venerdì 1 marzo 2013

Circa la Pesantantezza del Tempo Attuale... E sul modo per Uscire dal Guado.....


                            Le Riforme della Ricostruzione



                  Ricordiamole. 

Il bipolarismo come bene in sé, che avrebbe inevitabilmente prodotto stabilità governativa, governabilità a tutto campo, efficienza, fine della corruzione grazie all’alternanza al governo di diverse coalizioni.

 Oggi sarebbe persino impietoso ricordare con nomi e cognomi chi ha assecondato questa deriva, anche se prima o poi bisognerà pur farlo. Ma, intanto, si deve almeno sottolineare come non si sia voluto vedere l’abisso crescente tra quelle illusioni e la realtà, tanto che si arrivò addirittura a dire, dopo le elezioni del 2008, che l’orribile “Porcellum” aveva comunque avuto come effetto quello di stabilizzare il bipolarismo. Se vogliamo comprendere il presente, e progettare il futuro in maniera meno avventurosa, si dovrà partire proprio da una severa lettura critica dell’intera storia della cosiddetta Seconda Repubblica.

In questo momento, il criterio di analisi e di valutazione è ovviamente rappresentato dalle vere novità politiche del voto di domenica e lunedì. Che sono tre: 


la vittoria del Movimento 5 Stelle, il rifiuto dell’Agenda Monti, il ritorno della politica dei contenuti. 

La vittoria di Grillo e del suo movimento è già stata commentata nei modi più diversi. Ma la sua “anomalia” si somma al fatto che critiche sostanzialmente analoghe alla politica condotta e poi rilanciata da Mario Monti sono state l’elemento forte della campagna di Silvio Berlusconi. 

Che gli elettori hanno bocciato in modo sonoro la personificazione di quell’Agenda affidata alla lista “Scelta civica” e che da Monti aveva preso le distanze anche una parte del Pd. 
Questo dato politico non può essere minimizzato e anzi, nel momento in cui si insiste sulla necessità di andare in Parlamento con proposte precise, contiene una indicazione importante per quanto riguarda appunto i criteri di selezione delle proposte.

Il dimezzamento dei parlamentari e il taglio radicale dei costi della politica, che compaiono in cima all’ipotetica nuova agenda di governo, sono proposte che circolavano da anni e sono la conferma evidente di quel che si diceva all’inizio, dunque della lontana origine della crisi attuale. 

Ma ridurre della metà il numero dei parlamentari è misura certamente assai simbolica, che tuttavia avrebbe risultati economici modesti, e persino qualche effetto negativo. 

Nell’ultimo decennio è emersa una enorme manomorta politica, alimentata da aumenti ingiustificati e insensati delle indennità corrisposte agli eletti a qualsiasi livello, accompagnati da una ulteriore attribuzione di risorse a singoli e gruppi che nulla ha a che vedere con lo svolgimento dell’attività istituzionale. Questa manomorta deve essere abbattuta, eliminando ogni beneficio aggiuntivo rispetto alle indennità, a loro volta riportate a cifre socialmente accettabili, con un intervento che azzeri gli appelli alle competenze locali.

Questa operazione, però, deve andare al di là del ceto politico in senso stretto. 


Un’altra deriva degli anni passati è quella che ha portato ad un altrettanto ingiustificato dilatarsi delle retribuzioni nella dirigenza pubblica. Sono molti i dirigenti che hanno compensi persino doppi rispetto all’indennizzo previsto per il Presidente della Repubblica (248.000 euro). 

Si può polemizzare con Marchionne sottolineando che la sua retribuzione è 415 volte superiore a quella di un operaio Fiat e ignorare del tutto che sperequazioni ancora maggiori vi sono tra dirigenti pubblici e poliziotti in strada o impiegati ministeriali? Interventi in queste direzioni, insieme alla rottura delle cordate di magistrati amministrativi che ormai governano le strutture pubbliche, non garantirebbero soltanto risparmi, ma sarebbero un segnale importante verso un recupero dell’eguaglianza.

Proprio i principi di eguaglianza e di dignità sono all’origine di un’altra tra le proposte che circolano, quella riguardante il reddito di cittadinanza.

Anche qui, tuttavia, bisogna liberarsi delle genericità, evitando di guardare a misure del genere come l’avvio di una fulminea palingenesi sociale.

Vi sono ipotesi serie, già trasformate in proposte di legge d’iniziativa popolare, che possono essere subito sottoposte all’attenzione parlamentare, avviando così anche l’indispensabile riordino degli ammortizzatori sociali e sfidando un certo conservatorismo sindacale. 
È tempo, peraltro, di restituire al mondo sindacale una pienezza democratica per troppi versi perduta, con una legge sulla rappresentanza che davvero può stare in un programma dei cento giorni. Allo stesso modo, ai diritti del lavoro deve essere restituita la loro dimensione costituzionale, abrogando l’articolo 8 del decreto dell’agosto 2011 che permette di stipulare accordi anche in contrasto con le leggi vigenti, ampliando in maniera abnorme il potere imprenditoriale.

Questi esempi vogliono ricordare che un vero governo di programma, capace di abbandonare stereotipi e chiusure d’orizzonte, deve essere esplicito su provvedimenti che riguardino la dimensione sociale, ponendo basi solide per vere politiche del lavoro. 


Non si tratta di dare un “segnale”, ma di stabilire le giuste priorità in una situazione che, data la tensione sociale crescente, non può essere affrontata insistendo soltanto su misure istituzionali. Intendiamoci.

 La tensione è alimentata anche dalle gravi inadeguatezze istituzionali che, di nuovo, ci riportano ai vizi della Seconda Repubblica. Enormi si rivelano oggi le responsabilità di quanti, da troppe parti, hanno impedito la riforma della legge elettorale, invocando la necessità che una nuova legge salvaguardasse bipolarismo e governabilità. 

Abbiamo visto com’è andata a finire. 

La riforma elettorale, dunque, è una priorità assoluta, ma pure una buona legge faticherebbe a funzionare se non venissero rimossi gli ostacoli al suo funzionamento, che esigono norme severe sui conflitti d’interesse, riforma del sistema dei mezzi di comunicazione, disciplina davvero severa contro la corruzione, a cominciare dalle norme penali sul falso in bilancio. E nuove norme sulla partecipazione dei cittadini, per riaprire i canali necessari alla comunicazione tra società e politica. Tutte cose che sappiamo a memoria e fin da troppo tempo, e che devono essere prese terribilmente sul serio se si vuol dare una pur minima credibilità ad una prospettiva di governo.

Se questa prospettiva dovrà essere coltivata in primo luogo dal Pd, come buona logica istituzionale vuole, bisognerà considerare un’altra novità politica.


Il tracollo dell’Udc, considerata come partner necessario, libera dalla subordinazione alle pretese di questo partito su due questioni chiave: i diritti delle persone e i beni comuni. 

Il Pd ha ormai l’obbligo di proporre norme finalmente sottratte ai diktat fondamentalisti sulla procreazione assistita, sulle unioni tra persone dello stesso sesso, sulle decisioni di fine vita. E deve dichiarare esplicitamente la sua volontà di seguire la strada indicata dai referendum sull’acqua.

È un compito difficile, una sfida ai conservatorismi e alle incrostazioni che sono il lascito pesantissimo di un ventennio. Un compito, allora, che non può essere affidato ad alcun tecnico.


 I punti programmatici diventano credibili solo se vengono incarnati da un governo dichiaratamente politico e provveduto di un altissimo tasso di competenze. Solo così può essere ripreso l’impervio cammino della ricostruzione della fiducia nella politica. E, se uno spirito deve essere invocato, forse è quello del discorso sulle quattro libertà pronunciato da Roosevelt all’indomani dell’attacco giapponese a Pearl Harbor. 

La ricostruzione della Repubblica esige che agli italiani vengano restituite due di quelle libertà: quella dal bisogno e quella dalla paura.


                                                                          Stefano Rodotà


Fonte: da Repubblica

domenica 10 febbraio 2013







I Comitati in Italia sono indispensabili per grandi celebrazioni così è stato anche per Machiavelli.

A Firenze successivamente a una riunione convocata dall’assessore alla cultura del Comune di Firenze, è nato un comitato per gestire la celebrazione di un evento di sicuro interesse, e come suo coordinatore è stato indicato Valdo Spini, capogruppo della lista “Spini per Firenze” nel Consiglio comunale.

L’idea di una così grande iniziativa per celebrare degnamente il quinto centenario (1513-2013) del Principe di Niccolò Machiavelli, è dunque cosa buona e giusta.

lo è ancor più perché  Il trattato scritto dal grande fiorentino nel 1513, nel suo esilio di Sant’Andrea in Percussina, è uno dei libri più conosciuti e diffusi del mondo, è considerato l’architrave degli studi di teoria e dottrina della politica, è insegnato nelle università di tutto il mondo e pubblicato in moltissime lingue.
Ricordare criticamente questo avvenimento di grande significato culturale è dunque anche un modo per ribadire il ruolo della Firenze nel Rinascimento, e perché no forse anche il ruolo del Rinascimento sulla cultura.


L’anniversario del trattato scritto dal Segretario fiorentino nel suo esilio è un caposaldo fra i massimi nella storia del pensiero politico europeo,  che sarà dunque  ricordato - come è facile immaginare - con convegni, mostre, rappresentazioni teatrali, percorsi storici, proiezioni di film di argomento rinascimentale, collegamenti informatici e siti telematici.

Secondo Spini le celebrazioni dovrebbero essere organizzate “all’insegna dello studio delle leggi che sono sottostanti al potere, Saggi che sono sottostanti al potere, attualizzandolo nel contesto democratico contemporaneo".

Questi temi sono stati già peraltro affrontati con dovizia da molti: Ugo Foscolo parlò del Machiavelli come di colui che svelò ‘di che lacrime grondi e di che sangue / lo scettro ai regnator’; Norberto Bobbio gli contrappose Erasmo da Rotterdam che sosteneva che il Principe dovesse eccellere in magnanimità, saggezza e temperanza (mentre Machiavelli, com’è noto, scriveva che doveva eccellere nelle arti ‘della golpe e del lione’). 

Oggi, più modernamente, di fronte alla difficoltà della politica a padroneggiare la crisi finanziaria internazionale, dovremmo parlare dei rapporti tra i vari poteri e tra questi e la democrazia.

Sarà magari l'occasione per svolgere una riflessione critica sul ruolo della politica nel contesto internazionale di oggi, o potrebbe aiutarci molto a chiarire idee e soprattutto le incerte destinazioni verso cui troppo spesso ci sospingiamo inconsapevoli. 

giovedì 3 gennaio 2013

Il Ritornare alla Politica mé dolce in questo mar...







Si può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali? 

Dare una risposta a questa domanda richiede memoria del passato e considerazione dei programmi per il futuro.

Ma bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica. 

Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti.
 Solo uno sguardo realistico può consentire una riflessione che prepari una nuova stagione dei diritti.

Vent’anni di Seconda Repubblica assomigliano a un vero deserto dei diritti (eccezion fatta per la legge sulla privacy, peraltro pesantemente maltrattata negli ultimi anni, e alla recentissima legge sui diritti dei figli nati fuori del matrimonio). 

Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all’omofobia.

 La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l’importanza.

La considerazione dei diritti permette di andare più a fondo nella valutazione comparata tra Seconda e Prima Repubblica, oggi rappresentata come luogo di totale inefficienza. Alcuni dati.

 Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. 

In un solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale, culturale.
 E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale, sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale. 

La rivoluzione dei diritti attraversa tutti gli anni ’70, e ci consegna un’Italia più civile.

Non fu un miracolo, e tutto questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare delle leggi era ancor più accidentato di oggi. 

Ma la politica era forte e consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non levare steccati, di sfuggire ai fondamentalismi.

 Esattamente l’opposto di quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo sciagurato ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi.

 È stata così costruita un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro. 

Questo è il lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è riflettuto abbastanza.

Le proposte per il futuro, l’eterna chiacchiera su una “legislatura costituente” consentono di sperare che quel tempo sia finito?

Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione. 

Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica, sì che gli stessi diritti fondamentali finiscono con l’apparire come una semplice variabile dipendente dell’economia. 

Si dirà che in tempi difficili questa è una via obbligata, che solo il risanamento dei conti pubblici può fornire le risorse necessarie per l’attuazione dei diritti, e che comunque sono significative le parole dedicate all’istruzione e alla cultura, all’ambiente, alla corruzione, a un reddito di sostentamento minimo. 

Ma, prima di valutare le questioni specifiche, è il contesto a dover essere considerato.

In un documento che insiste assai sull’Europa, era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti. 

Al Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, si era detto che solo l’esplicito riconoscimento dei diritti avrebbe potuto dare all’Unione la piena legittimazione democratica, e per questo si imboccò la strada che avrebbe portato alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

 Questa ha oggi lo stesso valore giuridico dei trattati, sì che diviene una indebita amputazione del quadro istituzionale europeo la riduzione degli obblighi provenienti da Bruxelles a quelli soltanto che riguardano l’economia.

 Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa.

Inquieta, poi, l’accenno alle riforme della nostra Costituzione che sembra dare per scontato che la via da seguire possa esser quella che ha già portato alla manipolazione dell’articolo 41, acrobaticamente salvata dalla Corte costituzionale, e alla “dissoluzione in ambito privatistico” del diritto del lavoro grazie all’articolo 8 della manovra dell’agosto 2011.

 Ricordo quest’ultimo articolo perché si è proposto di abrogarlo con un referendum, unico modo per ritornare alla legalità costituzionale e non bieco disegno del terribile Vendola.

 Un’agenda che riguardi il lavoro, oggi, ha due necessari punti di riferimento: la legge sulla rappresentanza sindacale, essenziale strumento di democrazia; e il reddito minimo universale, considerato però nella dimensione dei diritti di cittadinanza. E i diritti sociali, la salute in primo luogo, non sono lussi, ma vincoli alla distribuzione delle risorse.

Colpisce il silenzio sui diritti civili. 

Si insiste sulla famiglia, ma non v’è parola sul divorzio breve e sulle unioni di fatto.

 Non si fa alcun accenno alle questioni della procreazione e del fine vita: una manifestazione di sobrietà, che annuncia un legislatore rispettoso dell’autodeterminazione delle persone, o piuttosto un’astuzia per non misurarsi con le cosiddette questioni “eticamente sensibili”, per le quali il ressemblement montiano rischia la subalternità alle linee della gerarchia vaticana, ribadite con sospetta durezza proprio in questi giorni?

 Si sfugge la questione dei beni comuni, per i quali si cade in un rivelatore lapsus istituzionale: si dice che, per i servizi pubblici locali, si rispetteranno “i paletti posti dalla sentenza della Corte costituzionale”, trascurando il fatto che quei paletti li hanno piantati ventisette milioni di italiani con il voto referendario del 2011.

Queste prime osservazioni non ci dicono soltanto che una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. 

Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia. 

Serve un ritorno alla politica “costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici.



                                                                        Stefano Rodotà



Fonte: La Repubblica

sabato 22 dicembre 2012

La Vergona l’Umiliazione e l’Amarezza


 Egregio Signor Ministro all’Istruzione,

chi scrive è una Docente Precaria col nuovo anno quarantasettenne, pluri abilitata con il concorso pubblico del 1999 nelle classi di concorso A0/43- A0/50- A0/37- A0/36; ad oggi incaricata dall’ufficio scolastico della mia provincia fino alla fine delle attività didattiche; Esperto Esterno in Progetti Pon per interventi formativi di sviluppo delle competenze e delle eccellenze. 


Non mi rincresce doverle rivolgere questa mia come “spettacolarizzazione” di un dramma professionale e umano; bersaglio come tanti altri precari di un disattento e malato interesse. Mi turberebbe invece l’offensivo oltraggio del silenzio o della menzogna a cui Ella – Ministro sono certa saprà sottrarsi.


 Questo non è lo sfogo di una “sfortunata sfigata” che respinta dal “suo” concorsone, ha vanificato l’occasione della sua incerta stabilizzazione; ma è l’amara riflessione sul metodo scellerato di selezione concorsuale che sceglierebbe poche decine di docenti del sistema scolastico italiano, vantandosi del merito. E’ inoltre il sussulto di una docente alle dirette dipendenze del suo dicastero, cioè della scuola pubblica italiana e finanche delle scuole nelle carceri, per aver subito un’umiliazione cocente che francamente ho difficoltà a comprendere e spiegare. 


Questa prova preselettiva è stata un’offesa alla professionalità e all’onore dei miei quasi vent’anni d’esperienza nell’insegnamento in istituti d’istruzione di primo e di secondo grado, è un’offesa alla mia non opinabile cultura personale e a quella di un’intera generazione di 150mila precari della scuola italiana; un insulto alla stessa funzione e al ruolo che come docente svolgo attualmente e da anni nel sistema scolastico italiano.


 Malgrado tutto non ho ritenuto di sottrarmi a questa beffarda prova e non ho mancato il contrastato appuntamento, obbligata da ragioni prima etiche e poi morali; mi sono perciò sottoposta alla macelleria inaudita di un concorso che sapevo già essere sbagliato; per una partecipazione forzosa - che i precari come me - Ministro- semplicemente per rispetto del buon senso non meritavano, dal momento che dopo due seri concorsi pubblici da svariati anni agogniamo lo scorrimento di graduatorie ancora densamente popolate e non esaurite. 


Paradossalmente malgrado difficoltà e contraddizioni, non avendo ancora del tutto smarrito la fede in ogni possibile esperienza professionale migliorativa e qualificante da offrire ancora alla mia scuola e a me stessa, senza sperare di riceverne nulla in cambio, forse per ben più profonde ragioni ho voluto misurarmi.


 Ne ho ricavato un’esperienza devastante che ha destituito di ogni senso la Cultura dei Contenuti disciplinari specifici per i quali avremmo invece dovuto concorrere innanzitutto non indistintamente. Ragione già di per sé sufficiente a Offendere la Didattica più accurata e professionale che da anni molti di noi applichiamo già speditamente; in favore di uno sbarramento numerico che ha derubricato il ragionamento logico, linguistico e matematico riconoscibile in forme sicuramente banali e intuitive cioè quelle del colpo d’occhio, del calcolo combinatorio, della sequenza di lettere consonanti-vocali; o della teoretica informatica e della lingua straniera; che si sono tutte fermate un attimo prima dell’essenza del pensiero complesso e non già formale, strumento che l’insegnamento invece esige e merita

Magari non slegando la grammatica della realtà, deprecando le de contestualizzazioni di contenuti che non opinabilmente invece non devono essere ignorati da nuovi o vecchi docenti che questo dovrebbero conoscere, per avere titolo alla docenza.

 Un bilancio misero, da tanti considerevolmente paragonato alla lotteria: poverissima la dimensione di senso che altresì era un atto dovuto per tutti i partecipanti, ingiustificatamente omologati indistintamente senza alcuna differenziazione di grado, di ciclo né di classe concorsuale.


 La serie matematica nella quale intuire la ragione nascosta era invereconda per un qualsivoglia aspirante docente che non fosse di estrazione scientifica e non già umanistica. Il novero era certamente quellodelle possibilità e probabilità quantistiche. Per 50 minuti mi è parso di scimmiottare i migliori quiz della nazionalpopolare tv; e siccome pur praticando l’enigmistica prediligo la saggistica Ministro, reputo quest’esperienza ferale, sgradito omaggio del suo dicastero tecnico come offensiva, umiliante e indegna, una pura violenza (l’ennesima) -sia pure auto inflitta- che nulla ha da spartire col mio insano ma profondo desiderio di insegnare, con la mia straordinaria professione


Se Ella altresì Ministro palesava interesse a ricoprirci di ridicolo, le rimetto allora il mio incarico annuale di docente incaricata nella scuola pubblica, si serva della sua autorità per Revocare gli incarichi come il mio a tempo determinato.


Abbia il coraggio di incontrarci venga nelle mie/nostre classi a incontrare gli alunni e i nostri dirigenti per provare solo a guardare da vicino e finalmente comprendere il mio/nostro lavoro; in fondo solo così si avvicinerebbe alla realtà. 


Mi incontri Ministro lo faccia solo per persuadermi che dopo un’esperienza come questa, tutto debba e possa continuare indifferentemente a scorrere come prima, sin anche il mio/nostro indispensabile e importante lavoro quotidiano nella scuola italiana. 


Il mio onorevole e dignitosissimo lavoro attualmente lo presto in uno straordinario istituto superiore di primo grado di un territorio “Difficile” che per un anno mi è stato dato in prestito (posto vacante)- il mio entusiasmo, la mia passione la cura e l’amore che so di dovere ai miei alunni ed al mio territorio, dopo quest’esperienza non sono certa che sapranno restare immutati. 


Ho costruito con sacrificio la mia professione in un consolidato ventennio di esperienza didattica applicata alla mia realtà, alla mia vita (le mie supplenze sono cominciate da non abilitata) all’idea qualificante dello studio che arricchisce e migliora e talvolta perfeziona, ma la prova preselettiva, che mi ha certamente esclusa per mio demerito da questo ridicolo concorso, è un’autentica vergogna, non perché io non l’abbia superata Ministro, ma perché francamente non sono riuscita a interpretarla - non so bene se sia stato un test di cultura generale o di insipienza docimologica, posto a fondamento di una pur giustificabile forma di selezione, che mi perdoni ministro, né io né tanti riconosciamo come forma adeguata per selezionare i docenti della scuola prossima ventura


Sarei stata disponibile a misurare la mia rapidità in ragione e in luogo della stessa riflessività del mio pensiero o della performatività delle mie conoscenze, se solo tutto questo fosse più utile, produttivo e più importante per ciascuno dei miei numerosi alunni di oggi e forse di domani; se fossero più necessarie della mia profondità di esperto educatore, le mie abilità specifiche di tipo addestrativo tanto da svilire le mie capacità di integrare e attualizzare quei saperi che da anni insegno e trasmetto nella convinzione che servano veramente a qualcosa di più. 


Sottrarmi alla prova poteva essere una soluzione direttamente proporzionale alla preclusione di una speranza “infingarda” o forse all’inconsistenza di un sogno meschino, nel livore di una drammatica situazione che nella sperimentata tecnica dell’arrogante <<arragiatevi!>> più che farci apparire <<choosy>> proprio non sa cosa alto fare.


                                                                               Con osservanza  



                                                                      Prof. Angela Maria Spina  

mercoledì 14 novembre 2012

Che cosa è questo Golpe?






Io so.


Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
 
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

 
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.  


Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. 


Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). 


Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. 


Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). 

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. 


Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.  


Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.


Io so. Ma non ho le prove. 


Non ho nemmeno indizi. 

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. 


Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. 


Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. 

Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere.

 Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.

Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.

 Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974 [L'editoriale di Paolo Meneghini era intitolato "L'ex-capo del Sid, generale Miceli arrestato per cospirazione politica]. 

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. 

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.


 A chi dunque compete fare questi nomi?

 Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. 

Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. 

Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. 

Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. 


Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. 


All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. 


Se egli vien meno a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici". 


Gridare al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. 


In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.


 È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. 

Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico.


In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratro: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "paese separato", un'isola.

 Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. 

In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. 

È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro. 


Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. 


La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. 


Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. 


Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere. 


Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro.


 E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. 

Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle spaventose stragi di questi anni?


 È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica.

E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.

L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. 


Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica.


 Non è diplomatico, non è opportuno.
 
Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire. 


Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso non pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana. 


E lo faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti.


 E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista. 

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi. 


Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti.


 Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori).

 Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato..

                        Pier Paolo Pasolini   dal "Corriere della sera" del 14 novembre 1974 


                                  Il romanzo delle stragi


martedì 13 novembre 2012

Primo Levi: La Condizione dello scrittore


Perché crediamo a Primo Levi?

È il titolo della quarta “Lezione Primo Levi”, l’appuntamento annuale organizzato dal Centro Studi Primo Levi di Torino, che si terrà da giovedì 8 novembre 2012 alle 17.30 presso l’Aula Magna della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Torino (Corso Massimo d’Azeglio 48): una delle aule frequentate da Levi studente di chimica e ricordate nella sua opera.
Relatore il professor Mario Barenghi, docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli studi di Milano Bicocca.



L’appuntamento è promosso dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi: l’associazione costituita nell’aprile del 2008 di cui sono soci fondatori la Regione Piemonte, la Città e la Provincia di Torino, la Compagnia di San Paolo, la Comunità ebraica di Torino, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e la famiglia di Primo Levi,  si inserisce all’interno del programma di iniziative promosse per i venticinque anni della scomparsa dello scrittore. L’obiettivo è di custodire e mettere a disposizione degli studiosi la documentazione relativa allo scrittore, e di promuovere studi e ricerche sulla sua opera. 
Come ogni anno, il testo della Lezione sarà successivamente pubblicato da Einaudi in edizione bilingue in italiano e inglese.




Nella primavera del 1977 Mario Miccinesi e Flora Vincenti, che dirigono “Uomini e libri”, un periodico d’informazione bibliografica, inviano un questionario a vari scrittori italiani (n. 63, marzo-aprile 1977). Li interrogano sulla loro posizione nel contesto politico italiano.

 A gennaio sono state occupate le università; a Bologna uno studente è stato ucciso dalla polizia, e nella stessa città a settembre si tiene il convegno contro la repressione; in precedenza c’è stata la cacciata di Luciano Lama, leader della CGIL, dall’Università di Roma. 

È esploso il Movimento del 77, mentre il terrorismo brigatista sta raggiungendo il suo culmine. Nel marzo dell’anno dopo viene sequestrato e ucciso Aldo Moro. 

Primo Levi sta per pubblicare La chiave a stella (esce nel 1978), che vincerà il Premio Strega, ma sarà criticato sulle colonne di “Lotta continua” per la sua idea del lavoro come approssimazione della felicità in terra.

 In questo contesto, lo scrittore, che è legato alla rivista (Flora Vinceti ha pubblicato nel 1973 una delle prime e informate monografie sull’autore di Se questo è un uomo), risponde prontamente al questionario su “La condizione dello scrittore nel contesto politico italiano”, preceduto da una riflessione della redazione. 

Qui di seguito le domande e le risposte di Levi.

La condizione dello scrittore nel contesto politico italiano

La situazione del nostro paese presenta indubbiamente oggi un
 carattere di eccezionalità che le deriva dalla tendenza in atto, sotto la
 spinta delle sinistre, ad un intrinseco rinnovamento il quale comporta 
mutamenti che è da augurarsi si attuino in modo autentico e profondo
e che non possono non coinvolgere tutti gli aspetti della vita sociale.


Nessuno può esimersi dall’apportarvi il proprio contributo, tanto meno 
coloro che si definiscono intellettuali e, tra di essi, gli scrittori. Nella
 consapevolezza della particolarità di una situazione che esige da ognuno
 un obiettivo chiarimento anche delle proprie posizioni politiche, “Uomini e Libri” ha promosso a questo scopo un dibattito tra gli scrittori
 italiani cui vengono rivolte le domande qui sotto riportate.


Domanda
 Qual'è la condizione dello scrittore oggi? Ossia come si colloca l’attività
 dello scrittore nell’ambito della nostra società, con particolare riferimento alla
 situazione politica?


R. Il minaccioso “oggi” che compare nella domanda penso vada rimeditato. In che cosa differisce questo oggi da
 tutti i nostri ieri, e dagli ieri dei nostri 
predecessori? Ne differisce per il fatto
 che oggi l’Occidente è in crisi? È in 
crisi da 100 anni, e certamente era in
crisi anche prima, agli occhi degli osservatori di allora: non esiste epoca
 che non sia di crisi.

 Solo gli storici avvenire, assennati del senno di poi, sapranno disegnare le arsi e le tesi di questa crisi permanente. Perciò, non credo che molto sia mutato nella funzione
 dello scrittore nell’ambito della situazione politica attuale: oggi come ieri,
 lo scrittore non deve dimenticare che
 è anche lui, come tutti, un individuo che
 ha subito condizionamenti (dal suo ambiente, dal tempo in cui vive, dalla
 classe a cui appartiene, dai traumi a
 cui è stato personalmente esposto); che 
non è privilegiato rispetto ai non-scrittori, se non perché la fortuna, o il suo
 mestiere, gli hanno concesso di comunicare con un pubblico vasto; che si deve 
proporre e sforzare di superare i condizionamenti sopra detti, allo scopo di 
arrivare ad una visione del mondo più
 ampia ed organica.


D. In che misura il lavoro dello scrittore è oggi in grado di incidere su una 
realtà che, pur tra impedimenti e incertezze, accentua il proprio processo di
trasformazione e di indipendenza nei confronti dei poteri ecumenici dominanti?


R. Certo il lavoro dello scrittore può 
(può!) incidere oggi sulla realtà in misura maggiore di ieri, ma solo perché i
mezzi di massa e l’industria editoriale
gli concedono una voce più forte: non
perché la realtà d’oggi accentui veramente il proprio processo di distacco
 dal potere. 

Che questo stia avvenendo, 
è dubbio: se anche a breve termine sembra questa essere la tendenza, è imprudente essere ottimisti; potrebbe essere
solo un’increspatura della curva. Resta 
il fatto che l’opera scritta può incidere
 sulla realtà politica: ma spesso questo 
avviene in misura diversa da (talora opposta a) quanto lo scrittore desidera o prevede. Un libro scappa di mano a chi lo scrive: dice più di quanto il suo autore intende. Essendo frutto di un’epoca, testimonia sull’epoca, anche contro o senza il consenso dell’autore; in questo senso, ogni libro è impegnato, anche se il suo autore si professa disimpegnato.

D. Come risponde la società contemporanea al lavoro dello scrittore? In quale considerazione tale lavoro dovrebbe essere tenuto e quale peso gli dovrebbe
 venire attribuito?

R. Se si intende “scrittore” in senso stretto, la società d’oggi risponde al suo lavoro meno vivacemente di prima, per l’evidente concorrenza della radio, della TV, del cinema, ecc. Quanto alla seconda parte della domanda, come formulare regole? Come scrittore, avrei piacere se molti leggessero molti libri e ne traessero giovamento, o anche solo divertimento, e privilegerei la lettura rispetto ad altre funzioni, ma simultaneamente penso che queste preferenze possono essere campanilistiche.

 Uno scrittore non è un vate né un profeta, e non ha ragione sempre: il peso che deve essere attribuito alla sua opera è estremamente variabile da caso a caso. Sta al lettore imparare a distinguere lo scrittore originale e onesto dal falsario e dal cortigiano.




fonte: Doppiozero.com