri antiviolenza devono essere trovati.

Alcuni mi fanno notare che sarebbe utile introdurre un’aggravante per i casi di femminicidio. 
Altri, invece, sottolineano che non servono nuove norme, ma un’effettiva applicazione di quelle già esistenti. 
Se è così, allora bisogna capire dove e perché si inceppa il meccanismo dell’attuale legislazione. 

Si potrebbe dunque immaginare una sorta di monitoraggio dell’applicazione delle norme in materia di violenza alle donne.

 Monitoraggio che non rientra nelle mie competenze di presidente della Camera, ma che mi farò carico di sottoporre alla competente commissione Giustizia, presieduta dall’onorevole Donatella Ferranti, della quale conosco sensibilità e impegno su questo tema. 

Intanto può servire che l’Italia ratifichi la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne: il 27 di maggio andrà in aula alla Camera come richiesto dalle deputate dei più vari gruppi politici.


C’è poi la questione della violenza via web.

 Ciò che mi sta a cuore è che si eviti l’equazione secondo cui, se le minacce, gli insulti sessisti, avvengono sulla rete, sono meno gravi. 

Non è così: la rete invece amplifica e pensare di minimizzare vuol dire non aver capito la portata del danno che dal web può derivare sulla vita reale delle donne.

 Questo non significa, lo ripeto, invocare un bavaglio. Semplicemente far sì che le norme già esistenti possano trovare effettiva applicazione anche per la rete. Oggi invece false identità o server collocati all’altro capo del mondo offrono un comodo riparo.
Infine, l’utilizzo del corpo della donna nella pubblicità e nella comunicazione. 

L’Italia è tappezzata di manifesti di donne discinte ed ammiccanti, che esibiscono le proprie fattezze per vendere un dentifricio, uno yogurt o un’automobile. In tv i modelli femminili che vengono proposti in prevalenza sono la casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda. 

Da lì alla violenza il passo è breve. Se smetti di essere rappresentata come donna e vieni rappresentata esclusivamente come corpo- oggetto, il messaggio che passa è chiarissimo: di un oggetto si può fare ciò che si vuole. 

E invece è proprio a tutto questo che bisogna dire no.

Vorrei farlo usando le parole di una donna, una poetessa messicana, Susanna Chavez. Per anni si era battuta contro rapimenti, violenze e femminicidi nella sua città, Juarez.

Un impegno che ha pagato con la vita, due anni fa è stata uccisa anche lei nello stesso modo delle vittime che aveva tentato di difendere. “Ni una mas”, era il suo slogan, “Non una di più”>>.       

                                    Laura Boldrini






Fonte: La Repubblica

martedì 14 maggio 2013

Il Falso AMORE che porta alla VIOLENZA


Il femminicidio è, nel suo simbolismo profondo, un atto culturale e quindi di responsabilità collettiva.
 Viviamo in un sistema di formazione che esalta la violenza sui deboli, che coltiva l’odio di genere e abolisce il rispetto dell’altro.
 
La cultura di mercato sta sostituendo la cultura dei diritti e dei doveri e nel grande mercato internazionale una delle merci più richieste è il corpo femminile.
 La cosa peggiore è che le donne stesse hanno talmente bene introiettato il concetto di merce da comportarsi spesso e con molta naturalezza come tale.
 Non che sentirsi merce porti felicità, ma può dare una inebriante sensazione di essere al centro del desiderio e dell’avidità mercantile, di smuovere un turbine di denaro. 
Senza rendersi conto che ogni mercificazione comporta servitù e dipendenza, umiliazione e degrado.

Se partiamo da questa constatazione ci rendiamo conto che il femminicidio non si può risolvere solo con le manette e leggi piu severe, anche se manette e leggi piu severe servono. 
Per cambiare veramente ci vuole una educazione dal basso, che imponga un nuovo concetto di integrità della persona, che esiga rispetto verso la libertà dell’altro.
 Nonostante le tante dichiarazione di emancipazione infatti la distinzione dei ruoli è ancora molto forte.
 L’Italia poi, come dice l’Onu, è uno degli ultimi Paesi europei in fatto di partecipazione maschile ai lavori domestici e di accudimento. 
Provate ad andare in un negozio di giocattoli. Ancora oggi la divisione è netta: bambole, cucinette, piccola sartoria per le bambine; fucilini, trenini, camion, e guerra in miniatura per i bambini.

Da tempi lontanissimi si è radicata l’idea che il diritto più naturale e intoccabile del maschio umano sia la proprietà della famiglia. 
Proprietà che dà diritto al controllo maritale, all’impronta del proprio sangue, del proprio nome, di una propria idea di educazione.
 Toccare tale principio crea spesso risentimenti viscerali e selvaggi.
 Da quando, in un famoso processo divino, descritto così bene da Eschilo, Apollo ha stabilito che il vero motore della vita è il padre e la madre è solo il vaso che contiene il seme maschile, gli uomini si sono appropriati storicamente di un potere intimo e immutabile che costituisce, ancora per troppi, la base dell’identità virile.

Tutti i casi di violenza di questi ultimi anni mostrano una stessa struttura: una coppia che si sceglie e si ama.
 A un certo punto la donna decide di andare via o di rompere il rapporto. 
E l’uomo, che ha puntato tutto su quella proprietà, entra in crisi, diventa intollerante e violento, fino ad arrivare all’omicidio. 
Seguito spesso dal suicidio, segno che si tratta di una vera e propria tragedia per chi non sa accettare i cambiamenti, la perdita dei privilegi, la soppressione del concetto di proprietà.
 Se vogliamo che questa violenza cessi, dobbiamo lavorare su quel sentimento di proprietà: «Io ti amo e quindi sei mia», dato troppo spesso come naturale e assecondato da troppe retoriche sentimentali.
                                                 Dacia Maraini






Fonte: Corriere della Sera