sabato 13 aprile 2013

Uno Spettro s'aggira per l'Europa.... niente di nuovo sotto al sole....


Da qualche tempo è in uso in Italia ma anche altrove,  di  interpretare i casi di Alba Dorata in Grecia e del Front national Francia, poco ci si occupa dell'Ungheria e del suo leader Orbàn che sta effettuando nel Paese una rivoluzione populistica, nazionalistica e con tratti xenofobi.

 Il suo partito, pur essendo nel Ppe, è ben distante dai classici valori conservatori del resto d'Europa, ci si domanda se sia una preoccupante deriva o solo qualche batterio infetto e pericoloso di una ben più grave malattia.
 



Non ci sono solo i nazisti

di Alba Dorata ad

 insozzare il panorama

 politico dell’Europa unita. 
In Ungheria il fascismo, nella sua variante cristiano-nazionale, è arrivato direttamente al governo. E dal paese si scappa, come ai tempi del comunismo, dopo i fatti del ‘56.

Dal 2010 alla guida del paese magiaro è ritornato Viktor Orbàn, leader degli “arancioni” della Magyar Polgári Szövetség (Fidesz), formazione che negli anni novanta si affermò sul proscenio politico del paese con un volto liberale e progressista, decisamente anticomunista, ma ben diverso da quello con cui si presenta attualmente.

Membro del Partito Popolare Europeo (Ppe), la Fidesz è una forza politica segnata da forti elementi di contraddittorietà, essendo il suo profilo ufficiale quello di un partito moderato cristiano, ma nei fatti la sua natura si avvicina molto di più ai profili di altre forze populiste, nazionaliste, perfino neofasciste, che ritroviamo sparse un po’ dappertutto nell’area continentale.

Il problema è che in altri paesi europei, ancorché rinvigoriti dalla crisi economica, questi partiti sono generalmente ai margini della vita istituzionale, mentre in Ungheria laFidesz è al governo del paese, con una coalizione che gode perfino del fiancheggiamento dei neofascisti del partito Jobbik, quello delle squadre paramilitari denominate “Guardia Nazionale Magiara”, dichiaratamente ispirato al Partito delle Croci Frecciate di Ferenc Szálasi, filonazista e antisemita, collaborazionista, che resse le sorti del paese a cavallo tra 1944 al 1945.

Certo, se si vanno a leggere i documenti ufficiali dell’Unione Civica Ungherese, anche le sue finalità per come sono espresse nella carta costitutiva, non si trova alcun indizio della sua attuale vena reazionaria e autoritaria. Sono i fatti, nondimeno, le scelte compiute recentemente da Orbàn e dal suo governo, ad incaricarsi di segnalare una pesante anomalia politica nel cuore dell’Europa.

Al primo punto dello statuto c’è scritto addirittura che la Fidesz vuole “promuovere il rispetto per la dignità umana”, “rafforzare lo Stato di diritto e la libertà” per rendere forte il sistema democratico, “promuovere le pari opportunità e tutelare i diritti sia individuali che collettivi”.

Poi però, dal governo, si varano provvedimenti che vanno in una direzione diametralmente opposta a quella che i principi fondativi del partito in astratto indicherebbero, in nome di un progetto politico che, con un’espressione peraltro non tanto nuova, addirittura famigerata nel secolo appena trascorso, viene celebrato come un esperimento di “rivoluzione nazionale”.
Vediamo allora in che cosa consisterebbe questa “rivoluzione”, su quale visione del paese poggerebbe.

L’11 marzo scorso il parlamento ha approvato, anche con i voti dei neofascisti di Jobbik, la modifica di ben 22 articoli della Costituzione vigente, dando un altro colpo durissimo allo stato di diritto ed alla sua laicità. Di fatto è stata scritta un’altra Costituzione.

In verità già la riforma costituzionale del 2011 aveva introdotto dei principi decisamente in contrasto con lo spirito del moderno costituzionalismo democratico. Tra questi il “riconosciamo del ruolo del cristianesimo nella preservazione della nazione”, che, unito all’invocazione della benedizione di Dio nel preludio al testo della costituzione ed all’uso dell’espressione “Nazione magiara” in luogo di “Repubblica ungherese”, già evidenziava una deriva pericolosa per il paese.
Anche perché da queste annotazioni di principio discendevano direttamente alcune norme liberticide in tema di informazione, cittadinanza, magistratura, settore bancario.

Con l’ultima “riforma” è stato però chiuso definitivamente il cerchio. Essa prevede, tra le altre cose, che la Corte costituzionale non potrà più fare riferimento, nel giudizio, alla giurisprudenza anteriore all’entrata in vigore della Costituzione vigente, la cui promulgazione risale a gennaio del 2012, e non potrà più esprimersi su questioni di merito ma solo su aspetti formali.

È evidente, in questa operazione, il tentativo di precostituire una situazione nella quale altre possibili “riforme” liberticide ed autoritarie della Legge fondamentale e l’introduzione nell’ordinamento di nuove norme che agiscono sui diritti e le libertà, non incontrino più la censura del massimo organo di garanzia costituzionale. D’ora in poi Orbàn potrà stravolgere a piacimento l’assetto democratico del paese, o quello che ne rimane, senza preoccuparsi di incorrere nella censura della Suprema Corte.

Se quello dell’esautoramento della Corte Costituzionale è l’aspetto più rilevante della “riforma”, non meno gravi sono altre modifiche che riguardano l’informazione, la società, il welfare, l’università. Si è intervenuti pesantemente sul sistema dell’informazione, istituendo una Commissione Governativa di Controllo Televisivo, ammettendo un solo telegiornale, ovviamente sulla rete pubblica, vietando alle televisioni private di trasmettere tribune elettorali.

Per gli studenti universitari che hanno beneficiato di sovvenzioni pubbliche è stato istituito il divieto di lasciare l’Ungheria per trovare lavoro all’estero. I giovani laureati dovranno perciò restare in patria per un lasso di tempo pari alla durata del corso di laurea frequentato.

E’ stato stabilito che le coppie non sposate, sia eterosessuali che omosessuali, e quelle senza prole non beneficeranno più degli stessi diritti delle famiglie sposate e con figli.
In mezzo a questi provvedimenti, anche la perseguibilità, sul piano penale, delle persone senza fissa dimora, trovate a dormire nelle strade, nei giardini pubblici e nelle pubbliche piazze.

Infine la ciliegina sulla torta: il vecchio partito Comunista è stato definito “organizzazione criminale”ed i crimini del comunismo sono stati dichiarati non prescrivibili. In base a ciò, chiunque ne abbia fatto parte potrebbe essere oggi condotto sotto processo. Se si tiene conto che per decenni, fino al 1989, il Partito comunista è stato il partito-Stato di questo paese, ancora oggi migliaia di ungheresi potrebbero rischiare un’imputazione, perdendo i loro diritti. Un’arma di ricatto formidabile contro un numero enorme di cittadini, verrebbe da aggiungere.

Che dire? Come qualificare tale situazione se non come fascismo di ritorno?
Il partito di Orbàn vinse le elezioni nel 2010 approfittando della grave crisi economica che attraversava allora l’economia nazionale: l’Ungheria è stato uno dei primi stati europei ad essere contagiato dalla crisi finanziaria scoppiata oltreoceano.
Eravamo nel 2008 quando il paese, allora guidato dai socialisti, dovette fare i conti con l’incubo dell’insolvenza del proprio debito. Per evitare la bancarotta il governo di allora si rivolse al Fondo monetario internazionale ed all'Unione europea, con i quali concordò, in cambio di misure di rigore, un piano di aiuti da 20 miliardi di dollari.

Furono portate avanti politiche di austerità che, aggiunte ai sacrifici compiuti dalla popolazione negli anni precedenti per centrare l’obiettivo dell’ingresso nell’Unione, finirono per aggravare pesantemente lo stato di salute dell’economia e la condizioni di vita delle famiglie. Meno produzione e consumi, più disoccupazione e disagio sociale. Uno schema che si ripeterà presto anche in altri paesi europei, a cominciare dalla Grecia per finire all’Italia.

Ma l’austerità non chiama solo recessione ed altra austerità. Com’è ormai chiaro, a rimetterci è anche la democrazia. E si, perché in tutta Europa la crescita di formazioni politiche populiste, neofasciste, reazionarie, perfino razziste ed antisemite, va messa anch’essa sul conto delle politiche di rigore, che si sono imposte come filosofia dominante in Europa, per garantire la sopravvivenza di una moneta unica sempre meno solida, sia dal lato della sostenibilità, sia nella percezione dei popoli europei.

L’Ungheria, da questo punto di vista, ha anticipato i tempi. Crisi economica e austerità qui hanno costituito il brodo di coltura dei fenomeni reazionari, neofascisti, di cui ci stiamo occupando in questo articolo.
Dopo la vittoria elettorale, il governo guidato da Viktor Orbàn ha comunque tentato di dare una sua risposta alla crisi ed agli impegni sottoscritti dal paese con le istituzioni finanziarie internazionali e la Ue, varando un pacchetto anticrisi basato su tagli alla spesa pubblica, tasse ai profitti delle banche, riduzione del prelievo fiscale sul lavoro, nazionalizzazione dei fondi pensionistici, aumento della tassazione indiretta.

È stato introdotto anche un nuovo "codice del lavoro", fortemente limitativo delle libertà sindacali e dei diritti dei lavoratori, un regalo che il governo ha voluto fare alle grandi imprese nazionali ed alle multinazionali estere che operano in Ungheria.
Queste misure hanno consentito al paese di prendere una boccata d’ossigeno, scongiurando, per adesso, la richiesta di nuovi aiuti al FMI, ma non hanno risollevato l’economia, né contrastato efficacemente il dilagante disagio sociale. Se è vero, com’è vero, che gli ultimi dati sull’andamento dell’economia fotografano una situazione dove la disoccupazione è ormai al 12%, la produzione agricola è calata del 25%, l’edilizia è scesa del 6%, mentre la produzione industriale ha subito una contrazione netta del 4%. Tutto ciò mentre il debito pubblico continua ad attestarsi intorno all’80% del Pil ed il deficit al di sopra del 3%.

Sarà anche per questo che Orbàn ha pensato di investire molto sulla politica identitaria da un lato e sulla riduzione degli spazi di libertà dall’altro. Un tentativo di uscire per via populistica dal pantano in cui si trova immerso il paese, impastando liberismo economico, nazionalismo, anticomunismo e politiche repressive.
In questo contesto va inquadrata anche la guerra etnica scatenata dall'estrema destra contro i Rom, che in Ungheria sono quasi il 10% della popolazione (la stessa madre del premier Orbàn è di origine Rom).

Tutto questo sta accadendo oggi nel cuore dell’Europa, in uno degli stati membri della Ue. Ma la reazione delle autorità europee è tanto flebile quanto forte è la sua attenzione per la stabilità monetaria ed i vincoli imposti ai bilanci pubblici.
 La Commissione europea, incalzata dall’opposizione ungherese, ha dichiarato qualche giorno fa che sta ancora ''esaminando la situazione'', e verificando se ci sono le condizioni per aprire una procedura di infrazione contro Budapest. Troppo poco, oggettivamente, per una situazione che ha già travalicato i confini dell’ordinario.
 Forse la cautela delle autorità di Bruxelles si spiega col timore che il governo ungherese possa reagire a misure più drastiche con l’indizione di un referendum sulla partecipazione del paese all’Unione, che potrebbe avere un effetto a cascata nella situazione di crisi attuale.

Si può dire che nel disastro ungherese c’è un pezzo del fallimento di questo primo tentativo di integrazione europea, dopo quelli imperiali di alcuni secoli fa? Certo è che se benessere e democrazia erano i due termini del nuovo sogno europeista, entrambi oggi sono messi a dura prova dall’incalzare della crisi economica e politica che attraversa tutto il continente.




                                       Luigi Pandolfi








Fonte: MicroMega


giovedì 11 aprile 2013

Rimettere in circolo la SPERANZA







Non di soli slogan vive l’uomo. 
Il “patto di stabilità” che ci viene martellato nelle coscienze come fosse una legge di natura elude il solo punto essenziale: quale stabilità ci preme di più, quella dei conti pubblici o quella della società?

Per sanare il bilancio dobbiamo comprimere la spesa sociale, esiliare la cultura, mortificare la sanità, emarginare i più giovani e i più vecchi? Davvero non ci sono alternative? 
“Stabilità” non descrive forse un Paese immobile, incapace di crescere? 
Assediati dallo spread e dai suoi capricci, abbiamo perduto la libertà (e la lucidità) di vedere quel che accade.

Tristi primati soffocano l’Italia, ne determinano l’immagine nel mondo, erodono la nostra credibilità.
 Nella mappa sulla libertà di stampa del Newseum di Washington (il più importante museo al mondo sui media) l’Italia è il solo Paese dell’Europa occidentale colorato in giallo come “parzialmente libero” (Press Freedom Map: www.newseum.org). 
Secondo Transparency International, l’Italia è uno dei tre Paesi più corrotti d’Europa (con Grecia e Bulgaria), peggio di Ghana, Namibia, Ruanda. Secondo dati Ocse, l’Italia è al terzo posto al mondo per evasione fiscale, preceduto solo da Turchia e Messico (lo ha ricordato Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei Conti, in audizione al Senato lo scorso ottobre).

Trattiamo questi ed altri problemi come fossero lontani dalla nostra vita di ogni giorno, come non avessero niente a che fare con la crisi, con l’instabilità sociale, la disoccupazione, l’impoverimento delle classi medie, la drammatica crescita delle disuguaglianze. 
Eppure queste ed altre infelicità private sono innescate o aggravate dalla recessione, che si compie all’insegna di una spietata concentrazione della ricchezza, intrecciata allo smontaggio dello Stato, alla privatizzazione dei beni pubblici, ai continui tagli della spesa sociale.

Accecati dalle retoriche neoliberiste dello Stato “leggero” (tanto leggero da sparire), siamo prontissimi ad abolire le province (risparmio annuo previsto: 500 milioni di euro), senza accorgerci che si risparmierebbe molto di più acquistando un aereo militare in meno o evitando qualche chilometro di inutili Tav.
 Determinati a non affrontare i problemi alla radice, ci accontentiamo di palliativi (qualche riduzione di stipendio, qualche parlamentare in meno…),  attribuendo implicitamente i danni e la crisi alla stessa esistenza delle istituzioni pubbliche, e non alle loro disfunzioni, non alla lottizzazione politica, non all’insediarsi di incompetenti nei posti di comando, non al saccheggio dei beni pubblici.

Predichiamo slogan bugiardi che esaltano lo sviluppo, e intanto lo impediamo con tagli dissennati alla cultura, alla scuola, all’università, alla ricerca. Secondo dati Istat, la capacità creativa misurata sul numero dei brevetti è bassissima in Italia (78 per milione di abitanti, contro i 294 della Svezia); gli addetti a ricerca e sviluppo, mediamente 5 ogni mille abitanti nei Paesi dell’Unione Europea, arrivano fino a 10,5 in Finlandia, mentre l’Italia si ferma a un misero 3,7, molto sotto il Portogallo o l’Estonia; per giunta, le regioni del Sud sono particolarmente sfavorite (indice medio 1,8). 
Per essere creativo, un ricercatore italiano deve emigrare? Eppure la crescita deriva dall’innovazione, l’innovazione è figlia di formazione e ricerca.

Ci rallegriamo che da noi abbia votato il 75% degli elettori (meno che in Belgio ma più che in Germania), ma non guardiamo negli occhi la distribuzione del non-voto. 
Non hanno votato 11.633.613 cittadini (dati Camera), ma ad essi va aggiunto chi ha votato scheda bianca o nulla (1.267.826 cittadini). Inoltre, 1.706.057 cittadini hanno votato per formazioni politiche che non hanno seggi in Parlamento. Sommando queste cifre, si arriva al 31,16% degli elettori: un terzo del Paese non è rappresentato in questo Parlamento. C’è oggi un Papa che parla ai non-credenti, ma quale dei politici saprà parlare ai non-votanti, recuperandoli al pieno esercizio della cittadinanza? 
Non sembra esser questo il progetto dei nostri vecchi e nuovi leader di partito e feudatari di corrente, che indugiano in liturgie tattiche identiche a quelle, che credevamo defunte, dell’era dei quadripartiti e dei pentapartiti.

Importantissime scadenze ci aspettano, e con questi tatticismi miserandi hanno poco a che vedere: sia il capo dello Stato che il governo dovranno essere all’altezza di un compito arduo ed essenziale, che non può limitarsi a misure di salute pubblica come una nuova legge elettorale o la messa al bando del conflitto d’interessi. 
Deve affrontare i nodi della corruzione, dell’evasione fiscale e del suo contributo alla crescita del debito pubblico, deve cercare un nuovo equilibrio fra le necessità immediate della finanza pubblica e l’alto orizzonte dei diritti disegnato dalla Costituzione (a cominciare dal diritto al lavoro, alla salute, alla cultura). 
Deve investire in formazione e ricerca per liberare le energie creative di cui il Paese abbonda. Deve riconquistare lo sguardo lungimirante della nostra Carta fondamentale, proponendo al Paese un progetto per il futuro. Deve rimettere in circolo quello che più ci manca oggi: la speranza. Speranza non nella competizione fra individui, ma nell’equità e nella giustizia sociale.

Il 3 febbraio 2013 vicino a Trapani Giuseppe Burgarella, operaio edile disoccupato da quasi due anni, si è impiccato lasciando fra le pagine di una copia della Costituzione questo biglietto: «L’articolo 1 della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.
 E allora perché lo Stato non mi aiuta a trovare lavoro? Perché non mi toglie da questa condizione di disoccupazione? Perché non mi restituisce la mia dignità? E allora se non lo fa lo Stato lo debbo fare io». Questo suicidio non è meno tragico né meno simbolico di quello di Jan Palach, lo studente di Praga che si dette fuoco nel 1969 per «scuotere la coscienza del popolo sull’orlo della disperazione e della rassegnazione».

Nella terribile catena di suicidi che sta dilagando oggi in Italia (questo giornale ne ha dato una mappa sabato), Giuseppe Burgarella che sceglie la morte volontaria con in mano la Costituzione saprà scuotere le nostre coscienze? 
I parlamentari neo-eletti sapranno cercare nei principi della Carta la bussola che guidi le loro coscienze?
 Si ricorderanno che secondo la Costituzione ciascuno di loro, individualmente, rappresenta non il boss che lo ha messo in lista, ma l’intera Nazione?

                                                                       Salvatore Settis


Fonte: da Repubblica

TU Chiamalo se vuoi.... PARTITO.....


«La società politica è stata azzerata…è il
prodotto di un ‘movimento per la liberazione
dei ricchi’: i potenti non vogliono dominare
perché hanno capito che non è un’attività
abbastanza lucrativa; vogliono soltanto
arricchirsi e allontanarsi sempre di più dal
resto della società»
Stephen Holmes



 NOn è vero che prima ci sono i bisogni. Un soggetto collettivo nasce dall’identificazione e dalla concettualizzazione di tali bisogni in una narrazione produttiva di senso e significati (come tale aggregativa): il momento sorgivo della politica democratica, quale alternativa a ciò che tale non è; ossia la pura e semplice tecnologia del potere.





Del resto sono in molti e autorevoli – da Castells a Rosanvallon e Touraine – quanti attualmente rivisitano la veneranda XII tesi marxiana su Feuerbach affermando all’incirca che “per cambiare il mondo occorre pensarlo in modo diverso”.

Tale identificazione/concettualizzazione avviene attraverso l’elaborazione intellettuale e il confronto dialettico; operazioni a cui nel Moderno era (è?) delegata quella struttura chiamata partito; di cui da più parti oggi si dichiara l’inutilità, grazie al conclamato recupero di modalità a gestione diretta del processo decisionale innescato dal discorso pubblico (anch’esso recalcitrante a ogni forma di delega). 

Insomma, sul banco degli accusati c’è finita la grande invenzione della politica moderna (Robert Dahl): il principio di rappresentanza, grazie al quale la forma-partito è diventata il paradigma pervasivo dell’idea stessa di politica, della sua esclusiva pensabilità.

Chi scrive è convinto che il discredito di tale principio discende in larga misura dalle pratiche sempre più inquinate e corrotte in cui continua a essere declinato, non dall’esaurimento della sua intrinseca forza concettuale e ordinatrice. Infatti è grazie alla rappresentanza che la democrazia dei moderni ha potuto vincere la sfida radicale – impensabile nell’agorà ateniese del V secolo A.C. – rappresentata dai grandi spazi e dai grandi numeri.

Possiamo sostenere che il problema della smisurata estensione quantitativa e spaziale propria della società surmoderna, post-nazionale e a deriva globale, sia stato risolto grazie alle tecnologie ITC e all’internet-centrismo? Davvero problematico affermarlo, alla luce di fatti ormai ampiamente acclarati, che confermano come il networking garantisce – al massimo – pur importanti effetti mobilitanti (rendezvousing); non di rado accompagnati dagli esiti plebiscitari del riversare le singole voci nel calderone informatico (oltre le inquietanti emersioni di leaderismo autoreferenziale e messianesimi vari).

L’idea, al tempo stesso postmoderna e retró, dell’agorà virtuale presuppone una politicafai da te che prescinde da qualsivoglia strutturazione, che contrasta con la più elementare consapevolezza dei vincoli insiti in una società complessa. Ingenuità che si salda con il deficit di pensiero organizzativo proprio di questa epoca; che ha pigiato in maniera parossistica sulla leva della destrutturazione per raggiungere i propri obiettivi prioritari, tradotti nel consolidamento del dominio dell’Economico sul Politico attraverso l’azzeramento del Sociale.

Difatti i vecchi modelli operativi sono ormai inutilizzabili, di nuovi non c’è traccia.
Un breve excursus: il pensiero organizzativo recepisce e applica i paradigmi del proprio tempo. Fino a metà Ottocento militari (l’esercito prussiano, l’arsenale delle Tredici Colonie ribelli a Springfield, Massachusetts), successivamente e per tutta l’età fordista quelli industrial/aziendali. L’odierna “società liquida” della mediatizzazione spinta e del decentramento transnazionale, del lavoro ridotto a lavoretti (a Ovest) o a forme schiavistiche (nell’estremo Est), neppure concepisce l’idea di una qualche modellistica strutturale.

Allo stesso modo il partito, nato come comitato elettorale, poi diventato di massa e di classe, per concludere la traiettoria evolutiva in interclassista omnibus, ormai assume la forma larvale di protesi del leader nella cosiddetta “democrazia del pubblico” (Bernard Manin), in cui i cittadini sono ridotti al rango di spettatori. Difatti in questa fase terminale il partito non è altro che un guscio vuoto.
È opportuno che questo guscio torni a riempirsi di carne viva, sangue, nervi e – soprattutto – di materia cerebrale pensante?

Certo che sì. Almeno a sinistra (la Destra – lungo il continuum conservazione/restaurazione – non ha necessità di un’organizzazione in proprio, stante la supplenza che le viene assicurata dal potere finanziario/mediatico).

Dunque, urge una riflessione modellizzata sul come dovrebbe organizzarsi la Sinistra; e per questo – secondo quanto la teoria organizzativa ci insegna – la scelta della strutturaad hoc è strettamente dipendente dal tipo di strategia che si intende perseguire. Insomma, non esiste un modello ottimale ma solo varietà diversamente funzionali agli obiettivi assunti.

Di conseguenza, la definizione del “dove vogliamo andare” traina e orienta la messa a punto del “come andarci”.
Tanto per cominciare, si potrebbe portare a sintesi l’ormai lungo inventario di malefatte del trentennale ordine liberista, che ha privato non solo le donne e gli uomini concreti della sicurezza basica dell’età welfariana, ma che mette a repentaglio persino l’incolumità personale. Poi si potrebbe riflettere sull’esaurimento di Stato e Mercato – i manufatti connotativi del Moderno – per ragionare sul come fare società trovando un ancoraggio nel collettivo.
Ma queste sono altre problematiche.

Per concludere in materia di strutturazione della politica, entrando in una fase storica che si auspicherebbe connotata dall’intelligenza collettiva, si può incominciare a dire che la “forma” a misura dei nuovi scenari è quella del Think-Tank, chiamato al compito di collocare i bisogni particolari in un sistema di interdipendenze da portare a coalizione.

Una volta definito il quadro antagonistico in cui si opera, la funzione di collegare gli innumerevoli movimenti che partendo dalle varie sensibilità perseguono riappropriazione di futuro e orientarli alla conquista degli organigrammi pubblici, dovrebbe competere a una cabina di regia che coordini “l’autocomunicazione orizzontale di massa” (Manuel Castells): “di massa” perché in grado di raggiungere un pubblico globale, “autocomunicazione” perché la produzione del messaggio è auto-organizzato.

Dunque, un modello struttural/strategico ripartito in due ambiti (interpretazione per la costruzione di una linea condivisa; facilitazione/tutoraggio per la conquista di spazi e leve decisionali nelle istituzioni, anche attraverso la selezione del personale politico) che, in ossequio ad antiche tradizioni, potremmo ancora una volta chiamare “partito"



                                                           Pierfranco Pellizzetti





Fonte: MicroMega

lunedì 8 aprile 2013

Il Valore della Cultura: Una Inoppugnabile Verità









La società non è la mera somma di molti rapporti bilaterali concreti, di persone che si conoscono reciprocamente. 

È un insieme di rapporti astratti di persone che si riconoscono come facenti parte d'una medesima cerchia umana, senza che gli uni nemmeno sappiano chi gli altri siano.


 Come può esserci vita comune, cioè società, tra perfetti sconosciuti? Qui entra in gioco la cultura.

 Consideriamo l'espressione: io mi riconosco in... Quando sono numerosi coloro che non si conoscono reciprocamente, ma si riconoscono nella stessa cosa, quale che sia, ecco formata una società. 

Questo "qualche cosa" di comune è "un terzo" che sta al di sopra di ogni uno e di ogni altro e questo "terzo" è condizione sine qua non d'ogni tipo di società, non necessariamente società politica. 

Il terzo è ciò che consente una "triangolazione": tutti e ciascuno si riconoscono in un punto che li sovrasta e, da questo riconoscimento, discende il senso di un'appartenenza e di un'esistenza che va al di là della semplice vita biologica individuale e dei rapporti interindividuali. 

Quando parliamo di fraternità (nella tradizione illuminista) o di solidarietà (nella tradizione cattolica e socialista) implicitamente ci riferiamo a qualcosa che "sta più su" dei singoli fratelli o sodali: fratelli o sodali in qualcosa, in una comunanza, in una missione, in un destino comune. 


Noi siamo immersi in una visione orizzontale dei rapporti sociali. 

Ma, ciò significa forse che non abbiamo più bisogno di un "terzo unificatore", nel senso sopra detto? Per niente. 

Anzi, il bisogno si pone con impellenza, precisamente a causa dei suoi presupposti costituzionali: la libertà e l'uguaglianza, i due pilastri delle concezioni politiche del nostro tempo, che se lasciati liberi di operare fuori di un contesto societario, mettono in moto forze egoistiche produttive di effetti distruttivi della convivenza.

Non si può convivere stabilmente in grandi aggregati di esseri umani che nemmeno si conoscono facendo conto solo su patti degli uni con gli altri, come pensano i contrattualisti. 


A parte ogni considerazione realistica, una volta stabilita una regolazione contrattuale degli interessi in campo, a chi o a che cosa ci si potrebbe richiamare per richiedere l'adempimento degli obblighi assunti, ogni volta che l'interesse mutato spingesse qualcuna delle parti a violarli? 

Ogni contratto, senza una garanzia terza, sarebbe flatus vocis. Per molti secoli, questa garanzia era riposta nella religione; oggi, nell'età della secolarizzazione, non può che essere la cultura. 

«L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento», dice l'art. 33, primo comma, della Costituzione. Questa norma di principio è da considerare la base della "costituzione culturale", così come esiste una "costituzione politica" e una "costituzione economica", ciascuna delle quali contribuisce, per la sua parte, alla costruzione della "tri-funzionalità" su cui si regge la società, secondo quanto già detto. 

La Costituzione, senza aggettivi, è la sintesi di queste costituzioni particolari. Innanzitutto, dicendosi che l'arte e la scienza sono libere e che libero ne è l'insegnamento si dà una definizione.

L'attività intellettuale non libera, cioè asservita a interessi d'altra natura non è arte, né scienza: è prosecuzione con altri mezzi di politica ed economia. 


Si dirà, tuttavia: non è arte la scultura di Fidia, perché al servizio della gloria di Pericle? Non è arte la poesia di Virgilio, perché celebrativa della Roma di Cesare Augusto? E non è arte quella di Michelangelo, commissionata da Giulio II e Paolo III? La loro non è arte perché voluta, comandata, perfino imposta da altri, che non l'artista? Naturalmente no. 

Ma non è arte per la componente priva di libertà, esecutiva del volere del committente; è arte, per la parte che l'artista riserva alla sua libera creazione.

Cose analoghe si possono dire per le opere dell'ingegno al servizio dell'economia, cioè della pubblicità di prodotti commerciali. Anche a questo proposito, l'impasto di attività esecutiva e di attività creativa è evidente. 


Il rapporto tra l'una e l'altra è variabile. Normalmente, prevale l'aspetto strumentale: far nascere bisogni, orientare il consumo, combattere la concorrenza, promuovere le vendite: tutte cose che riguardano gli stili di vita, le aspettative, i sogni, ecc. In certo senso, formano cultura, e nel modo più efficace possibile. Ma, per questo aspetto, non sono esse stesse espressione della libertà della cultura; sono invece funzione dell'economia.

 Non rientrano nella definizione costituzionale. Vale anche qui, però, la forza purificatrice del tempo. A distanza d'anni, quando s'è persa la nozione dell'interesse originario, anche le opere di pubblicità possono depurarsi dal loro aspetto strumentale ed essere rivalutate e apprezzate nel loro valore artistico.

Non si tratta, comunque, di teorizzare una "cultura per la cultura", senza contenuto, come pura evasione. 


La cultura come cultura ha una sua funzione e una sua responsabilità sociale, come s'è detto: una funzione che esige libertà. 

Sotto questo aspetto, il verbo "essere" che troviamo nella norma costituzionale assume il significato non d'una definizione, ma d'una prescrizione: "la cultura deve essere libera". La difficoltà nasce dal fatto che deve essere libera, ma non può vivere isolata.

La prima insidia, qui, sta nella tentazione della consulenza. Il nostro mondo è sempre più ricco di consiglieri e consulenti e sempre meno d'intellettuali.

Questa - del consulente - è la versione odierna dell'"intellettuale organico" gramsciano, una figura tragica che si collegava alle grandi forze storiche della società per la conquista della "egemonia": un compito certo ambiguo, ma indubbiamente grandioso. 


I consiglieri di oggi sono gli imboscati nell'inesauribile miniera di ministeri, enti, istituti, fondazioni, aziende, ecc., che si legano al piccolo o grande potere, offrendo i propri servigi intellettuali e ricevendo in cambio protezione, favori, emolumenti. 

La stessa cosa può ripetersi per i consulenti che vendono le proprie conoscenze alle imprese, per testarne, certificarne, magnificarne e pubblicizzarne i prodotti. Naturalmente, consiglieri e consulenti non sono affatto cosa cattiva in sé, ma lo sono quando sono essi stessi che si offrono e accettano di entrare "nell'organico" di questo o quel potentato.

 L'uomo di cultura diventa uomo di compiacenza. La seconda insidia all'autonomia della funzione intellettuale è la tentazione di cercare il successo in questa, per poi spenderlo nelle altre funzioni.

Ciò che è giusto in una sfera, può diventare corruzione delle altre sfere. Così, l'affermazione nella sfera dell'economia non deve essere usata strumentalmente per affermarsi nel campo della politica o in quello della cultura; l'affermazione nella sfera politica non deve essere il ponte per conquistare posizioni di potere nella sfera economica o in quella culturale; l'attività nella sfera culturale non deve corrompersi cercando approvazione e consenso, in vista di candidature, carriere e benefici che possono provenire dalla politica o dall'economia.

Merita qualche parola anche il binomio "libertà della cultura" e "democrazia".  La società del nostro tempo, dove le conoscenze sono sempre più approfondite e settorializzate; dove, quindi, è inevitabile delegare ad altri la conoscenza che ciascuno di noi, da solo, non può avere: in questa società dove pressoché tutte le decisioni politiche hanno una decisiva componente scientifica e tecnica, massimo è il bisogno di fiducia reciproca.


 Per prendere decisioni democraticamente e consapevolmente in campi specialistici, chi non sa nulla deve potersi fidare di chi detiene le conoscenze necessarie.

Non in nome della Verità, che non sta da nessuna parte, ma in nome almeno dell'onestà, che può stare presso di noi. Se non ci si potesse fidare gli uni degli altri e, in primo luogo, di coloro che per professione si dedicano a professioni intellettuali, la cultura come indispensabile luogo "terzo" di convergenza e convivenza sarebbe un corpo morto.


 Di quali mezzi si avvale oggi la cultura? Semplificando: chat o book? Dov'è la radice della differenza? È nel fattore tempo, un fattore determinante nella qualità di tutte le relazioni sociali. La chat e i suoi fratelli - blog, twitter, social forum, newsgroup, mailing list, facebook, messaggi immediati d'ogni tipo - appartengono al mondo dell'istantaneità; i libri al mondo della durata. 

I messaggi immediati appartengono alla comunicazione; i libri, alla formazione. La comunicazione vive dell'istante, la formazione si alimenta nel tempo.

 La comunicazione non ha onere d'argomentazione e non attende risposte. Il suo fine è dire e ridire su ciò che è stato detto, per aderire o dissentire, senza passi in avanti. 

Il libro - saggio, romanzo, poesia; cartaceo o elettronico - appartiene a un altro mondo. Nasce e vive in un tempo disteso, di studio e riflessione. Se sul bancone d'una libreria incontri L'uomo senza qualità o Moby Dick, innanzitutto è come se ti chiedessero: sai quanto tempo ho impiegato a essere pensato e scritto? E tu, quanto tempo e quanta concentrazione pensi di potermi dedicare? L'invasione degli instant books è la conseguenza della medesima risposta a entrambe le domande, rivolte agli autori e ai lettori: poco, molto poco, forse sempre meno tempo e meno concentrazione.

Ma, allora, è chiaro che la sopravvivenza del libro non è una rivendicazione a favore d'una élite di pochi fortunati lettori.

La diffusione della lettura non appartiene al superfluo d'una società non solo, com'è ovvio, perché ha a che vedere con la diffusione dell'istruzione. 


Siamo, infatti, pienamente nel campo della cittadinanza, cioè della condizione di partecipazione attiva, consapevole e responsabile a quanto c'è di più decisivo per la tenuta della compagine sociale, cioè la partecipazione a una delle tre "funzioni sociali": la funzione politica di fondo, meno visibile ma, in realtà, nel formare mentalità, più determinante della stessa azione politica in senso stretto, la quale, nella prima trova i suoi limiti e i suoi fini. Si tratta, per l'appunto, della cultura.
                              
                                                                             Gustavo Zagrebelsky




Fonte: La Repubblica

martedì 2 aprile 2013


La terza volta di una donna alla terza carica dello Stato

Dalle “periferie del mondo” allo scranno più altro: stessa cura, medesimo rispetto. Laura Boldrini è Presidente della Camera

Laura Boldrini ha viaggiato molto in Paesi attraversati da violenze e sofferenze, prima con la FAO e con il Programma Alimentare Mondiale e poi come portavoce dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Tra i riconoscimenti per il suo impegno ha ricevuto la medaglia della Commissione nazionale per le Pari Opportunità nel 1999 e il titolo di Cavaliere della Repubblica italiana nel 2004. Ricordiamo bene la sua fermezza nella condanna dei respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo nel 2009, anche sostenendo una dura polemica con il governo in carica. “Arrivo a questo incarico dopo avere trascorso tanti anni a difendere e a rappresentare i diritti degli ultimi, in Italia come in molte periferie del mondo. È un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera. Farò in modo che questa istituzione sia anche il luogo di cittadinanza di chi ha più bisogno”. Così, in un passaggio del suo discorso appena eletta Presidente della Camera, Laura Boldrini ha tracciato il solco del suo mandato. Pacatamente e con fierezza - nonostante la sorpresa perché la scelta di fare il suo nome è stata un ‘fuori programma’ dettato dai precari equilibri numerici e politici usciti dalle urne il 25 febbraio scorso - ha posto all’attenzione dei/delle neo-eletti/e un ordine di priorità istituzionali e civili. “Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Dovremo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. In questa Aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno”. Un passaggio, non poteva mancare, lo ha dedicato alla “umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore” e ha sollecitato i colleghi e le colleghe ad “imparare a capire il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva da lontano, con l’intensità e lo stupore di un bambino, con la ricchezza interiore e inesplorata di un disabile”, parole che solo un pensiero autenticamente femminile, forte ed autorevole poteva pensare, scrivere e pronunciare. “Buona politica”, “trasparenza”, sobrietà” sono richiami indispensabili affinché la politica torni ad essere “una speranza, un servizio, una passione”. La Presidente Boldrini ha colto senza esitazione la richiesta di cambiamenti profondi e autentici della politica, delle istituzioni, del governare emersa con le recenti elezioni. Cambiamenti che il nuovo Parlamento è incaricato di accogliere ed interpretare molto rapidamente. Riduzione dello stipendio e di spese connesse alla carica - analogamente al Presidente del Senato Pietro Grasso - hanno scandito i primi giorni del mandato della Presidente. Questa difficile - e certamente breve - XVII Legislatura si è immediatamente caratterizzata con una diffusa sobrietà in Transatlantico e alla Buvette, imposta anche dall’impatto prodotto da tanti e giovani neo-eletti. Bene, risparmiare in tempi di magra è doveroso per chiunque, soprattutto se usa soldi pubblici e se deve dare il buon esempio. Ma un bisogno di sobrietà si avverte anche (soprattutto, direi) nelle espressioni della politica. Invece i toni non sono mai scesi, le menzogne non sono mai cessate, slogan e minacce sovrastano la quotidianità di chi vorrebbe seguire il dibattito rintracciando ‘argomenti’, ‘pensieri’, ‘idee’, ‘proposte’. Come se fossimo ancora in campagna elettorale, Beppe Grillo - leader del Movimento 5 Stelle - sul web parla di “schizzi di merda digitali” e Berlusconi convoca in piazza il PdL a Roma contro “una certa” magistratura e chiedendo un moderato di centrodestra al Quirinale...”altrimenti sarebbe un golpe”. Incredibilmente, è stato più facile per la politica tagliare onorevoli stipendi che usare sobrietà nelle parole e nei toni o autolimitarsi nel dire e disdire contemporaneamente. Intanto i poveri assoluti sono quattro milioni, migliaia di aziende chiudono ogni giorno e la disoccupazione continua a crescere. Rintracciare le connessioni tra politica e paese reale continua a non essere facile, nonostante le urne abbiano avviato una autentica rivoluzione. Non è il caso di domandarci, per ora, a cosa serva un Parlamento rinnovato, pieno di giovani e di donne se poi continua ad essere dominato dalle tradizionali logiche di parte e di partito. È il caso, invece, di riflettere sull’urgenza di organizzarci: la sbornia di populismo e francescanesimo di facciata finirà presto e rimarrà il problema di strutturare tutto il sistema in modo razionale ed efficiente. Speriamo di avere, per quel lavoro, tante ‘Presidenti Boldrini’, disponibili e al servizio del Paese.


CAMERA E SENATO: I NUMERI DELLE DONNE 

Le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013 hanno consegnato alla storia del nostro Paese un Parlamento profondamente rinnovato, più giovane e con tante donne in quasi tutti i partiti. Riportiamo di seguito numeri e percentuali.

ELETTE ALLA CAMERA E AL SENATO 290 SU 945 = 30,68%

CAMERA
Totale elette 198 su 630 (31,42%)
PD donne elette 112 su 297* (37,71%)
PdL 26 su 99* (26,26%)
SEL 10 su 37 (27%)
M5S 37 su 109* (33,94)
Lega Nord 0 su 18 (0%)
Civica Italia/UDC 10 su 47* (21,27%)
Altri 3 su 22* (13,63%)

SENATO
Totale elette 92 su 315 (29,2%)
PD donne elette 44 su 110* (40%)
PdL 13 su 98 (13,26%)
SEL 2 su 7 (28,57%)
M5S 24 su 54 (44,44%)
Lega Nord 5 su 17 (29,41%)
Civica Italia 4 su 19* (21%)
Altri 0 su 10* (0%)

* Sono comprese le circoscrizioni estere
Elaborazioni sui dati pubblicati nel sito di Camera e Senato il 24 marzo 2013




Distribuzione dei Senatori in carica per fasce di età e per sesso
40-49 50-59 60-69 70 e oltre Totale % Età media
Uomini 63
99
48
17
227
71.16 55,45
Donne 41
39
12
0 92
28.84 50,86
Totale 104
138
60
17
319 54,13
Dati aggiornati al 23 marzo 2013
Fonte: http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede_v3/Statistiche/Composizione/SenatoriPerEta.html


(02 Aprile 2013)

mercoledì 27 marzo 2013

Etty e il suo Dolore


“Ogni situazione, buona o cattiva, può arricchire l’uomo di nuove prospettive. Se abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare, allora non siamo una generazione vitale”






Incasellare Etty Hillesum nella ormai corposa compagine de “lo scrittore del mese” è irriverente e probabilmente inappropriato

Forse per questa occasione bisognerebbe chiedere a chi legge la possibilità di coniare “il personaggio del mese” o ancor meglio “l’anima femminina e coraggiosa della storia”.

Non unico esempio di coraggio ed intraprendenza, Etty Hillesum ha di rinnovato quella mia parte combatutta ed ombrosa che viene definita dagli addetti ai lavori “spirituale”. Non mistica ma protesa di certo.

Etty nasce nel 1914 Middelburg da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica e muore nel 1943ad Auschwitz

Biografia essenziale, un accenno così alla vita, minimalista, ma la cultura e gli accadimenti della stessa, la sua tenacia, il suo “sapore” si ritrovano nei suoi diari, nei suoi scritti, nella lucidità con la quale la giovane donna affronta la tragicità del suo tempo, opponendo una resistenza interiore al male e ricercando con tenacia e fede in Dio tracce di quel bene che pare assente e forse addirittura inesistente.

Un suo  testo L’intelligenza del Cuore è certamente consigliato per una lettura di riflessioneche rilancia l'interrogativo amletico: come possible che al cuore appartenga l’intelletto, il cuore, così ci insegnano, è governato dalle emotività, tutt’al più dalla passione.

Eppure ripercorrendo la vivacità e la spontaneità della scrittrice, simile a quella di moltissime donne, la si ritrova in tutta la sua infelicità: in preda spesso a sfibranti malesseri fisici che a poco a poco lei riconduce a una chiara relazione con tensioni di ordine spirituale.

 Etty cresce con vuoti affettivi importanti che la portano a vivere relazioni sentimentali complicate, che la lasciano “lacerata interiormente e mortalmente infelice”. Vive relazioni ambigue, non ultima quella decisa che cambierà la sua vita: l’incontro con lo psicologo ebreo tedesco, Spier, che la guida in un percorso di realizzazione umana e spirituale.

Il suo capolavoro sono senz’altro i Diari, nelle cui pagine iniziali compare la parola “Dio” quasi inconsapevolmente, quale espressione del linguaggio quotidiano, per poi crescere a poco a poco sino a condursi e condurci in un dialogo molto più intenso con il divino, che è parte dell’intimità“quella parte di me la più profonda e la più ricca in cui riposo è ciò che io chiamo Dio”.

Un rapporto e una concezione del divino lontano da dogmi, doveri e costrizioni, qualcosa che veramente è capace di guidare ed illuminare la mente ed il cammino. 

Il suo capolavoro va letto perchè esistono pareri discordanti sul messaggio trasmesso, è complesso ed appassionato e se non conquista nell’immediato rimane depositato in quella parte misteriosa della mente pronto a rielaborarsi ed arrivare al compimento.

Discordo con quanti affermano che sia frutto del logorio del dramma storico, ci leggo invece quella maturità che è dei saggi o, come va di moda definirli oggi, degli illuminati, di coloro che sono stati capaci di dare un senso a percorsi umani trasferendoli ad atteggiamenti d’amore. 


“Molti uomini sono ancora geroglifici per me, ma pian piano imparo a decifrarli.
È la cosa più bella che io conosca: leggere la vita degli uomini.(…)”







lunedì 25 marzo 2013

Contro la Deriva AntiPopulista

Se è vero che nelle pagine di Machiavelli ci sono molte indicazioni utili a capire la situazione attuale quella cioè che stiamo vivendo in Italia in questi tempi recenti, allora è giusto guardare a questo autore e alla sua "cognizione delle cose particulari" anche con qualche sospetto che può far passare cioè per "traditore" chi fino a poco tempo prima era sostenuto dal popolo perchè "contro il sistema". La qual cosa è del tutto collegata alla politica che è proprio l'arte di contemperare conflitto e ordine.

Nei Discorsi Machiavelli descrive una situazione chi ricorda, per analogia, quella che stiamo vivendo in Italia.

 A Firenze - scrive - dopo la cacciata dei Medici, venuto meno un governo ordinato e peggiorando di giorno in giorno le condizioni della città, i "popolari" ne attribuivano la colpa alle ambizioni e alla corruzione dei "signori".

 Non appena, tuttavia, uno di loro giungeva a occupare un'alta magistratura e cominciava a procurarsi gradualmente idee più adeguate sulla realtà, finiva per abbandonare i pregiudizi e le astrazioni con cui si era affacciato alla vita pubblica.

 Agli occhi dei popolari, tale mutamento lo rendeva però un traditore: «E come egli era salito in quel luogo e che ei vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde nascevano ed i pericoli che soprastavano e la difficultà del rimediarvi. E veduto come i tempi e non gli uomini causavano il disordine, diventava subito d'un altro animo e d'un altra fatta: perché la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto. Dimodoché quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevono che nascessi, non per più vera cognizione delle cose, ma perché fusse stato aggirato e corrotto dai grandi» (1,47).

Chi, eletto nel partito più giovane di questa legislatura, si è comportato nel Senato come il nostro "popolare" fiorentino e, appellandosi alla libertà di coscienza, è andato contro le direttive della maggioranza del suo movimento, ha rischiato e forse rischierà ancora di passare per traditore.


 È intuibile la preoccupazione di impedire che i gruppi parlamentari si sfaldino e di consolidare la disciplina, specie all'esordio.

 Eppure, una volta che i singoli siano entrati nelle istituzioni e abbiano trascorso un certo periodo in una sorta di camera di decompressione per abituarsi al nuovo clima politico, diventa alla lunga controproducente, specie nelle emergenze, negare loro la capacità di decidere sulla base di una «più vera cognizione delle cose».

 Quanti fanno attivamente politica non possono appoggiarsi sull'esclusiva e indiscutibile autorità di un "capobastone".

 Se è disposto a ragionare con lungimiranza, anche chi li guida dovrà alla fine riconoscere i vantaggi della relativa autonomia degli eletti, perché, come osserva Max Weber, oltre a seguire «un minimo di interesse personale», gli uomini ubbidiscono sulla base della «fede nel "prestigio" di colui o di coloro che detengono il potere».

 E, dunque, solo finché dura il prestigio di chi comanda e non è scalfita la fede di chi ubbidisce.

Machiavelli sarebbe stato d'accordo su questa diagnosi weberiana. 


Il suo "realismo" non è sinonimo di spregiudicato uso della violenza e dell'astuzia a vantaggio unicamente di chi comanda.

 Questa è un'interpretazione riduttiva che riasce, fra l'altro, dal giudicare il Principe un libro di politica, mentre si tratta - in maniera per noi paradossale - di un'opera che s'inserisce in un genere letterario diffuso e che contiene precetti indirizzati a un privato per conquistare, espandere o recuperare il potere. 

Sebbene conosca benissimo i modi crudeli e scaltri con cui spesso il potere si esercita, la politica è ancora da Machiavelli classicamente intesa quale arte di governare secondo ragione e giustizia o di contemperare, come nei Discorsi, conflitto e ordine. 

Solo con il Guicciardini del dialogo Del reggimento di Firenze si procede, in nome della «ragione degli Stati», a trasformarla in una tecnica simile a quella esposta nel Principe.

 Per Machiavelli ciò che chiamiamo realismo, consiste soprattutto nella conoscenza delle «cose particulari» (la «verità effettuale della cosa»), ossia nel non basarsi né su idee generiche e preconcette, né su aspettative inconsistenti, né su singoli eventi che perdono di vista la complessità dei processi in corso.

 Lo aveva già compreso Spinoza, definendo Machiavelli acutissimus vir e ponendo -su un altro piano - la conoscenza delle res singula-res come la più alta di tutte.

L'invito ad attenersi alla «verità effettuale della cosa» assume un senso più perspicuo se scomponiamo l'espressione nei suoi elementi costitutivi.


 Intanto, la parola "cosa", non va confusa con l'"oggetto". 

Nell'italiano di Machiavelli-conserva ancora il sapore del latino causa, di cui deriva per contrazione, ossia di ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa (come mostra l'espressione "combattere per la causa").

 Seguire le «verità effettuale della cosa», piuttosto che «andar drieto all'immaginazione di essa», vuol dire capire la direzione dei vettori di forza in atto e inserirvisi, nei limiti del possibile, per orientarli, depurandoli dai nostri desideri, ma mantenendo in tensione virtù e fortuna, ragione e passione, pensiero e azione. 

La «verità effettuale» non è, poi, un dato immobile, un semplice fotogramma isolato di una serie, bensì un flusso di energie storiche in atto. 

Va capita così anche la famigerata, ma fraintesa proposizione hegeliana della Filosofia del diritto: «ciò che è razionale (vernùnftig) è reale (wirklich) e ciò che è reale è razionale». 

La ragione non implica affatto un'accettazione passiva della realtà empirica (Realitàt), bensì la presa di coscienza della Wirklichkeit, di qualcosa che wirkt, agisce, producendo effetti nel tempo e nel mondo, almeno finché non perde la sua energia.


 Ad esempio, la famiglia, lo Stato, l'esercito o la religione sono Wirklichkeiten, istituzioni nate migliaia di anni fa, ma che, pur modificandosi, continuano a esistere, producendo i loro effetti.

 Peraltro, sia Machiavelli che Hegel (ammiratore del Segretario fiorentino) riprendono, approfondendola, la tematica aristotelica dell'effettualità (energheia, opposta alla dynamis, alla semplice potenzialità), vale a dire di quanto continua ad agire e rinnovarsi senza esaurirsi perché esiste solo in forma, non congelata, di processo in atto. 

Anche il realismo presuppone, di conseguenza, un progetto che si innesti nella realtà effettuale, non concepita come qualcosa di istantaneo e immodificabile: «Essere realisti, che utopia!», affermava provocatoriamente il grande storico Bernard Groethuysen.

Tornando al nostro presente, oggi il termine "populismo" viene spesso evocato non solo per designare il movimento politico di cui si è detto, ma anche fenomeni diversissimi. 


Di norma, è associato all'idea di una degenerazione della democrazia e visto come uno spettro o, al contrario, come una calamita che attrae tutti gli scontenti e gli indignati.

 Ma è sufficiente demonizzarlo, esaltarlo o banalizzarlo? Non sarebbe meglio esaminarlo più a fondo, tenendo conto della linea di faglia che si è aperta tra il "popolo" e le élite, della crisi della rappresentanza tradizionale e della connessa, tormentata transizione da una democrazia dei partiti a una democrazia del pubblico? 

Anche questa analisi sarebbe realismo. 
                                                                                              Remo Bodei










Fonte:il Sole 24 Ore (del  24 marzo 2013)