giovedì 2 giugno 2011

Noi Partigiani della Conoscenza Noi Resistenti della Scuola Pubblica Italiana.

Finalmente il vento dell’indignazione popolare di massa, sembra prendere forma nel nostro avvilito e mortificato paese: dopo gli attacchi alla Scuola Pubblica Italiana, nelle forme e nei contenuti che conosciamo, l’Esternazione del Protestare, con tutta la passione civile che sappiamo di avere, come cittadini ed anche come <<animali politici>> Avanza si fa largo, s’insinua -si spera- con profonda considerazione e rispetto da parte di tutti.

 Ma perché la protesta assuma contorni non solo d’incontrovertibile indignazione di massa, partendo dal basso, cioè dalla pancia di noi italiani, fin arrivare al vertice del sistema ovvero alle massime cariche dello stato; e si trasformi in qualcosa di più produttivo, occorre realizzare uno scatto più consistente, della stessa protesta nel tempo, al quale spero –nessuno- si vorrà sottrarre: una considerevole presa di coscienza individuale per rappresentare la realtà sociale, economica e culturale, del nostro paese in tutte le sue complesse articolazioni, senza sconti a nessun renitente, né al premier, né alla maggioranza né all’opposizione; soprattutto neanche a questa politica.

Cominciando a Interrogarci sulla scuola che ci piacerebbe realizzare nel nostro futuro prossimo. 

Una scuola patrimonio di tutti o privilegio per pochi?

La protesta in favore della Scuola pubblica, realizzata in concomitanza con il <<Costituzione Day>> quella dei cosiddetti “Resistenti della Conoscenza” evoca perciò una certa commozione civile. 

Un’emozione profonda che ci riscatta tutti: la categoria degli insegnanti attaccati nella libertà d’insegnamento, nel ruolo e nella funzione; gli studenti e le famiglie, difesi dall’attacco sui diritti inalienabili della carta costituzionale. La società e un paese intero: l’Italia.

In fondo siamo ancora vivi, esistiamo pensiamo: possiamo tornare a credere nel bene di ciascuno. 
Il 12 marzo 2011 in piazza del Popolo a Roma, si è realizzato simbolicamente quello scatto di Visibilità Dignità e Valore rappresentando, noi stessi, gli altri e probabilmente anche quelli che nelle scuole italiane arriveranno, in futuro.


La scuola pubblica è pericolosa, perché insegna contenuti che aiutano a pensare a conoscere a formare idee, valori. Insegna a realizzare Libertà, Rispetto, Solidarietà. 
Insegna un'istruzione libera, laica, non asservita alle logiche di potere.
Dunque tendenzialmente è una minaccia per chi questi principi non condivide. 
La protesta è stata assunta perciò, come difesa di ciascuno di noi, sostanza della Giustizia, opportuna connotazione del binomio, bene comune: patrimonio di tutti. 

Insegnanti, studenti, operatori del mondo della scuola, “Resistenti pacifici” finalmente risorti al Forzoso Oblio che riscattano offese e disprezzo: Gli Studenti che nelle classi vivono, studiano, crescono; gli Insegnanti che nelle scuole realizzano l’impegno e la passione, le Famiglie che con la Scuola vogliono dare un futuro ai propri figli. Ma anche le Associazioni e i Movimenti dei Cittadini. 
Tutti - a vario titolo chiamati-  a Difendere ciascuno un pezzo della nostra stessa civiltà, la Scuola Pubblica per Solidarizzare Insieme; per stringerci attorno al familiare sofferente.
 Tutti solidali, forse anche vicini; malgrado tutto sottratti alla distrazione all’indifferenza e autoconvocati  a difendere i diritti, i doveri, i principi e i valori che la nostra Costituzione sancisce e afferma, anche attraverso la scuola. 

Gli attacchi, gli smantellamenti, le aggressioni sistematiche, l’indecorosa ignominia perpetrata ai danni della scuola pubblica e dei suoi insegnanti, invitano ciascuno a una chiara inequivocabile presa di posizione, quella nei confronti della scuola, e quella nei confronti del nostro futuro.

 Penso che Questa dovrebbe poter essere, la protesta di Tutti ovvero di ciascuno di Noi, che mette insieme diversi soggetti sociali, le donne i migranti, gli studenti, i lavoratori, i movimenti, l’associazionismo, Tutti nessuno escluso.
La mobilitazione dunque, non è stata un invito che ha determinato  solo il successo o l’insuccesso di un’iniziativa importante;ma  è stata altresì l’occasione del radicamento permanente, nelle singole coscienze, giorno per giorno, dalla Centralità del Protagonismo delle Scuole, degli Studenti degli Insegnanti; sui temi della Cittadinanza, dei Diritti, dei benefici; non deve perciò apparire semplicemente come strategia per un’altra Riforma possibile della scuola, e forse della nostra società; ma piuttosto dimostrazione opportuna per la politica che immagina la trasformazione attraverso Processi elusivi che rigettano la Partecipazione e il Confronto, in favore di derive e fallimenti politici e culturali. 
Gli slogan e le parole d'ordine del disagio hanno viaggiato in rete, come accade di recente per le nuove forme di rivolta; e hanno rappresentato la mirabile sintesi della scuola che è:


La scuola non inculca idee;  La scuola non plasma. La Scuola Istruisce - nel migliore dei casi -  fa crescere lo spirito critico, valorizza le potenzialità individuali e se trasforma le materie informi in sostanza, chiarisce sempre o per lo meno nella maggioranza dei casi opportunamente, tutte le dimensioni delle libertà, dei diritti, dei doveri, in una parola del senso della laicità.
La Scuola è Un bene comune che appartiene a ciascuno di noi; cuore pulsante della società che può e deve diventare anche il luogo dove esercitare il dissenso, la democrazia, la libertà e creatività. 

Allora Io mi sento una docente partigiana fiera di insegnare Coerenza, Dignità, Onestà, e Impegno: condizioni imprescindibili, per la pratica non solo del mio insegnamento utile ai miei studenti per conseguire gli obiettivi che ciascuno di loro deve ritrovare.

 Ma Utile alla società perché il Pluralismo e il Pensiero Critico, forme del mio insegnare, rappresentano la mia pratica quotidiana, la mia fatica civile di ogni giorno, che è il senso della mia stessa partecipazione solidale dalla piazza con le piazze, che questi principi intendono affermare.

 Da tempo ho scelto di attuare la mia personale protesta, la stessa che condivido con una moltitudine di colleghi, messa in campo, praticando una Didattica Programmata: fatta di Volantinaggi, cartelloni nelle classi, letture della Costituzione, lettere aperte e manifestazioni  a sostegno del valore e dell’importanza della scuola di tutti; dal “minuto” di Riflessione o di silenzio praticato per discutere sul valore della scuola; alla sollecitazione alla scrittura/analisi di un insegnamento ricevuto dai professori. Alla promozione di seminari di studio.
 Sono consapevole di rappresentare non un’eccezione ma piuttosto l’Espressione di una forma ampia d’indignazione, condivisa e praticata, da una grande moltitudine di docenti italiani, in numerosissime scuole.

La mia forma di <<resistenza civile>> ho inteso offrirla anche a supporto della manifestazione di Roma e di tutte le piazze organizzate, gesto in fondo banale, Forma simbolica di protesta, in risposta alle dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi, che ha affermato: "Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori".
 E allora mi piacerebbe ribattere:
 << Nei contesti familiari e sociali, fortemente compromessi, nelle realtà di emarginazione, solitudine e sofferenza quale scuola proporre signor premier?>>.

 Questa manifestazione è ben più importante di un’occasione irrepetibile, perché auspico saprà aprire finalmente una riflessione e un confronto aperto libero e democratico sulla scuola, senza dogmatismi a vari livelli. 

Saprà attivare un’analisi approfondita e dettagliata di sé che favorisca, innanzitutto  lo sviluppo di una coscienza partecipativa che rompa il silenzio, riaffermi Dignità e impegno Civile di ogni insegnante a difesa della scuola del futuro del paese e quello di ciascuno di noi. 

Contro l’attacco all'istruzione pubblica, ai professori agli studenti e alle famiglie, bisogna rispondere attraverso le forme che ci sono proprie: carta penna e libri. 

Promuovendo l’idea di una Scuola di Qualità Pubblica, quella che ci fa dire "Io ci credo e la difendo".

Tutte le nostre pratiche quindi traghetteranno la protesta e mi auguro ne supporteranno l’efficacia nei mesi avvenire.

                                                                         Donna Bruzia

Elogio della Partecipazione, Lotta all’Indifferenza e ad Altre Forme Affini

La violenza contro le donne è un fenomeno connotato di Emergenza: prima causa di morte.
Dati recenti di una ricerca Istat, registrano 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni nel nostro Paese ad avere subito violenza sessuale o fisica nel corso della vita, pari a una donna su tre. 
Un tema perciò di pressante attualità sul quale l’Amministrazione Provinciale alle Pari Opportunità Cultura e Politiche Femminili della Provincia di Cosenza, il Centro Contro la Violenza alle donne “Roberta Lanzino” di Cosenza e l’Assessorato ai Servizi Sociali  del Comune di Acri in perfetta sinergia, hanno prontamente risposto, organizzando il 23 Maggio c.a. un Seminario dal titolo “Violenza di Genere: conoscerla e Combatterla” tenutosi nella sala consiliare del palazzo dei Principi Sanseverino. 
L’intenzione meritoria attribuita alla volontà dell’assessore comunale avv. Simone e degli egregi operatori dei servizi sociali, era certamente di promuovere una giornata di formazione/informazione da riservare principalmente ai giovani delle scuole secondarie superiori, che ingiustificatamente hanno disertato e sprecato un’importante occasione.
Eccezion fatta per il preside Prof. Busa, e i suoi spigliati giovani dell’Istituto Ipsia di Acri accompagnati da volenterosi docenti e uno sparuto numero di addetti ai lavori; in molti hanno latitato il tema, la presenza e il valore di un’iniziativa meritevole e indiscutibilmente necessaria ad un intero territorio che certi momenti di riflessione e approfondimento proprio non dovrebbe sprecare.

 La violenza di genere, così come emerso dal seminario è soprattutto domestica avviene cioè a opera di familiari e conviventi, dunque riguarda da vicino ciascun individuo sensibile e socialmente attivo. 
Certo la violenza che accade casualmente in strada a opera di sconosciuti non è meno drammatica, c’è un problema in ordine alla sicurezza per le donne, nelle periferie, c’è un grosso problema nella mancanza di servizi e strumenti adeguati al contrasto tempestivo di questo fenomeno abietto.
Altrettanto grande è il problema della carenza di strutture per il sostegno e la prevenzione contro la violenza di genere, che come ha recitato lo slogan stesso del seminario, bisogna prima Conoscere per poi Combattere. 
Di fronte alla mancata risposta di partecipazione al seminario, e anche rispetto agli aspetti più complessi di un fenomeno di questa portata, registrare una blanda presenza di pubblico equivale ad affermare vuota Indifferenza ai temi proposti, che farebbe pensare:
1° che siamo immuni da cotali problemi  - e ciò non può -  risultare vero.
2° che l’annichilimento prodotto dall’indifferenza è una forma di violenza assai più pericolosa e da contrastare se non altro per gli effetti che è portata a produrre qualora, gli organi locali amministrativi non siano in grado di svolgere con debite misure, una presa d’atto e di coscienza, relativa l’attivazione di necessari e tempestivi interventi nei circuiti cittadini, relativamente al grave <<gap>> di Disinteresse che inocula scarsa sensibilità. 
Circa la questione del merito mi abrogo perciò il diritto di esprimere un severo giudizio verso chi certe manifestazioni proprio non dovrebbe disertare, parlo di docenti, studenti, operatori psico - socio sanitari, intellettuali, mezzi d’informazione, autorità politiche rappresentative, nonché agenzie privilegiate della formazione/informazione e della prevenzione/contrasto ; non fosse altro che per il grave onere di responsabilità che ad essi precipuamente compete. 

La presa in carico di certe tematiche deve poter contribuire ad accrescere interesse e capillarizzazione come strumenti di arricchimento emancipazione e progresso.
Promuovere quindi un severo giudizio contro gli ingiustificati assenti, equivale a esprimere un preciso atto d’accusa, che NON equivale a una lectio magistralis di morale, ma piuttosto intende stimolare una cortese riflessione, alla non sottovalutazione e gravità del problema, che in un clima culturale di svilimento della dignità femminile, rappresenta un vero e proprio campanello d’allarme; poiché non si comprendono – se mai se ne trovino - recondite ragioni che hanno spinto alla diserzione e latitanza pseudo attivi promotori del “volontariato” politico culturale e sociale acrese, circa l’iniziativa. 

In un momento in cui dichiarazioni, azioni, e considerazioni di certa politica “malata” risultano inaccettabili, offensive, lesive della dignità di tutte le donne, ancor più di quelle che della violenza sono drammaticamente vittime.

L’iniziativa dell’amministrazione locale, espressione della migliore Buona Volontà in corso, rischia francamente di cadere nel vuoto se non ampiamente e opportunamente “agguantata” e resa sistemica.

Chi scrive da tempo è sollecita a tematiche sulla differenza di genere,  tanto che su questo tema non tollera né battute o leggerezze, né vuote parole di rassicurazione, perché insieme tutte, sono il sintomo e la causa di un clima <<asfissiante>> che va combattuto in modo fermo e deciso, con estrema inequivocabile chiarezza.

Contro la violenza sulle donne è necessario lavorare sulla prevenzione e promuovere una cultura del riconoscimento della libertà reciproca e del reciproco rispetto tra uomini e donne. 

Ho sempre pensato che per sviluppare queste tematiche occorressero politiche concertate di <<supporto>> realizzate in favore delle donne, ma svolte in funzione trasversale alla intera società: dai servizi pubblici, ai settori delle attività private, dagli ambiti specifici della politica, fino al variegato e “distratto” mondo dei consumi e ben oltre. 

E’ indubbio che ciò di cui non possiamo fare a meno sono quegli amministratori <<Illuminati>> o Politici di <<Rango>> che sappiano far <<germogliare>> iniziative sul territorio: Reti di sostegno, Idee di contrasto a fenomeni come <<l’atarassia civile>>. 

Riconoscere che esiste un problema di disinteresse e noncuranza, verso questi temi, significa aver voglia di mettere in campo azioni che solo se adeguatamente sviluppate possono essere messe a frutto, con il contributo di Tutti poiché riguardano le relazioni stesse tra uomini e donne.
 Mi rendo conto che le implicazioni richiedono un impegno straordinario, che deve poter far leva su ragioni motivazionali e forse squisitamente ideologiche. 
Magari quelle che ciascuno di noi deve poter scoprire. 

In un difficile momento in cui evidentemente addormentare le coscienze serve come forma di miglior controllo, anche delle vite degli altri. Affrontare la violenza maschile sulle donne significa infrangere uno specchio deformante della realtà, dove gli schemi di lettura, le categorie, le parole stesse - che usiamo sono già espressione della cultura e delle visioni che supportano quella stessa violenza.

La percezione della violenza, da quella sessuale fatta di maltrattamenti, molestie, a quella psicologica, caratterizzata da un numero imprecisato di vittime; a quella consumata all’interno delle pareti domestiche che costituisce l’aspetto numericamente più rilevante; Conta come la percezione d’insicurezza diffusa, rispetto al formarsi di una coscienza collettiva.

Poiché il problema autentico insito nella violenza di genere riguarda, con ogni evidenza, quello dell’Emersione.
 Far emergere dal silenzio e dalla minorità le donne, significa parlare di ciò che la comunità internazionale riconosce come una violazione dei diritti umani fondamentali, ma che è destinata a rimanere dramma oscuro se continua a consumarsi nel silenzio, spenta nelle assenze di vissuti individuali ed esistenziali, che si bruciano nell’isolamento e nella solitudine.

Abbiamo bisogno a livello locale di dare impulso e forse vita a un Piano d’Azione  contro la violenza alle donne, senza disattendere le responsabilità programmatiche e finanziarie di certe azioni amministrative, magari quelle che inquadrando la violenza maschile contro le donne come un problema strutturale di ogni società, considerandolo come uno specifico problema anche di una comunità cittadina come la nostra; del rapporto sbilanciato di potere fra donne e uomini; intervenendo in maniera articolata e predisponendo misure che sappiano guardare non solo all’aspetto della giusta repressione del fenomeno della violenza, ma in grado di sviluppare soprattutto l’azione di emersione, prevenzione e formazione, contro la violenza sessuale e di genere al quale destinare una quota di investimenti finanziari, per Realizzare chiare iniziative, come quelle in favore di un Osservatorio territoriale.

 Sarebbe necessario pertanto istituire un Tavolo Permanente d’indagine e studio dei fenomeni locali in grado di garantire politiche di mainstreaming sul piano della violenza di genere.
 Attraverso la dotazione di questi strumenti sarà possibile la vera attuazione delle politiche di contrasto alla violenza sulle donne, che richiedono forti sinergie tra diversi attori protagonisti della scena del cambiamento, con particolare riguardo alla tessitura di rapporti sociali svolte dalla politica dal volontariato, attraverso rapporti di collaborazione tra Stato, Regioni, Province, Comuni, nell’ambito dei ruoli, loro assegnati e previsti dal titolo V della Costituzione che, ispirandosi al metodo aperto di coordinamento vigente a livello comunitario, mette in campo l’effettiva attuazione della funzione d’indirizzo generale e di monitoraggio.

Il fenomeno della violenza attiene al senso comune ed è sicuramente un terreno culturale che non è possibile Non considerare prioritario.

Per questa identica ragione le principali agenzie formative, hanno il dovere di intervenire per innescare significativi cambiamenti; premessa fondamentale sia per promuovere servizi Concreti dei bisogni della collettività; sia per misurare e sviluppare opportune progettualità di innovazione, attraverso scuole, sanità e assistenza sociale.

La creazione perciò di una rete locale che lavora sul territorio contro la violenza sulle donne e sui minori, può perciò diventare un punto fermo, che utilizzando e diffondendo modelli già sperimentati in territori diversi, serve per l’acquisizione di modelli innovativi, dell’analisi di processi d’intervento nei singoli servizi, per l’integrazione e soprattutto per la costruzione del “difficoltoso” confronto tra uomini donne, strumenti di lavoro, progettazione e azioni comuni di contrasto e di prevenzione.

Ciò di cui ho denunciato la mancanza non è dunque solo il silenzio assordante di pubblico, bensì il rischio dei guasti che quel silenzio è destinato  a determinare nelle coscienze, qualora restasse inascoltato. 
Emerge perciò la necessità di passare a un differente modello d’intervento in cui rafforzare ed elaborare nuove strategie, realizzare specifiche campagne tematiche di formazione informazione e di sensibilizzazione, per facilitare l’emersione del fenomeno.

 Inserire perciò nelle programmazioni regionali o comunali questi argomenti al fine di migliorare i sistemi locali, è priorità assoluta,  presa in carico reale delle necessità, per favorire la Fine di violenze e silenzi assordanti.

 Credo si debba perciò intervenire a livello preventivo anche su luoghi comuni, sugli stereotipi, che alimentano la cultura della violenza, che ne filtrano la percezione, distorcendola, minimizzandola, derubricandola, talvolta contribuendo in tal modo a elevare il livello di tolleranza della violenza stessa.
E confido nella lungimiranza. Coinvolgendo la politica, la scuola il volontariato i mass media, e tutte le altre agenzie territoriali enti e Istituzioni, sarà possibile rendere tangibile un’autentica inversione di tendenza  destinata a migliorare qualità e consapevolezza collettiva in ragione e considerazione della natura pervasiva e della profonda incidenza, che essi rivestono nella formazione dei modelli culturali.

Gli assenti ingiustificati, devono invece essere adeguatamente e opportunamente coinvolti nella promozione, e a essi si richiede incondizionata collaborazione e sollecita  partecipazione, per modificare sostanzialmente l’immagine non stereotipata della donna e anche dell’uomo, attraverso l’affermazione del rispetto della persona umana e della sua dignità, cominciando dall’uso di un linguaggio correttamente sessuato e non neutro, per collaborare a sviluppare un Piano ampio e articolato, che guarda al problema della violenza in ogni suo aspetto, che Spiega e istruisce che è possibile far intervenire efficacemente in favore di campagne forse lente talvolta difficoltose, ma pur sempre indispensabili.

 Donna Bruzia 

mercoledì 1 giugno 2011

Il Male Freddo




Io sono una persona antipatica. 

Sono aliena, sono impresentabile.

Sono esigente col mondo, non vorrei che le cose fossero come sono, ma conoscendo del mondo solo le parti infime e dando giudizi che invece riguardano tutto, finisco per sembrare e per essere ingiusta, e così preferisco non parlare.

 Io sono in contraddizione continua con me stessa. (...) 

Il mondo? Il mondo è una forza ignota, tremenda, brutale.


 Le creature belle che pure ci sono, noi le conosciamo poco,   troppo poco?




Anna Maria Ortese, in «Linea d'ombra», n. 117, Luglio-Agosto 1996, pp. 13-14 "

I vecchi di Giovanni Giudici


Non onorate i vecchi,
abbiatene pietà
perché sono gli specchi
di come finirà

tutta la vita per noi
che non abbiamo virtù:
vogliono i vecchi eroi
amore, ma non c'è più

nei vecchi nulla da amare,
lacrime, sesso e vino:
tutto dobbiamo odiare
nei vecchi, nostro destino.

Ladri di notti corte,
il giorno ci perderà:
coi vecchi la stessa morte
misura le nostre età.

Elucubrazioni del Mittente al Destinatario

La mia convinzione è che viviamo in un mondo in cui forse occorre una visione collettiva da proporre e nominare, adatta sia alla politica, che agli ambiti specifici della cultura della nostra società, quella cioè di un tempo greve che non risparmia nessuna cupezza, e che bene riesce a mistificarne i suoi contenuti. 

Credo che se mai occorresse una ricetta e ve ne fosse alcuna, potrei forse proporne una.

 Vi è necessità di Uomini e Donne Liberi Generosi e Intelligenti, che sappiano  scrivere una nuova storia dell’oggi, la nostra storia, e quella del domani quella delle nostre figlie e dei nostri nipoti. 

Infatti per le donne c’è da sentirsi  sempre in bilico fra spazio privato e spazio pubblico e Rispetto al ‘futuro possibile’, al ruolo al centro oppure, al margine della società, so per certo che io e come me  tutte noi donne, rivestiamo una posizione “Scomoda” magari semplicemente perché, libera da particolari ambizioni, che invece sobillano tanti altri magari uomini, quelli che non senza alcun sospetto leggono i miei interventi. 

Come donna so bene che l’Audacia femminile e magari anche  tutta l’Autonomia che le donne riescono ad esprimere, è troppo spesso equivocata e nella migliore delle ipotesi semplicemente guardata con derisione.

 La paura che le donne dallo ‘spazio privato’ fanno sentire, attraverso le loro voci in spazi pubblici, magari attraverso idee, proposte o semplicemente contributi e collaborazioni intellettualmente aperti e liberi è cosa quanto meno allarmante.

 Ecco allora che il sospetto lievita perché a guardare con occhio sottile si ritrova, in questa intraprendenza la protervia arrogante neanche poco incline all’ipocrisia, che forse qualcosa di onesto possa essere almeno apprezzato se non esattamente compreso. 

Ecco che allora rispondere col silenzio del vuoto, rappresenta la miglior medicina possibile sulla piazza. E i sordi  gongolano.

 Tutti: taluni e tal’altri piuttosto che Attivarsi per resuscitare e produrre creatività e idee, promuovere iniziative popolari e attività di partecipazione, tutti continuano a Dormire.

Sornioni Ri-fuggono da proposte creative; in fin dei conti, farlo anche senza apparente giustificato motivo è certamente cosa ben più buona che giusta. 
Il correre via dei codardi che fuggono dal nemico brutto e cattivo, ci appare poi uno sport non da da primato olimpico.
Si tratta del cambiar strada, o del far altro che fuggire via per nascondersi.
Perché si scappa sempre per qualche indefinito motivo, si scappa dalle donne, dalle madri, forse anche da certe mogli, da certi insegnanti, da certe sorelle e da tutti coloro cioè che si considerano implicati a vario titolo nell’ideazione e programmazione del futuro, cioè da tutti coloro che una qualche implicazione con il futuro l’avrebbero anche, magari solo per età, oltre che per le loro idee ed elucubrazioni. 
Si fugge quasi sempre con regolarità sistemica. A guardar bene si fugge essenzialmente dal diverso da noi, dal potenziale “competitor” considerato migliore artefice di noi stessi.

 Poiché il diverso potrebbe rappresentare l’icona del male che favorisce e talvolta assicura prospettive diverse, specie quando rende la complessità culturale con umanità e concetti che parlano anche la lingua degli altri, attraverso gesti multiculturali, che servono principalmente per  costruire un futuro migliore possibile magari insieme.  
Perché credo che non si tratti di costruire una cultura maschile o femminile, nordista o sudista . Ma piuttosto si ha da costruire e sviluppare culture capaci di sviluppare modelli culturali plurali, che urgono al nostro paese.
 Dando valore e dignità al diverso rendendolo positivo e paritario all’altro, esaltando la differenza, magari forzando la mano  e intrecciando diversità. 
Perché non si scappa a gambe ben elevate da un migliore futuro possibile, anche da quello che ci sarà dopo di noi, da quello che in uno sforzo non tanto grave si potrebbe idealmente immaginare come meno peggio, dell’attuale, o di quello che talvolta si vorrebbe garantito solo per la progenie di sangue. 
Barbara Spinelli in “Gioventù bruciata” un articolo comparso su La Repubblica l’8 dicembre 2010  scriveva “qualcos’altro è in gioco: il disagio, più radicale, riguarda l’esistere stesso; il perché e il come si vive l’oggi e si pensa, tremando e temendo, il futuro”.

 Dunque ciò che riguarda il futuro rappresenta non solo una parte della questione, ma forse l’essenza stessa di certi affari, si perché di questo potrebbe trattarsi.
Gli altri sono in parte anche prodotti creati da noi, gli altri sono talvolta il frutto di una dualità della differenza che non si capisce perché si tende a voler annientare, o semplicemente ignorare.

 Il primo, ignoto è visto sempre come l’altro (genere) quello che attraversa tutte le culture, ma che ci offre un filo per analizzare le diversità in modo da poter sistemare – nella migliore delle ipotesi - la dualità delle genealogie delle differenze, magari anche quelle di genere tra io - tu e gli altri.

  Allora, se riusciamo a cogliere questo, possiamo anche cogliere le differenze di genere radicate nel rapporto con un Tu  che spesso trattiamo con aggressività conflittuale o odio verso gli altri solo per assicurare coesione dei gruppi o dei sodali.

 La mia, lungi dal porsi come una Visione totalizzante, che si  gioca l’argomento caro della costruzione identitaria,  crea piuttosto un paradosso più banalmente esistenziale che  proiettata in forme negative  tutti i modelli escludenti, ovvero quei Processi di costruzione di identità come concetti da pensare, ideare e promuovere, che forse rappresentano il limite di appartenenza  del concetto di razze che il  900 ci ha insegnato, come Accezione dura, impugnata per finalità politiche  e strumentalizzazione in cui l’altro diventa la fonte di tutte le nostre paure.

In fondo trovo che abbia ragione Mario Adinolfi quando ha ricordato che è cosa insultante oltre che menzognera, parlare di giovani senza futuro o d’una sola generazione depredata.
 Infatti: un trentasettenne  o quarantenne precario non è più un giovane, e il fatto che gli debba toccare di pregare per essere riconosciuto, (da cui la stessa etimologia di precario), è in fondo il vero scandalo  di questo nostro tempo, perché la contraffazione è nel termine di  <<Giovane>>, che trascende la realtà della storia di vite e percorsi professionali, per procacciare delle Maschere nell’intenzione di perpetrare l’ eterna conservazione della mistificazione che è garante dell’invisibilità.

 Infatti c’è Una lunga catena di generazioni, sempre secondo la Spinelli, che fatica a preparare prima l´età matura, poi quella anziana. 
Non sarà un caso che forse per questa stessa ragione, taluni tendono all’autoconservazione di sé stessi, non facendo sconti di nulla alle generazioni che hanno accanto. 

Questa regressione degli stessi rapporti sociali, in cui i padri diventano i nemici dei loro stessi figli perché a riposo non sono collocati e ne rosicchiano gli spazi; passa anche attraverso il mancato riconoscimento reciproco fra pari, di cui purtroppo è data menzione troppo di rado.
 Allora solo quando non sussistono Necessità Prepotenti o bisogni impellenti tali da imporre il riconoscimento e rendere reale, concreta e temibile la visibilità, magari quella femminile, probabilmente si «accumulano crediti», o semplicemente alla fine del percorso si ritireranno bilanci contriti, i cui demeriti avranno tradito il patto tra generazioni.

 Ma non disperiamo che la morale del tempo presente, saprà produrre risentimenti non violenti, che innescheranno cambiamenti riformisti coraggiosi e visionari, perché come per Heidegger l'essenza della tecnica non è la tecnica ma quel che essa disvela o provoca. 

L’Esibizione dunque di certa bile nera, come negli eroi Moby Dick o come in Gioventù Bruciata di Nicholas Ray, è quella cioè del “chicken run”: la gara mortale che James Dean ingaggia coi compagni, in cui vince chi guida l´auto sino all´orlo del burrone che potrebbe saltar fuori in extremis.

 Forse è proprio questa la storia: chi fugge la prova, è solo un pollo ma un poco forse anche un vile.  E cancello il tabù, ne ragiono con cura, perché non si dica che chi tace acconsente con complicità, non impedendo alla verità d´esser disvelata.

                                               Donna Bruzia



Se Non Ora Quando

Da anni, nei modi e nelle forme che mi sono proprie, interpreto la deriva sociale,  culturale e politica del paese, tentando di promuovere e insegnare la cultura di genere a intere generazioni di giovani, che nella quasi totalità dei casi mi rendono fiera e orgogliosa delle mie azioni pedagogiche.

Un’avventura unica e potente, che scandaglia relazioni e che mi piacerebbe potesse generare anche - magari a lungo o breve termine – qualche Pratica Politica più consistente, per esempio qualcuna che Responsabilizzi tutti sui DIRITTI delle donne. 

Per mettere in campo temi vasti e variegati come: 

  • la tutela della Maternità;contro il licenziamento delle lavoratrici in gravidanza
  •  gli attacchi alla legge sull'interruzione volontaria di gravidanza 
  • il boicottaggio  alla diffusione della pillola RU486
  •  La legge 40 sulla Fecondazione Assistita; quella del “testamento biologico”. 
  • Il tema annoso dei Consultori Regionali.
  •  La Pratica immorale delle dimissioni in bianco.
  •  Gli aspetti intricatissimi della Democrazia Paritaria nei luoghi di decisione.
  •  Quelli legati agli Asili Nido e ai Servizi necessari per l’aiuto alle persone inabili e in difficoltà.
  •  All'occupazione femminile, alla Parità Salariale fra i sessi che ha peggiorato le condizioni materiali di vita di milioni di donne, lavoratrici, precarie, native e migranti, studentesse Nipoti e Nonne pensionate
  • Agli ostacoli e impedimenti del Lavoro femminile nelle forme che sono di contrasto alla creazione di Autonomia e Libertà, Rispetto talvolta Condivisione.
  • L’Educazione e Istruzione nonché i temi dei modelli culturali delle donne, così come la complessità di temi legati a tutte le forme di violenza sulle donne, all’incolumità fisica, alla loro tutela, alla messa in campo nelle “strutture protette” di misure di protezione tra difficoltà di sopravvivenza e instabilità, talvolta di sussistenza in territori desolatissimi.
  • Alla faticosa autodeterminazione femminile, indissolubilmente legata a quella di ciascun uomo, marito, figlio, padre e fratello, che intende affermare anche dal basso un bisogno disperatissimo di Partecipazione ed Elaborazione Politica.
  •  E  molto altro ancora - troppo - che riguarda e tocca sempre le Donne 
Il dibattito apertosi nel paese sulla presenza e forse anche sull'essenza delle donne è vero è tendenzialmente manicheo talvolta guelfo o ghibellino. 
Ma voglio sperare che stavolta sia in grado di qualificarsi trasversalmente, alla propria contestualizzazione storica perché è di questo che Ciascuna Donna, presente in piazza o solo idealmente in essa partecipe, ha bisogno.

La mobilitazione nazionale che Difende la Dignità e Libertà delle DONNE dagli angusti spazi di organizzazione e partecipazione femminile nel nostro paese, è la stessa istanza internazionale che attraversa le piazze del mondo, Amsterdam, New York, Tokio, Parigi, Bruxelles, Boston, Jakarta, Seoul, Washintgon, una voce globale - di difesa delle Libertà non solo di genere ma delle libertà Umane universalmente riconosciute.


Occasione per collegare idealmente, tutte le capitali mondiali, piuttosto che, le provincie dimenticate del mondo, nell’afflato di uomini e donne, in favore del Rispetto e per la Dignità di ciascuna persona Donna o Uomo.


E’ dunque francamente inspiegabile la reazione <<allergica>>di certe donne e uomini che da questa manifestazione prendono le distanze; poiché il clamore che ne deriva, prima che essere letto in chiave meramente politica, lo è anche, in chiave antropologica, quella cioè di un certo modo di considerare la brutalizzante avvenenza femminile dei <<quarti di bella carne giovane>> in funzione di una monetizzazione che recide - con colpo ferire - la testa e il corpo delle donne, invitando alla deresponsabilizzazione prima di tutto della relazione col femminile, e poi dei riferimenti valoriali, scippati all’intero mondo civile e alla nostra società.


Allora perché censurare la necessità di partecipazione, di parola delle donne, e Non usarla per cercare delle relazioni di voci, idee patrimoni e esperienze, utili internazionalmente a Ridefinire   ruolo e condizione delle donne di questi tempi?


Perché smettere proprio ora di interrogarsi sugli orizzonti di senso della Questione femminile?


Perché quel legame inestricabile tra sessi, non diventa l’occasione per scandagliare il rapporto che è diventato indissolubile di Politica, Potere, Prostituzione. Rapporto deforme e ributtante che ha distorto annichilito e paralizzato una certa dimensione privata che ha risvolti pubblici e sociali ancorché nei rapporti uomo donna e che ha generato un mostro deforme a tre teste, più pericoloso perché (si spera) mortalmente ferito.


E’ francamente inaccettabile l’Uso Strumentale delle donne, che diventa Abuso tutte le volte che gli attori protagonisti del disfacimento culturale, politico, democratico, violano le nostre intelligenze inchiodandoci al silenzio all’ignoranza; travolgendo questo paese nell’onda scandalistica di festini e opinioni improprie su indagini giudiziarie, per dare immatura rappresentazione degli ossimori.


Tutti perdiamo qualcosa, e nell’eternizzazione dell’attimo continuiamo a perderla anche attraverso le vite degli altri, anche in quelle delle giovani residenti dell’Olgettina.


L’articolo 3 della tanto vituperata Costituzione italiana, richiama  alla garanzia di condizioni di vita tali da consentire a ogni persona di partecipare alla vita sociale e alla sfera pubblica senza esserne ristretta in ruoli e funzioni che limitano di fatto la libertà, l'uguaglianza, il pieno sviluppo delle personalità, per questa ragione io difendo me stessa e con me tutte le altre, anche quelle ignare dei rischi.


Perciò come non evocare le mancate politiche delle pari opportunità, di governi che accentuano le crisi capitalistiche  esasperando criticità storiche che in ogni epoca riguardano sempre e soltanto le donne.


Le politiche sociali di governi che rappresentano il “manifesto” contro tutte le libertà delle donne con tagli a servizi sociali, alla scuola, alla sanità e agli enti locali caricando sulle famiglie e, in particolare, sulle spalle delle donne le disperazioni e i drammi. 


I recenti attacchi ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, sono solo la più recente ignominia che riporta all'art. 41 della Costituzione, che pone alla libertà d'impresa il limite del perseguimento dell'utilità sociale e della salvaguardia della sicurezza, della libertà e della dignità umana, che disancora le stigmatizzazioni sociali utilizzate per brandire la clave e  affievolire i dibattiti, svuotare i confronti  specie quelli liberi tra donne, associazioni, nonché quelli con gli stessi uomini.

 Allora adesso È il momento giusto! Quello in cui tornare a “pensare a ciò che facciamo” (Hannah Arendt) in cui la parola individuale forse anche quella collettiva sulla politica, quella su temi importanti della vita sociale, saprà essere forte, consapevole, libera da falsi moralismi e stereotipi, dignitosa nella scelta dei talenti, non misogina per trovare strade di necessario sviluppo economico ma soprattutto per attivare irrimandabili processi di  aperture culturali beneficio di tutti Noi.

 Dunque “meglio tardi che mai” proprio perché   <<se non ora quando?>>

Affidare a ciascuna di noi e a tutte le agenzie educative, la sensibilizzazione e la costruzione di un argine al dilagare di una cultura misogina, difficilmente riparabile se vissuta come naturale e confermata a certi uomini solo dal delirio del potere che attraverso il controllo della vita delle donne, cerca un senso a ciò che non altrimenti non ne avrebbe.

 Era urgente quindi uno scatto per <<riparare l’offesa>> indispensabile a trasformare esistenze irrelate e nebulose; per inaugurare nuovi luoghi di scambio di parole, concetti e contenuti.

Era irrimandabile Evocare finalmente pratiche quotidiane di Resistenza, di Autonomia e di Libertà nell’ora e nel giorno stabilito.


 Era irrimandabile l’iniziativa di migliaia di donne, tantissime nelle piazze italiane, per innescare un processo che mi auguro scuoterà il paese sin nelle viscere a  sottolineare quel connotato di forza, di sostanza, di controinformazione su una realtà fatta anche di donne troppo spesso impropriamente e ingiustamente connotate.

 Perché non basta più portare avanti individuali battaglie di ogni giorno; faticando e sudando in solitudine e silenzio per costruire e valorizzare la propria identità sessuata.

 Occorre tornare a dare visibilità alla pluralità di voci femminili, nelle piazze nelle strade, in tutti i luoghi, libere da vessilli e stendardi ideologici strumentalizzanti.

 Perché occorrono gesti di autentica generosità, disponibilità alla collaborazione per un risveglio delle coscienze dormienti, anche nel clamore dell’indignazione, che rendano pubbliche e attive tutte le dimensioni collettive del nostro tempo.

 In Grado di aggregare attraverso forme nuove e modalità innovative con rispetto e col  riconoscimento della dignità, il virus della sana Ritrovata voglia di tornare solidali e rispettose di noi stesse.
                                        
                                   Donna Bruzia
13 febbraio 2011