venerdì 11 maggio 2012

Malcom gli Altri e la Liberazione degli Afroamericani

Pubblichiamo l'introduzione all'edizione italiana di "Malcom X. Tutte le verità oltre la leggenda" di Manning Marable (Donzelli), libro vincitore del Premio Pulitzer 2012 come miglior saggio storico.



"Malcolm X" di Manning Marable è un libro decisivo per capire il significato dei movimenti di liberazione afroamericani, attraverso la ricostruzione critica della vita e dell’azione di un protagonista di primissimo piano, e un esempio straordinario di ricerca storiografica a tutto campo.

Ho incontrato Manning Marable diverse volte alla Columbia University, dove insegnava nel dipartimento di Studi afroamericani e nel dipartimento di Storia. Veniva ai seminari di storia orale a raccontare il progetto a cui aveva dedicato tutta l’ultima parte della sua vita: una biografia di Malcolm X che avrebbe restituito a questa icona rivoluzionaria tutto il suo spessore politico e tutta la sua complessità umana. Più ancora che il rigore del militante politico e dello studioso (e pochi come Manning Marable sono stati capaci di essere entrambe le cose), restava impressa l’intensità del coinvolgimento personale che animava il suo lavoro, nelle infinite indagini negli archivi anche meno accessibili come nella molteplicità di incontri non sempre facili con i protagonisti di quel tempo, a partire dalla stessa famiglia di Malcolm.

Per Manning Marable, il significato della vita e dell’azione di Malcolm X non era solo una questione politica, storica: era anche il significato della vita e dell’azione di tutta una generazione di intellettuali afroamericani che in un dialogo implicito con Malcolm X hanno fondato la propria identità. Anche per questo è particolarmente doloroso pensare che Manning Marable non è arrivato a vedere pubblicato il risultato di questa lunga passione, il libro che abbiamo in mano e che è uscito negli Stati Uniti solo pochissimi giorni dopo la sua morte.

Ed è anche un peccato che Manning Marable non sia qui adesso a intervenire nelle polemiche accese e spesso faziose che hanno accolto la sua fatica. Malcolm X è un’icona troppo preziosa per troppe persone, e la sua Autobiografia composta con Alex Haley è stata un testo di formazione per tantissimi di noi (me compreso). Rispetto a quellaAutobiografia, Marable fornisce ora una ricostruzione che rivede alcuni aspetti fondamentali e che porta il racconto ben oltre i suoi confini. Questo nuovo approdo della ricerca non poteva non disturbare (il livore di figure pure rispettabili, come per esempio Amiri Baraka, è andato al di là di ogni abituale confine della critica). Se Malcolm era, come lo definì Ossie Davis nel suo celebre discorso funebre, «our black shining prince», «our manhood» («il nostro luminoso principe nero»,«la nostra umanità»; ma forse, «la nostra virilità»: e proprio in questo sta gran parte dello «scandalo» del libro di Marable), presentarlo come una persona la cui grandezza sta anche nella continua battaglia con i propri limiti, le proprie debolezze, le proprie contraddizioni significava dissacrarlo e offenderlo.

E invece proprio in questa ricostruzione dell’umanità di Malcolm sta il più generoso omaggio alla sua grandezza. Il Malcolm che esce da queste pagine non è meno radicale, meno rivoluzionario – anzi, dedicando pagine innovative alla visione politica dei suoi ultimi giorni, Marable lo rende ancora più politicamente consapevole e irriducibile. Smette però di essere quel modello di ruolo, quel virile principe nero senza macchia e senza paura che l’Autobiografia aveva costruito. Quel testo, come tutte le grandi autobiografie, aveva dato una forma narrativa e in parte immaginata agli eventi vissuti, creando una vicenda simbolica di caduta e rinascita e una figura rappresentativa funzionale alla costruzione di un’identità afroamericana condivisa. E questa immagine si era congelata e contratta. Ancora di più si era irrigidita nella versione cinematografica di Spike Lee e nell’immaginario un po’ sloganistico di tutta una generazione di rapper (che peraltro si era identificata soprattutto con il Malcolm hustler del ghetto, prima della sua svolta rivoluzionaria).

Manning Marable non demolisce affatto questo Malcolm X simbolico di cui abbiamo avuto bisogno; piuttosto, lo arricchisce nel confronto con il Malcolm X quotidiano, anche prosaico se necessario. Ci sono momenti in questo libro in cui la minuziosità della ricerca e della documentazione sembra darci un diario giorno per giorno, in certi momenti ora per ora, della sua vita e delle sue trasformazioni. Per di più, questo Malcolm in carne e ossa emerge come una figura non meno politica, anzi come portatore di un progetto assai più radicale e di una consapevolezza politica assai più articolata di quello che Alex Haley aveva lasciato emergere dai capitoli finali dell’Autobiografia, quelli che Malcolm non aveva fatto in tempo a rivedere.

Ma emerge anche un percorso di vita meno nitidamente strutturato di quanto non si cogliesse nella narrazione di caduta e resurrezione costruita dall’Autobiografia. Un processo di trasformazione continuo, molecolare e osmotico, non senza ritorni indietro e vicoli ciechi, ma sempre con la piena assunzione dei rischi. In questo senso, Marable rende assai meno praticabili quelle appropriazioni a posteriori di Malcolm X che, basandosi sul suo reale processo di evoluzione politica e personale, ne prefiguravano approdi di vario genere, dal trotskismo alla nonviolenza: sono tutte dimensioni con cui si è confrontato, ma fino all’ultimo Malcolm X è rimasto irriducibile e indipendente. La sua ricerca e i momenti di confusione che l’hanno accompagnata sono stati sempre e soltanto i suoi.

Un aspetto ulteriore dell’importanza di questo libro è la ricostruzione dell’uccisione di Malcolm X e l’attribuzione di responsabilità e di colpe. In quelle pagine, la relazione fra lo storico e il detective (esplorata in certi romanzi di Agatha Christie come in certi saggi di Carlo Ginzburg) si fa strettissima, motivata in entrambi i ruoli dalla ricerca della verità e dalla convinzione che un passato irrisolto getti ombre pesantissime sul presente.

Troppo spesso il movimento afroamericano è stato narrato (e in parte si è narrato) attraverso la costruzione di narrazioni mitologiche su protagonisti umani: da Rosa Parks a Martin Luther King, il simbolo e il movimento hanno a volte offuscato l’intelligenza politica e la capacità organizzativa (Rosa Parks era ben consapevole del suo gesto, quando rifiutò di cedere il posto su quell’autobus di Montgomery, Alabama; e Martin Luther King era soprattutto uno straordinario mediatore e sintetizzatore delle molteplici voci di un movimento vasto e complesso). Facendo di questi protagonisti delle figure in qualche modo prodigiose e astratte, ci è stata sottratta la visione della fatica, della sofferenza, delle difficoltà interiori che hanno dovuto superare per fare quello che hanno fatto – e quindi, anche, della qualità speciale di coraggio che c’è voluto. Il Malcolm X che esce da queste pagine, tanto diverso da loro, è tuttavia lo stesso tipo di eroe: non un essere superiore, ma una persona capace di superarsi. E forse sono questi gli «eroi» di cui c’è davvero bisogno.





                                                                                                Alessandro Portelli




fonte MicroMega

giovedì 10 maggio 2012

Profumo di Scuola e dintorni





Uno dei 60 impegni per la Francia, i punti centrali del “programma Hollande”, è sicuramente il rilancio della scuola pubblica. “Pedagogia, formazione e ritmi scolastici: bisognerà mettere tutto in discussione – ha affermato il politico socialista – perché la conoscenza, il sapere e l’istruzione non sono semplici spese, ma investimenti”. Non conosco Hollande e so perfettamente che gli impegni presi in campagna elettorale possono non corrispondere ad azioni concrete in seguito. Tuttavia, il fatto che il tema “scuola” sia stato uno dei nodi significativi della contrapposizione tra Hollande e Sarkozy rende ancor più stridente il contrasto con ciò che (non) succede da noi: un Paese triste e in crisi, dove di scuola si parla ormai solo ed esclusivamente per accertarsi che il fondo del barile sia stato davvero raschiato.

Ecco perché è importante partecipare al convegno, organizzato dall’associazione "Per la scuola della Repubblica", che si terrà sabato prossimo a Roma, "Il Profumo della scuola nell’era Monti". Non si tratta di un banale atto di testimonianza; né del velleitarismo di pochi. Si tratta, semmai, dell’ostinazione di alcuni cittadini a pensare come irricevibile l’implicito invito a gettare la spugna, ad arrendersi ad un modello di scuola sempre più povera e sempre più, perciò, iniqua; sempre più massificata e massificante, progettata artatamente per sfornare consumatori acritici e non cittadini consapevoli; una scuola che ai principi della cultura emancipante, dell’inclusione e della valorizzazione delle eccellenze, ha anteposto – e promette di anteporre sempre più – la logica del mercato; l’interesse del privato all’interesse generale.

Il 26 ottobre 1995 viene pubblicato “Dalla scuola del ministero alla scuola della Repubblica”: un documento sottoscritto da una parte molto significativa della cultura italiana, destinato a fare il giro dei collegi docenti di tutta Italia e a diventare la bandiera di intere generazioni di insegnanti. Partendo da una esplicita critica al “Documento dei 31", del 13 luglio 1994 (che proponeva un “sistema formativo pubblico, nazionale ed unitario, del quale partecipano scuole statali e non statali”), si individuava una difesa della scuola dello Stato appassionata sul piano dei valori e perfettamente razionale su quello dei diritti e della legalità; istruzione intesa come formazione dei cittadini alla partecipazione critica.

Nacque così un'associazione non di singoli, ma di comitati (tra cui quelli di Bologna, Roma, Treviso, Ferrara, Torino, Forlì, Bari, Padova) con una capillare partecipazione della base e un radicamento molto significativo in vari territori. Affermazione di un concetto di scuola come elemento costitutivo della struttura istituzionale dello Stato: nel tempo da questa premessa imprescindibile si sono sviluppati una difesa intransigente di alcuni principi fondamentali, quali la laicità della scuola; un deciso NO alle politiche di equiparazione tra scuola pubblica e scuola privata; l'esigenza di un continuo aggiornamento e adattamento della pedagogia, della didattica e della relazione educativa alle modificazioni di un mondo in rapido cambiamento. Sono questi i presupposti che animano ancora l’associazione – Per la Scuola della Repubblica – di cui ho l’onore di far parte.

100 giorni e “luna di miele” sono ormai da tempo trascorsi. Il governo Monti comincia a non incontrare più il gradimento dei primissimi tempi. Tra gli elementi che colpiscono noi insegnanti c’è lo strano rapporto che si è determinato tra un ministro che sul tema della scuola balbetta in maniera poco convinta annunci “di maniera” – quasi tutti concentrati sui temi connessi ad una visione piuttosto messianica delle tecnologie – e una scuola che affonda, indebolita da anni di massacro; oggi – dopo il primo respiro di sollievo post Gelmini – non più convinta della concretezza della sterzata che tutti attendevamo rispetto agli indirizzi e alle politiche di risparmio economico e culturale che hanno colpito la scuola durante l’ultimo governo Berlusconi.

Il profumo della scuola nell’era Monti non è solo quello classico, certamente “sobrio” ma poco penetrante dell’omonimo ministro: molto garbo, un curriculum di tutto rispetto e un’incapacità ormai conclamata di pensare alla scuola come quel meccanismo complesso che andrebbe rioliato, rinforzato, ripotenziato dopo anni di sabotaggi. Nel convegno, infatti, non si farà solo un bilancio della politica di annunci non seguiti da pratiche concrete di questi primi mesi; ma si parlerà del pesantissimo silenzio rispetto ad alcuni temi che stanno coinvolgendo il mondo dell’istruzione: gli imminenti test Invalsi, imposti surrettiziamente e mai accolti dalla scuola, senza che – né ai tempi della Gelmini, né oggi, con Profumo – si inaugurasse una fase di reale confronto per capire quali siano i reali motivi della diffidenza; il ddl Aprearestyling di una delle “minacce” più ostacolate del passato, riproposto oggi con modifiche che di fatto non ne depotenziano i pericoli; l’ipotesi della chiamata diretta degli insegnanti, resa concreta dalla legge regionale della Lombardia; l’attacco al valore legale del titolo di studio, destabilizzante auspicio verso una frammentazione dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale; la concezione e l’impiego impropri della valutazione.

Antonia Sani, coordinatrice dell’associazione "Per la scuola della Repubblica" aggiunge: “Il “nuovo corso” che denunciamo in tutta la sua gravità si colloca oltre l’azione – o la non azione – del ministro Profumo, e ha radici nell’impronta di sudditanza all’UE conferita all’Italia da questo governo. Se fino a pochi mesi fa si pensava che i tagli alla scuola discendessero dai risparmi imposti dalla famigerata finanziaria del 2008, che riguardassero i “nostri” conti, il “nostro” bilancio, ora lo scenario è altro. Siamo stati improvvisamente catapultati nella dimensione dell’Europa dei mercati, dove ciò che conta è solo il pagamento del debito che pesa sul nostro Stato. Di scuola si parla poco, l’esistente si arrangia come può ma le prospettive configurano un modello formativo nettamente a forbice. E’ essenziale far percepire all’opinione pubblica che la posta in gioco è la formazione democratica delle future generazioni”.
Ha ragione Antonia: si tratta di un fatto essenziale.




                                                                     di Marina Boscaino

giovedì 3 maggio 2012

Storie di ordinaria Follia nella Spoon River delle Donne


Recentemente sono Molte Troppe le Donne Uccise.


Negli ultimi mesi dall'inizio dell'anno oltre 55 "Casi" di Donne uccise per mano dei loro uomini, compagni, mariti, fidanzati ex o amanti respinti, sono un dato enorme.
 Non c'è discrimine di nazionalità né di età: ragazze adulte: DONNE.
 Il comitato "Se non ora quando" ha fatto un appello e ha già raccolto 25mila firme contro la violenza maschile.


Riportiamo di seguito alcune delle loro storie tragiche raccontate da scrittrici e scrittori che già  Adriano Sofri, da Repubblica, il 3 maggio 2012 ha rilevato.


Ma oltre allo sdegno, alla denuncia e all'impegno individuale su questi temi, intendiamo diffondere la sottoscrizione all'appello del comitato "se non ora quando" che è auspicabile sappia trovare ampi consensi di condivisione e diffusione, per arrestare un fenomeno in temibile ascesa.   


   
                                                                    









Femminicidio (o, peggio, "femmicidio") non è una bella parola: ma il fatto è infame, e del suo orrore fa parte la rinuncia antica a dargli un nome proprio. Le donne ammazzate perché sono donne, e gli uomini che ammazzano donne, sono altra cosa dal nome generico, e che vuole apparire neutro, di omicidio.
E l'altra cosa non è un'attenuante, ma un'aggravante: non un incidente dell'amore, ma il suo rovescio e la sua profanazione. E anche il suo svelamento, quando amore sia il possesso e la rapina dell'altra persona. Le cifre opposte sono così irrisorie da rendere superfluo il nuovo conio di maschicidio. Uccidere donne - o la "propria" donna - non è un'attenuante, come nel codice fino a ieri, ma un'aggravante.
Si può obiettare che il "femminicidio" destini all'astrazione o all'ideologia le tragedie singolari in cui uomini forzano e uccidono donne (cinquantacinque ammazzate nel 2012, in quattro mesi; furono 137 nel 2011, ndr).
Ma a guardarle bene, a riconoscere ogni singola storia, si scopre chi fossero le donne che ne sono state vittime, e ci si accorge che gli autori uomini, i più diversi per età, condizione sociale, provenienza di luogo, in quel punto finiscono per assomigliarsi in un modo umiliante.
Le storie che qui leggete mostrano com'erano diverse e libere le donne cui è stata tolta la vita, come si sono assomigliati gli uomini che gliel'hanno tolta. 


ELENA STANCANELLIL'amore col tempo si trasforma, persino nel suo opposto. Ma davvero possono bastare due mesi perché marcisca fino a farsi ossessione mortale? Sessanta giorni nei quali Antonio, diciotto anni, dopo aver conosciuto Antonella, 21 anni, l'ha amata odiata amata e infine uccisa. Nei quali è stato se stesso e un altro, Rusty light, lo pseudonimo col quale le mandava messaggi di minaccia, tanto da convincerla ad andare alla polizia per denunciarlo. Ma denunciare chi? Un fantasma, uno sconosciuto che la perseguitava dal buio virtuale di facebook. Da quel capolavoro di irresponsabilità, luogo di assenza dove tutto è vero e non vero nello stesso momento. Lo stesso dal quale Antonio, dopo averla picchiata e poi strangolata e poi sgozzata con un coltello che si era portato da casa, ha continuato a farsi vivo, indicando false piste. Due mesi sono niente, o un'eternità, se la vita non scorre ma si avvita su stessa, "se la parola amore", come scrive Mariangela Gualtieri, "è uno straccio lurido". 




Quante ce ne sono di donne dell'est che vengono in Italia a fare le infermiere? Grazyna è una di loro. Lavora all'ospedale, in psichiatria – lavora coi matti, è brava.
È polacca, ma ormai è anche italiana, perché si è sposata con Maurizio e ha fatto una figlia, Milena.
Quante ce ne sono di donne che vedono impazzire il proprio marito giorno dopo giorno, e che continuano a stargli vicino? Grazyna è una di loro.
È esperta, si rende conto che Maurizio non sta bene, ma non se la sente di informare l'azienda sanitaria nella quale lavora.
Finché un giorno lui la picchia selvaggiamente con un bastone, viene ricoverato per un TSO nel reparto dove lei lavora, e poi viene rimandato a casa.
Quante ce ne sono di donne che vengono ammazzate dal marito nella propria camera da letto, la figlia in cucina che chiede aiuto, i vicini che chiamano la polizia? Grazyna è una di loro. 
SANDRO VERONESI



Venerdì pomeriggio, quasi sera, a Napoli. Una coppia di coniugi cinquantenni viaggia a bordo di una vecchia Seat Ibiza, discute di soldi, sulla bretella di raccordo tra il Vomero e Pianura, a poca distanza da casa. I cartelli indicano autostrade e tangenziale, come se quel luogo possa essere ovunque. Altri cartelli suggeriscono mobilifici, negozi che acquistano oro e argento. È una zona di svincoli e sottopassi intermittenti, al tramonto fa buio prima che altrove. Quando c'è il sole e si passa da un tratto in piena luce a lì, bisogna modulare le palpebre, per abituarsi. L'uomo, un vigile urbano, si accosta al margine destro della strada, estrae la pistola d'ordinanza e uccide la donna sparandole in testa. Poi si spara alla tempia. I colleghi trovano i corpi nell'auto, ignorano il movente, applicano le procedure, come avrebbe fatto lui. Più tardi, rimossi i corpi, il carroattrezzi carica l'utilitaria, attraversa l'area illuminandola con le luci gialle. 
GIORGIO FALCO



Qualche notte prima di essere uccisa, alle tre del mattino Francesca se l'era trovato ai piedi del letto, come un vampiro. Perché Mario, il suo ex marito, aveva ancora le chiavi di casa? «Se cambiavo la serratura mi avrebbe uccisa». Francesca era una maestra di 45 anni: una vita normale. Ma da mesi aveva paura. Mario beveva, la pedinava. "O mia o di nessun altro", diceva (non "con me", ma "mia"). Francesca aveva ottenuto a fatica la separazione consensuale. Era arrivata a stipulare una polizza sulla vita. Eppure, esitava a denunciare. Non voleva mandare Mario in galera. Perché no? Troppi timori o non abbastanza? Per i loro tre figli? Oppure, vedeva nel suo persecutore anche un bambino terribile da proteggere? (Perché tante conservano compassione per il vampiro, per Barbablù). Intanto, Mario si procurava una Beretta semiautomatica. E il 4 marzo, a Brescia, ha preso la sua pistola e ha ammazzato Francesca, Vito (il nuovo compagno), la figlia di primo letto Chiara (il frutto vivente di un altro amore: da distruggere) e il fidanzato di lei. 
BENEDETTA TOBAGI



C'è una macchina blu, sul lato destro della strada. Ha le freccette accese. Lei pensava di accostare solo per un istante. 6.30 del mattino. Lei attacca presto. A soli 24 anni l'azienda dei trasporti le ha affidato lo scuolabus rosso. Lo chiamano Happy Bus. Domenica Menna di Parma, detta Mimì. Ma c'è una macchina davanti alla sua, sul lato destro della strada. Lui indossa ancora la divisa da vigilante. L'ha seguita, sorpassata, costretta a fermarsi. La macchina blu ha il finestrino abbassato. Le donne ascoltano. La portiera è aperta. Un lenzuolo sull'asfalto copre il corpo di lui. C'è una ragazza bruna riversa sul volante, la cintura di sicurezza ancora allacciata. Non l'ha protetta dall'uomo che aveva frequentato 4 anni e che aveva appena lasciato. 4 colpi a bruciapelo – e l'ultimo per sé. C'è un proiettile vagante. Ha attraversato il corpo di lui, schiantato una finestra, e si è conficcato nel muro di un salotto. Quel foro è per svegliare noi, lettore. Potrebbe essere il nostro salotto. Questo capita mentre dormiamo. Ricordati di Mimì, uccisa perché voleva tenere il volante della sua vita. 
MELANIA MAZZUCCO



Del tradire. A Mozzecane, in terra di Verona, c'è una casa accudita e garbata. A Leopardi la via è dedicata, e sa di poesia. E' il 4 marzo ed è domenica, la festa è santa e in chiesa sono stati, Giovanni Lucchese e Gabriella Falzoni, e anche il figlio ormai già grande. Stanno bene, come oggi si dice, e amano viaggiare. In Kenya, appena ieri.
Questo giorno si son parlati. A voce troppo alta, li hanno sentiti. Faida di parole, e non si son creduti. Lui ha paura così si dice, e sembra naturale. Di essere tradito. Perduto nel sospetto, ha frugato il suo telefono. E tradito, lui di certo, l'intimità di lei. C'erano parole, lui dice, forse senza storie, come oggi capita, perché la distanza rende audaci. O forse è proprio nulla. Ma non è questo. E' che lui la uccide, con un foulard di lei. Cosa di donna. Ancora tradita, lei di certo. E' la numero trentasei. Poi la ricompone. E va in prigione.
Capita di passare e anche di inciampare. Ma uccidere può capitare? Dura tanto far finire la vita. Quattro giorni e c'è un'altra festa. Della donna, dicono, ma non per lei. Né per noi. 
MARIAPIA VELADIANO



A lui la pistola gliel'aveva data lo Stato italiano: Rinaldo D'Alba era appuntato dei carabinieri, e con moglie e figlie vivevano in una caserma di Palermo.
Lei si chiamava Rosanna Lisa Siciliano e aveva trentasette anni. Il marito la pestava a sangue, già era capitato che il comandante della caserma dove vivevano l'avesse notata, tutta gonfia, piena di ematomi, e non avesse detto nulla, né fatto nulla per impedire che accadesse ancora. Rosanna Lisa aveva anche denunciato il marito ai suoi superiori, tre volte: suo fratello dice che il fatto di stare in una caserma le dava un senso di protezione. Ma la caserma è un posto da uomini: le divise sporche si lavano in famiglia.
Le bambine avevano cinque e dodici anni e dormivano nella stanza accanto, quando il sette febbraio di quest'anno lui è entrato in camera da letto e ha sparato alla moglie un colpo al petto. Poi si è ucciso, lasciandole sole. 
VALERIA PARRELLA



Tiziana Olivieri aveva 40 anni quando è morta e il suo convivente e assassino ne aveva 26. Se fosse stata un'attrice famosa, nelle pagine delle riviste di gossip quel convivente tanto più giovane sarebbe stato definito toy boy.
Ma Tiziana faceva i turni in fabbrica e quel giovane camionista era tutto fuorché un giocattolo per lei: due anni prima aveva creduto alle sue promesse d'amore e c'era andata a vivere insieme. Era arrivato anche un figlio, l'ultima scintilla di una fertilità matura, ma la vita comune si era rivelata più difficile del sogno, come capita a tanti.
Lui l'ha uccisa in cucina dopo una lite, strangolandola mentre il bambino dormiva. Ha dato fuoco alla casa per simulare un incendio e con i carabinieri ha finto freddamente di non essere riuscito a salvarla. Confesserà tutto e poi dirà che non voleva, perché nel femminicidio l'assassino non è mai l'uomo: è la sua passione. 
MICHELA MURGIA



Che cos'aveva in tasca Carmine Buono, 55 anni, quando è arrivato all'appuntamento con lei? Ci vediamo in via Turati, ti devo parlare del bambino. Va bene, arrivo.
Antonia Bianco, 43 anni, tre figli, l'ultimo di 5. Aveva paura. Se proprio devi incontrarlo, mamma, meglio per strada e di giorno – le aveva detto il figlio maggiore. Lui alza subito le mani. Uno schiaffo, un pugno. Ma cos'era quel bagliore di un attimo? Antonia chiama il 113, "aiuto, mi picchia di nuovo", poi scivola, si piega sulle ginocchia, muore.
Lui se ne va. Infarto, dice il referto di morte. Un medico annota, però: foro all'altezza dell'ascella sinistra. "Più piccolo di una moneta da due centesimi".
Autopsia. Ecco, infatti: un "oggetto lungo e appuntito" le ha spaccato il cuore. Cosa nascondeva in tasca Carmine Buono? Un punteruolo da macellaio, forse. Un luccichio, un niente. Come una moneta da due centesimi che rotola sul marciapiede. 
CONCITA DE GREGORIO



Sud. Vanessa Scialfa era una ragazzina e conviveva con il suo compagno, Francesco Lo Presti, 34 anni, 14 più di lei. Due gesti coraggiosi, al sud. Convivenza senza matrimonio, con un uomo molto più grande. Vanessa il 24 aprile viene strangolata con il cavo di un lettore dvd e asfissiata con un fazzoletto imbevuto di candeggina. Vanessa viene avvolta in un lenzuolo e gettata da un cavalcavia, in una scarpata. Vanessa sorrideva nelle foto che il papà ha messo su facebook per cercarla, quando ha scritto "fate in fretta non abbiamo tanto tempo". Vanessa aveva pronunciato il nome del suo ex, in un momento di intimità.
Vanessa è stata uccisa da un uomo, Francesco, che ha detto di averlo fatto per gelosia e sotto effetto di cocaina. Per gelosia, ha detto, come dicono in tanti. Ma "la gelosia" non è la causa. La causa è il modo di stare al mondo di questi uomini. Considerano la donna un territorio da possedere, da occupare, e infine, da bonificare. Nessuno di questi tre verbi ha a che fare con l'amore. 
ROBERTO SAVIANO

giovedì 26 aprile 2012

NEL LABIRINTO DI PERSICO ARCHITETTO GENIALE

                                     
                                          


Edoardo Persico, nato a Napoli nel 1900 e morto a Milano nella notte dell' 11 gennaio del 1936, è il più geniale critico d' architettura attivo negli anni Trenta, e non solo in Italia.

 Nel giro di pochi, febbrili anni assunse un ruolo di spicco nell' ambiente milanese, anche come condirettore della Casabella di Pagano. Capì il genio di Wright sfogliando solo foto, indicò ai migliori architetti milanesi la via della modernità europea, ed è lodevole che Skira ristampi Profezia dell' architettura, e Nino Aragno annunci l' opera completa.

 Il rapporto del medico legale dice che morì di miocardite.

 Alla sua morte Andrea Camilleri dedica il romanzo Dentro il labirinto, (Skira): è un classico processo indiziario, e non potrebbe esser diversamente, perché, attore e comprimari sono morti. 

«Ho scritto eventuale biografia perché questa mia non lo sarà... Il mio sarà il tentativo di percorrere il labirinto di un enigma». 

Ma di fatto scrive una biografia, tant' è che allega una carente bibliografia, e dedica ad essa 9 capitoli su 13. 

Nel primo si sofferma sui ritratti da morto che gli fecero amici pittorie fa le sue congetture, anche se alle sue domande e dubbi, dice di voler rispondere solo «con l' invenzione narrativa». 
All'Ambiguità politica dedica i capitoli 4 e 5, e fornisce la sua interpretazione. Era antifascista Persico, viene arrestato ripetutamente e rapporti di polizia lo confermano. In un ristorante a Napoli ha uno scontro con fascisti che cantano "Giovinezza", viene arrestato.

 Camilleri commenta: «Non antifascismo dunque, ma il timore che gli spaghetti alle vongole diventassero immangiabili».
 Sapendo che a Torino i suoi amici furono Gobetti, Venturi, Soldati, Carlo Levi che gli fece due ritratti si resta perplessi.
Per la stagione torinese Camilleri assume come suo Virgilio Angelo D' Orsi che, nelle sue indagini, mai si è occupato della morte. 

Il capitolo 7 lo dedica a Le congetture di Riccardo Mariani sulla morte: questi sostenne che Persico era stato ammazzato dall' Ovra, poi dagli antifascisti che avevano scoperto i suoi doppi giochi, poi da un compagno omosessuale, o forse s' era suicidato. 

Mariani, che spedì Pagano "volontario" a Mauthausen, ebbe in consegna le carte Persico-Gobetti dalla Fondazione Feltrinelli, e quelle di Pagano: mai le rese. Camilleri lavora sulle ipotesi di Mariani e sulle presunte confidenze di Annamaria Mazzucchelli, segretaria di Casabella, molto vicina a Persico e a Pagano: la signora smentì quando le lesse travisate, e lettere indignate sono nei documenti che la signora depositò alla Biblioteca Centrale di Roma nel 1986. Giovanni Persico, nipote di Edoardo, morì cinquantenne di cuore, come suo padre e suo nonno.
 Che Edoardo mal fermo di salute sin dall' infanzia - tubercolosi, cardiopatie, disturbi al fegato E per le bastonature subìte - che fumava 60 sigarette al giornoe viveva di caffè, sia morto di miocardite, come attesta il referto del professor Cazzaniga, mi pare la cosa più ovvia e ragionevole da pensare. Anche se un dato di fatto può risultare poco utile all' invenzione narrativa. Gli ultimi tre capitoli, 35 pagine su 136, Appunti per un romanzo, sono una ricostruzione "romanzesca" in tre tempi.

 Persico era un melanconico che passava dalla depressione a fasi di eccitazione: ma in un lustro produsse testi e progetti illuminanti.

 La di lui cristallina scrittura non induce a pensare che un torbido delatore possa esserne capace. L' autore non si avvale del bellissimo epistolario, nel quale si mette a nudo una persona debole, rosa da dubbi di ogni genere, capace anche di dire bugie come fece con Gobetti o, in altre occasioni, inventate da altri (i viaggi a Mosca), ma del tutto refrattario a inseguire le insinuazioni o le calunnie di cui era bersaglio.

 La sua proverbiale intransigenza gli aveva creato molti nemici a cui alluse con la Mazzucchelli e Giulia Veronesi.

 Leggendo le pagine del romanzo si ha il fondato sospetto che Camilleri l' abbia scambiato per Pjotr Verchovenskij di Dostoewskij, a me ha fatto pensarea L' idiota. 

Ma forse non fu né un demone, né un eletto: ma solo un esule fuggito da una città "africana", giunto in una città "cubica" e approdato a Milano dove trovò un asilo, dando il meglio di sé, e morendo di miocardite a 35 anni. Camilleri non si avvale delle testimonianze di una settantina di intellettuali di rango, di pittori e architetti che alla sua morte lo ricordano con parole commosse e devote: da Argan a Vittorini, da Gatto a Ponti per citare a caso. L' autore conclude ripetendosi: «Domando al lettore di considerarmi non uno storico, non un ricercatore ma un semplice romanziere».

 Ma è pur sempre valido l' ammonimento di Croce che per far biografia è necessario aver simpatia per il soggetto.

 Lionello Venturi, esule a Parigi, concluse così il ricordo di Persico: «È stata una luce la sua... che non è estinta, né si estinguerà fino a che alcuno di noi, che ne fu illuminato, saprà conservarla dentro nell' animo».



                                                          CESARE DE SETA


fonte La Repubblica.it

martedì 24 aprile 2012

Ciò che NON vogliamo nella Scuola Pubblica


                                                                             





di Marina Boscaino

Spiegare a chi non faccia il nostro lavoro perché è importante occuparsi di scuola sembra una cosa banale, mentre non lo è affatto. Attraverso la scuola stanno passando oggi fatti importanti, spesso gravi, senza che la maggior parte della gente se ne accorga nemmeno. Il rischio è quello di sfociare in una tecnicalità che scoraggia la comprensione dei non addetti ai lavori. Tentando di essere il più chiara e schematica possibile, vorrei cercare di far capire perché – attraverso un provvedimento di cui quasi nessuno parla – rischia di passare un pezzo fondamentale della deriva mercantilistica che ha caratterizzato le politiche scolastiche degli ultimi anni.

Le domande sono: qual è la scuola che vogliamo? Riteniamo che garantire livelli di prestazioni decenti per tutti sia un obbligo etico, oltre che una necessità economica per il nostro Paese? Infine: abbiamo ancora a cuore principi (e pratiche) quali la libertà di insegnamento?

Forse qualcuno ricorda la questione del disegno di legge Aprea, che durante il primo anno del ministero Gelmini (eravamo nel 2008) suscitò la protesta di tutto il mondo della scuola. Rimasto in naftalina per alcuni anni – grazie anche al dissenso interno all’allora maggioranza – ecco che la proposta ritorna, emendata delle norme riferite allo stato giuridico dei docenti, ora che Valentina Aprea, la prima firmataria ed ex presidente della Commissione Cultura della Camera, si è dimessa per assumere l’incarico di assessore all’Istruzione in Regione Lombardia.

Autonomia statutaria delle Istituzioni Scolastiche (PDL 953) si chiama la nuova proposta di legge, il cui testo è stato approvato a larghissima maggioranza presso la VII commissione Cultura della Camera, come frutto di una serie di proposte di legge avanzate da rappresentanti della attuale maggioranza allargata, tra cui Aprea (Popolo della Libertà), Cota (Lega), Capitanio-Santolini (Unione di Centro), De Torre (PD). Lascia piuttosto perplessi soprattutto il coinvolgimento del Pd, che – ai tempi della prima proposta di legge Aprea, che iniziò il suo iter parlamentare il 3 luglio 2008, riuscendo ad alimentare la mobilitazione del mondo della scuola, che culminò nel movimento dell’Onda e nell’oceanica manifestazione dell’ottobre di quell’anno – si oppose ferocemente al provvedimento. Il re-styling della norma, cui il Pd ha operosamente collaborato, però, ridimensiona solo in parte la pericolosità dei contenuti della proposta originaria; ad essa solo l’Italia dei Valori sta tentando in tutte le sedi di ribadire il proprio no.

Il testo originario prevedeva una sezione sulla carriera del personale docente (articolata su tre livelli: iniziale, ordinario ed esperto) e sul reclutamento attraverso il concorso di istituto (cioè, chiamata diretta da parte dei dirigenti). Emendati tali elementi, ecco le novità:

a) si costituirà un Consiglio dell’Autonomia, organo che sostituirà l’attuale Consiglio di istituto. Di tale organo, rispetto al Consiglio di Istituto, non farà più parte alcun rappresentante del personale Ata, mentre entreranno a farne parte “membri esterni, scelti fra le realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi, in numero non superiore a 2 (…)” (art. 6). Non sono fornite indicazioni sulle modalità attraverso cui i membri verranno individuati. Si passerebbe dunque dall’attuale situazione in cui l’intervento di esterni viene deliberato e autorizzato da Collegio dei Docenti e Consiglio di Istituto, ad un’entrata di esterni addirittura nell’ambito dell’organo di indirizzo della scuola. È lecito chiedersi quanto questo intervento comporterà in termini di trasparenza delle relazioni tra scuola e territorio, nonché di reale svincolamento delle proposte da logiche di convenienza o di clientela;

b) tale Consiglio dell’Autonomia elaborerà uno “Statuto autonomo”, diverso da scuola a scuola, relativo alle regole su questioni che riguardano sia la sua gestione dell’istituto, sia l’organizzazione degli organi interni, sia il delicato rapporto delle diverse componenti che ne fanno parte. Tali materie sono state fino ad oggi regolate da leggi dello Stato che hanno stabilito criteri identici sul territorio nazionale. Lo Statuto Autonomo, e la conseguente acquisizione dell’autonomia statutaria di ciascun istituto, determinerà vari piani di differenze, minando principi che sovrintendono all’unitarietà del sistema scolastico nazionale, minacciandone la conservazione: pericolose deroghe alla garanzia da parte dello Stato di pari opportunità per tutti gli studenti nell’esercizio del diritto allo studio.

c) Sarà lo Statuto a definire in ogni singola scuola le modalità attraverso le quali genitori e studenti avranno il diritto di partecipare: un colpo di spazzola al Dpr 416/74, accolto nel dlgsl 497/94 (il Testo Unico sulla scuola), che norma gli organi collegiali.

d) Il collegio dei docenti oggi esercita la sovranità su tutto ciò che attiene alla didattica. Lo Statuto autonomo della singola scuola detterà invece norme su questioni estremamente delicate tra cui “la composizione e le modalità della necessaria partecipazione degli alunni e dei genitori alla definizione e raggiungimento degli obiettivi educativi di ogni singola classe (art. 6 c. 4)”: una pericolosa incursione in materia di libertà di insegnamento.

e) È previsto un nucleo di autovalutazione della scuola che la legge Aprea istituisce e che avrà il compito di valutare la qualità complessiva della scuola. Ne farà parte uno o più membri esterni, (i criteri di scelta rimangono avvolti dal più stretto riserbo), in collaborazione con l’Invalsi.

f) All’art. 10 si trova un’ inauspicabile soluzione al problema delle carenze di fondi in cui versa la maggior parte delle scuole italiane, grazie anche ai debiti accumulati dallo Stato (circa 1,5 mld). Viene prevista esplicitamente la possibilità di “ricevere contributi da fondazioni finalizzati al sostegno economico delle loro attività”, sottolineando che tali fondazioni “possono essere soggetti sia pubblici che privati, fondazioni, associazioni di genitori o di cittadini, organizzazioni no profit (art. 10 c. 2)”. Tali soggetti avrebbero il proprio posto nel Consiglio dell’Autonomia: chi garantirà che l’erogazione di fondi non implichi anche precise direttive in merito alle scelte formative che la scuola dovrebbe adottare?

g) Infine l’art. sulla dirigenza. Nel testo di riferimento per la dirigenza scolastica, l’art. 25 del dlgsl 165/01, al comma 2 si legge: “Il dirigente scolastico assicura la gestione unitaria dell'istituzione, ne ha la legale rappresentanza, è responsabile della gestione delle risorse finanziarie e strumentali e dei risultati del servizio. Nel rispetto delle competenze degli organi collegiali scolastici, spettano al dirigente scolastico autonomi poteri di direzione, di coordinamento e di valorizzazione delle risorse umane.” La parte relativa agli organi collegiali nel nuovo testo è emendata.

Il 4 aprile la Camera ha approvato la proposta di trasferimento del testo unificato alla VII Commissione Cultura in sede legislativa; ciò vuol dire che il testo unificato sarà approvato dalla Commissione e non dall’Assemblea, essendo sottoposto alla procedura destinata ai progetti di legge privi di speciale rilevanza di ordine generale o che rivestono particolare urgenza. Non ravvisandosi i termini per la seconda ipotesi, questo testo potrebbe diventare legge in virtù dell’approvazione di una commissione parlamentare perché, nonostante configuri uno stravolgimento della Costituzione, verrà trattato come fosse pura questione tecnica.

Il tema della revisione degli organi collegiali nella scuola è importante, soprattutto dopo l’istituzione della dirigenza scolastica, sancita dalla legge sull’autonomia, si sia d’accordo o no. In gennaio il ministro Profumo dichiarò a Radio Uno: “Io sto ragionando insieme alle persone del Ministero, come dare una maggiore 'autonomia responsabile' trasferendo direttamente alle scuole le risorse senza vincolo di utilizzo in modo tale che ci sia una maggiore autonomia reale, un'autonomia nelle scelte e credo che questo sia la strada". La direzione individuata da questa proposta è opposta a quelle dichiarazioni. Ma Profumo tace. Nonostante la lontananza dal concetto di autonomia responsabile di una proposta che, casomai, colloca la scuola in uno stato di subalternità rispetto ad eventuali finanziatori; che peraltro saranno molto più solleciti e presenti in alcune realtà e in alcuni segmenti dell’istruzione (si pensi al tecnico e al professionale) che in altri.

Non solo: tale ancillarità e tali divaricazioni verranno ulteriormente sottolineate dallo Statuto dell’Istituzione Scolastica; tanti statuti quante sono le scuole. Non solo dunque rottura dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale, quella già disegnata dalla “riforma” Gelmini attraverso la determinazione di modelli regionali altamente diversificati, soprattutto nell’istruzione professionale, fortemente legata al tessuto imprenditoriale ed aziendale di riferimento, con conseguente ulteriore affossamento della scuola del Sud. Ma anche sostanziali differenze tra scuola e scuola, non solo per ciò che riguarda le new entry esterne e la loro eventuale munificenza, ma anche funzionamento interno, modalità di partecipazione, attività di organi.

Una revisione hard – con un’accelerazione incontrovertibile verso un modello di scuola-azienda – del novellato Titolo V della Costituzione, che sottrae di fatto allo Stato (garante di pari opportunità per tutti i cittadini) prerogative fondamentali per favorire l’uguaglianza sancita dall’art. 3, che vede nella scuola uno strumento imprescindibile.

domenica 15 aprile 2012

Trentotto anni di Prove Distrutte e Depistaggi. Così un Pezzo di Stato ha coperto i Bombaroli


Anniversari fuor di retorica:

La stagione delle inchieste sulla strategia della tensione si chiude con un bilancio fallimentare. Ma ci lascia in eredità alcune certezze storiche: le condanne mancate parlano dell'inquietante presenza di reti di solidarietà occulte


di BENEDETTA TOBAGI


FORSE non ve ne siete resi conto, ma ieri mattina, quasi in sordina, si è chiusa un'epoca. Per quanto sopravviva una flebile speranza di nuove inchieste, ieri a Brescia nella sostanza (resta solo il ricorso in Cassazione) si è chiusa, con bilancio fallimentare, la pluridecennale stagione delle inchieste giudiziarie per le bombe della "strategia della tensione".

La strage di Brescia gode di un triste primato: nessun condannato. "Me l'aspettavo" è il commento più frequente al dispositivo della sentenza d'appello. Realismo comprensibile, ma non per questo meno tremendo. Quanto è terribile essere preparati a qualcosa di inaccettabile sotto il profilo etico, civile e semplicemente umano? Non aspettarsi più condanne per una strage di matrice politica che ha ucciso 8 persone: 5 insegnanti attivi nel sindacato, 2 operai, un ex partigiano. Un microcosmo specchio dell'Italia che pacificamente lottava, lavorava e sperava, in piazza della Loggia per una manifestazione antifascista e in piazza ucciso dall'ennesima bomba neofascista (con buona pace dei "negazionisti" di casa nostra, questo è accertato). Mentre l'Italia inorridiva davanti alla carneficina, il luogotenente per il triveneto dell'organizzazione terroristica Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, arringava i suoi "soldati": "Brescia non deve rimanere un fatto isolato". Assolto: ma siano noti a tutti i suoi reiterati proclami stragisti, nell'Italia dove le stragi sono accadute per mano di individui che l'hanno fatta franca.

Terribile perché  -  e lo vedi negli occhi rossi, nelle facce tirate  -  dopo una lunghissima inchiesta (per consentire lo svolgimento di un'indagine complessa grazie all'impegno civile dei famigliari delle vittime ci sono stati interventi legislativi ad stragem per prorogare i tempi oltre il limite dei 2 anni) e un lungo processo, la possibilità di condannare esisteva. Parafrasando Pasolini: oggi non solo sappiamo, ma abbiamo faticosamente accumulato prove e indizi, "che in tanti processi comuni bastano e avanzano a condannare"  -  commenta a caldo un legale di parte civile. Insufficienti a provare il concorso in strage al di là di ogni ragionevole dubbio nel rito lento e cauto del processo accusatorio, in uno stato di diritto. Sia chiaro a quanti storcono il naso pensando che qualcuno andasse a caccia di un colpevole a tutti i costi. Non è un caso che le prove, nei processi per strage, non bastino mai.

Quest'assoluzione è solo l'ultima, umiliante vittoria di un'attività sistematica volta a distruggerle e depistare le indagini. Cominciata la mattina della strage, col frettoloso lavaggio della piazza, con sacchi di materiale raccolto dopo l'esplosione finiti nella spazzatura, anziché repertati: forse anche frammenti del timer della "bomba fantasma" su cui in aula si è guerreggiato. Le testimonianze dei primi periti, concordanti con la descrizione del defunto collaboratore Carlo Digilio (l'armiere di Ordine Nuovo, che preparò l'ordigno di piazza Fontana) non sono bastate a far ritenere credibile la sua testimonianza. Brescia fu il prototipo di una strategia di depistaggio sofisticata (poi smascherata dagli stessi tribunali). Una tecnica più subdola delle "piste rosse" costruite intorno a piazza Fontana: la "falsa pista nera". I responsabili? Si additò un manipolo di fascistelli sbandati, piccoli criminali capeggiati dall'istrionico manipolatore Ermanno Buzzi. Una pista circoscritta, lontana dalle "trame nere" milanesi (oggetto del secondo ciclo di processi, che mandò assolti gli imputati per strage, ma tracciò il quadro della rete terroristica cui doveva appartenere la manovalanza) e da quelle venete, a cui appartenevano gli imputati dell'ultimo processo.

Processo istruito anche sulla base di note informative del Sid coeve ai fatti (la fonte era l'imputato Maurizio Tramonte): queste portano dritto alla galassia terroristica di Ordine Nero, che aveva esplosivi, uomini, intenti eversivi, responsabile di uno stillicidio di attentati nell'anno precedente, filiazione del blocco eversivo di Ordine Nuovo, disciolto dopo la condanna del 1973 per ricostituzione del partito fascista. Un manipolo di sbandati prudentemente lontano dalle trame di golpe "bianco" autoritario o presidenzialista - anch'esse più sofisticate del progetto di golpe militare modello greco di Borghese - emerse proprio nel 1974 con le inchieste Mar e "Rosa dei venti". Una pista nera "sbiadita" e innocua, portata avanti con ogni mezzo dal generale Francesco Delfino, passato sul banco degli imputati. Assolto dal concorso in strage, forse leggeremo nelle motivazioni che è stato responsabile di favoreggiamento, ormai prescritto: le arringhe di parte civile l'hanno argomentato in modo stringente. Sarebbero andate diversamente le cose se i centri di controspionaggio del Sid, anziché occultarle fino agli anni Novanta, avessero fornito nel '74 quelle note informative (confermate anche dal generale del Sid Maletti, un "depistatore" di piazza Fontana, dal suo buen retiro sudafricano)? Se i carabinieri di Padova, comandati dal piduista Del Gaudio, avessero fornito le copie che avevano? Se il centro di controspionaggio di Padova non avesse distrutto non solo i documenti, ma - contro regolamenti - anche i registri che dovrebbero lasciarne traccia? Una parte di Stato ha lavorato con costanza e sistematicità per coprire i bombaroli che alimentavano la tensione, e poi per proteggere se stessa. Le condanne mancate parlano dell'inquietante sopravvivenza di reti di solidarietà occulte, suggeriscono una continuità di pratiche illegali annidate in seno alle forze di sicurezza, che ci balenano davanti agli occhi nei "depistaggi sofisticati", a base di piste false ma verosimili, messi in atto quando s'indaga sulle stragi mafiose, sulle trattative Stato-mafia.

La zizzania e il grano continuano a crescere insieme. Siamo figli di quei peccati e di quelle omissioni, ne portiamo il peso, ne paghiamo il prezzo. Oggi, nell'Italia impoverita, pessimista, delusa dalla politica, stritolata dalle organizzazioni mafiose, la tenacia e la battaglia democratica degli inquirenti, delle parti civili, di tanta società civile forniscono l'insegnamento più prezioso: vale comunque la pena lavorare, si riesce a consolidare un corpo vivente di carte, prove, voci, immagini che ci raccontano cosa è accaduto attorno a noi. Le assoluzioni non bastano a cancellarlo. Cantava De Andrè: "Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti".



Fonte Repubblica.it pubblicato il 15.04.2012


Sull'Inutilità della Filosofia

                                           
                                                




A coloro che obiettano a chi si occupa di filosofia la sua inutilità (obiezione raramente sollevata agli studiosi di sociologia, storia, letteratura, cinema), che ci si potrebbe dedicare con maggior profitto ad altre più redditizie occupazioni che garantirebbero sia il benessere proprio sia quello della comunità in cui si lavora, bisognerebbe ricordare come solo la filosofia sia un sapere capace di stabilire una comunicazione con le altre molteplici forme di sapere.


 Essi dovrebbero allora concedere che nessun’altra “tecnica” insegna ad interrogare le altre tecniche, mentre la filosofia può farlo proprio perché – grazie alla sua non-contemporaneità – essa non è una tecnica. Quando i tecnici e i professionisti del mondo amministrato notano un filosofo che sa fare anche il programmatore o giocare con profitto in borsa, gli ricordano come potrebbe fare soldi a palate mettendo a “profitto” questa sua abilità.


 Una volta qualcuno chiese a Ernst Bloch, esule negli USA, perché non faceva qualche lavoro, in fondo in America si può diventare ricchi anche facendo il lavapiatti o il cameriere. Pare che Bloch – filosofo per eccellenza della non contemporaneità – rispose che in quel modo un cameriere o un lavapiatti in America forse inizia la propria carriera mentre lui, mettendosi a fare quel mestiere, avrebbe sicuramente concluso la propria.


 La domanda diabolica al filosofo, da Talete ai Necessary Hints di Benjamin Franklin, si ripresenta in modo ciclico, perché si ritiene il pensiero un che di accidentale e superfluo, espressione della massima contingenza, indice del modo in cui tecnici e professionisti vivono: senza farsi troppe domande.


 Chiunque non finalizzi la propria ricerca a ciò che richiede il mercato viene tagliato via come ramo secco: a neutralizzare il pensiero ci pensa l’ethos protestante globalizzato, senza più bisogno di cicute, anatemi e roghi.


 Ma la sufficienza e la malcelata sopportazione con cui si tollerano oggi i filosofi non dipendono solo dallo strapotere del mercato o dal destino della filosofia nell’età della tecnica. 


Un ruolo altrettanto importante è svolto dalla separatezza fra la figura dell’intellettuale e la comunità di cui è espressione.


 Di tale separatezza è responsabile l’istituzionalizzazione dei saperi. Più il discorso filosofico si fa discorso accademico, più esso diventa autoreferenziale e privo di legami con il tessuto della vita degli uomini: diventa una filosofia meccanica, autopoietica, filosofia della filosofia.


 Perciò quando un filosofo ha la ventura di trovare un punto di contatto con la prassi deve guardarsi bene dal lasciarselo sfuggire rinunciando alla teoria.


 Per vivere Spinoza – altro grande pensatore della non-contemporaneità – intagliava lenti, ed era un maestro anche in questo (così come nel suo rifiuto di salire in cattedra): il rispetto dei non-intellettuali lo si ottiene dimostrando che soltanto la filosofia insegna non a essere superiori al proprio tempo, ma a vivere il proprio tempo nel modo migliore e che giudicare la filosofia avendo a criterio la contemporaneità significa giudicare il sole guardando la luna. 






                                           Alessandro Bellan