mercoledì 16 ottobre 2013

LA TAV e se cominciassimo a discutere magari civilmente cominciando dal buonsenso?


Tav, ridiscutere si può e si deve




Le affermazioni del ministro Alfano in visita al cantiere Tav in Valsusa a settembre suonano sinistre in questi giorni di memoria del Vajont: “Nessuno potrà fermare un’opera che è stata decisa da uno Stato sovrano (…) Lo Stato difende quest’opera, ne assicura la realizzazione, lo fa con tutta la forza dello Stato, perché il mestiere dello Stato è difendere i cittadini e le opere che ritiene strategiche come questa”.

Avessero le nostre istituzioni governative una storia specchiata in fatto di opere giudicate strategiche e poi costruite a regola d’arte e rivelatesi tali alla prova dei fatti, si potrebbe anche accettare questo principio d’autorità. Avessero, le italiche istituzioni, adoperato lo stesso zelo per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica, la lotta al consumo di suolo, l’efficienza energetica, il riciclo dei rifiuti, ci si potrebbe fidare. Ma l’elenco dei fallimenti voluti e difesi da questo nostro Stato è senza fine. Nel miglior caso, come il G8 alla Maddalena, si sono buttati via soldi pubblici, seguono i danni ambientali, fino alla perdita di vite umane causata da caparbia testardaggine contro l’evidenza dei fatti, di cui il Vajont è l’apoteosi.

E di nuovo, sul supertunnel ferroviario Torino-Lione, doppione di una linea esistente sottoutilizzata, lo Stato non accetta discussioni, assumendo d’imperio che la sua decisione sia quella giusta, affermando che la valutazione di merito è già stata fatta (ovviamente dando ragione a se stesso). Più nessuno discute dei motivi dell’opposizione, ma solo delle sue forme, pacifiche o violente che siano, comunque frustranti e preoccupanti per tutti. Per questo una folta rappresentanza di accademici italiani, già rivoltasi all’allora presidente del Consiglio Monti senza alcuna risposta, riprova con un appello al Capo dello Stato (www.forumfuturo.it). Che offre la via d’uscita più semplice e razionale: occuparsi di curar la malattia e non solo i sintomi, riprendere, una volta per tutte quell’analisi mai compiuta opportunamente dei dati tecnico-economici che secondo autorevoli fonti di scienza e di governo, italiane e francesi, renderebbero quest’opera ambientalmente deleteria e costosissima, un’inutile Fortezza Bastiani delle Alpi Cozie.

Si costituisca una commissione di valutazione imparziale e volontaria, sull’orma di quanto l’Ipcc ha realizzato verso le obiezioni sui cambiamenti climatici. Se lo Stato è sicuro della bontà delle proprie scelte, non avrà certo paura di difenderle con la ragione piuttosto che con i lacrimogeni, illustrarle in modo trasparente, metodologicamente rigoroso, scientificamente verificabile e socialmente condiviso. A quel punto si guadagnerà la fiducia dei cittadini – inclusi quelli della Valsusa, che le giustificazioni “strategiche” continuano a vederle fallaci – e acquisirà così il diritto di difendere anche con i blindati le sue decisioni sovrane, ma certificate da metodo oggettivo e non da principi assolutisti. Se viceversa, quelle promesse traballanti sul potere salvifico del colosso ferroviario non reggeranno alla prova della falsificabilità scientifica, allora sia lo Stato a fare un passo indietro, e per una volta eviti i danni prima che sia troppo tardi.

Risponderà il Presidente Napolitano? Costituirà una commissione super-partes, che è pure un modo per togliere ogni pretesto alla violenza? Non c’è nulla di male a rimettere in discussione un’opera di tali dimensioni: in caso di fallimento i costi sarebbero così elevati che una verifica aggiuntiva, ora che si è appena ai preliminari, denoterebbe prudenza e saggezza. Affermare, come Alfano, che “È un’opera strategica, è frutto di trattati internazionali, che hanno il bollo del Parlamento italiano”, è un po’ labile. La storia ci insegna a non fidarci molto di quel bollo, e – come cittadini e contribuenti – siamo legittimati a conoscere nei dettagli le motivazioni del supertunnel, argomentate con tonnellate di merci, cemento, acciaio, detriti di scavo, chilowattora, emissioni di CO2, debito pubblico, piano di rientro economico e piano B se qualcosa va storto, soprattutto con i tempi che corrono.

Invece nel decreto “femminicidio” passa l’emendamento che estende ai cantieri (alle cantiere?) controllati/e da pubblica sicurezza il reato di spionaggio politico o militare se fotografi o documenti. In mancanza di quella trasparenza necessaria alla valutazione razionale dell’utilità di una “grande opera”, l’imperiosa dichiarazione governativa suona simile a: “Il Tav si farà. A costo di trovare un motivo valido”. E di spazzar via chiunque pensi il contrario. 
                                                     Luca Mercalli







Fonte: il Fatto quotidiano, 16 ottobre 2013

lunedì 14 ottobre 2013

La Somma Ipocrisia delle Norme sull'immigrazione

La Bossi-Fini è una legge pessima.

Ma ciò che va cambiato nelle nostre norme sull'immigrazione per evitare nuove stragi in mare, ha a che vedere con dispositivi che erano già nelle leggi antecedenti, a partire dalla Turco-Napolitano. 

Si tratta dell’ipocrisia secondo cui è possibile trovare un lavoro agli immigrati quando sono ancora nel paese di origine.


Almeno 6.772 persone, quasi 2 al giorno, sono morte negli ultimi 10 anni nell’attraversamento del Canale di Sicilia, in cerca di asilo. 

È una stima per difetto perché di molti barconi e persone inghiottite dal mare non si è mai avuto notizia. Il presidente del Consiglio Letta ha annunciato, da oggi, un impegno straordinario del nostro Paese con missioni navali ed aerei per rendere il Mediterraneo il mare più sicuro possibile.

Speriamo che serva almeno a contenere questa macabra contabilità. 

Qualche ragione per dubitarne purtroppo c’è. Molti affondamenti sono coincisi proprio con l’avvistamento di una nave o di un aereo, per via della concitazione a bordo di imbarcazioni sovraffollate. Già prima del naufragio dell’Isola dei Conigli erano state salvate, secondo i siti specializzati, circa 2.200 persone: quindi i pattugliamenti c’erano già e non hanno evitato quelle stragi. Il fatto è che il monitoraggio, per quanto accurato, non riesce a identificare piccole imbarcazioni alla deriva, specie in condizioni meteorologiche avverse. Infine, anche se il piano funzionasse davvero, rendendo il mare un po’ più sicuro c’è sempre il rischio di spingere più persone a mettersi in mare su imbarcazioni di fortuna con il risultato, alla fine, di aumentare il numero dei morti anziché ridurlo.

Bisogna quindi fare di più se vogliamo che il sentimento di vergogna per queste morti si trasformi in energia positiva. Molto spetta all’Europa, ma non deve essere un alibi perché abbiamo parecchio lavoro da fare anche da noi.

Cominciamo dall’Europa. Nelle ultime settimane, grazie anche alle pressioni del governo italiano, ci sono stati segnali di una maggiore attenzione che in passato. Bene approfittarne. Date le proporzioni del conflitto in Siria e il numero di potenziali richiedenti asilo (si parla di 2 milioni), ci sono gli estremi per richiedere un regime di protezione temporanea per gestire la crisi. Questo significa spartire l’onere di fornire asilo fra i paesi membri, alleggerendo quelli di frontiera. È un principio giusto perché è opportuno condividere non solo l’onere di protezione delle frontiere (e a tal fine bisognerebbe rifinanziare Frontex e coprire anche le missioni italiane di questi giorni), ma anche quello di accoglienza.

Prendendo queste decisioni a livello europeo, è possibile sottrarle alla demagogia di politici locali che vogliano cavalcare i sentimenti anti-immigrati latenti nell’elettorato. Degno di nota il fatto che i paesi che hanno ristretto maggiormente le politiche d’asilo negli ultimi anni sono proprio quelli cui non si applicano le direttive comunitarie sull’asilo, come il Regno Unito, mentre in Norvegia il partito uscito vincente dal voto sta stringendo un accordo con l’ultradestra xenofoba attorno al restringimento delle politiche d’asilo. Per gestire la protezione temporanea bisognerebbe creare un fondo di solidarietà a livello europeo, sapendo che la concessione dell’asilo ha costi non indifferenti (si stima il costo dei 26 mila richiedenti asilo in Italia nel caso dell’emergenza Nordafrica in circa un miliardo e 400 milioni nel giro di due anni).

Ma anche il cosiddetto burden sharing (condivisione degli oneri dell’asilo) non risolve il problema delle morti nel Mediterraneo perché interviene solo ex post, una volta che queste persone sono arrivate in qualcuno dei paesi dell’Unione, con tutti i rischi che questo viaggio della speranza comporta. Né sembra possibile organizzare esodi di massa dai paesi in conflitto, dato il numero potenzialmente incontrollato delle persone che ne potrebbero trarre vantaggio e la stessa indeterminatezza circa i paesi in conflitto (molti dei disperati arrivati a Lampedusa provenivano dall’Eritrea, non dalla Siria).

Serve, invece, dare la possibilità di formulare domanda di asilo ancora prima di mettersi in viaggio verso l’Unione. Questo permetterebbe a molti di viaggiare in condizioni più sicure: oggi il viaggio in aereo viene reso impossibile non tanto dai costi (i sopravvissuti raccontano di 1.500 o 2.000 euro pagati per salire sulle navi delle morte, molto di più di quanto costerebbe un regolare biglietto d’aereo), ma dal fatto che le compagnie aree si rifiutano di accogliere a bordo chi non ha un visto per paura di incorrere in sanzioni e oneri di rimpatrio. Inutile sottolineare che, anche in questo caso, è molto probabile che ci sia un numero altissimo di domande d’asilo. Bisognerebbe perciò porre dei limiti alle domande che possono essere accolte e stabilire dei meccanismi di selezione, ad esempio in base alla gravità del conflitto, alla presenza di bambini o anziani fra i richiedenti, eccetera…

Questo comporta un cambiamento non piccolo della normativa comunitaria che oggi attribuisce un diritto soggettivo all’asilo da parte di chiunque metta piede sul territorio dell’Unione fuggendo da una zona di guerra. È una normativa che era stata creata per gestire i piccoli numeri dei rifugiati politici, non i milioni di persone che hanno la sfortuna di vivere in aree in conflitto. Bene prenderne atto e porvi rimedio prima che venga del tutto annullato il diritto d’asilo per via delle reazioni dell’opinione pubblica, come avvenuto in Germania con la cancellazione di norme costituzionali dopo l’arrivo di 500 mila rifugiati bosniaci. Fondamentale anche che l’Unione aiuti i paesi ai confini delle aree in conflitto, come la Giordania, in cambio della loro cooperazione nella gestione dell’emergenza profughi.

Mentre l’Europa deve costruire le sue politiche d’asilo e dotarsi di un fondo di solidarietà per gestirle, noi dobbiamo rimettere mano alle nostre politiche dell’immigrazione economica, che portano anch’esse una responsabilità non indifferente nel cimitero Mediterraneo perché molte vite umane troncate sono di persone che non fuggivano dalla guerra ma dalla miseria. In questi giorni si parla molto di abolire la Bossi-Fini e soprattutto il reato di immigrazione clandestina. Sono scelte condivisibili, ma irrilevanti nel gestire l’emergenza umanitaria. Il reato di immigrazione clandestina non è in realtà quasi mai applicato. Ha il solo effetto, imponendo sanzioni inesigibili, di appesantire il lavoro dei nostri Tribunali. Sacrosanto toglierlo dal nostro ordinamento, ma sapendo che è un problema che ha a che fare più con la riforma della giustizia che con la riforma delle politiche dell’immigrazione. Quanto alla Bossi-Fini, credo di essere stato uno dei primi a denunciarne l’inadeguatezza e la demagogia.

Ma ciò che va cambiato nelle nostre leggi di immigrazione per evitare nuove stragi in mare, ha a che vedere con norme che erano già nelle leggi antecedenti, a partire dalla Turco-Napolitano. Si tratta dell’ipocrisia secondo cui è possibile trovare un lavoro agli immigrati quando sono ancora nel paese di origine. Come se avessimo centri dell’impiego che funzionano nell’Africa sub-sahariana, quando non riusciamo a far funzionare neanche quelli di molte regioni italiane. Questa ipocrisia impone agli immigrati di arrivare illegalmente da noi, con mezzi di fortuna e ricorrendo a scafisti senza scrupoli. Bisognerebbe, invece, permettere un numero di ingressi realistico, che tenga conto delle esigenze non solo delle imprese ma anche delle famiglie italiane, e permettere alle persone che vogliono lavorare in Italia di arrivare da noi con visti temporanei, finalizzati alla ricerca di un posto di lavoro.


                                                           Tito Boeri












Fonte: La Repubblica

Se per caso parlassimo di scuola e libertà d'insegnamento: Free o Big Society?


Nella mostra Playing Truant, l’artista italo-libica Adelita Husni-Bey riflette sulla pedagogia libertaria alla luce della liberalizzazione del sistema scolastico introdotta in Inghilterra dalla coalizione Con-Dem. 


Il referendum consultivo sui finanziamenti alle scuole materne private tenutosi lo scorso maggio a Bologna ha riacceso il dibattito tra i difensori dell’articolo 33 della Costituzione e quelli del principio di sussidiarietà. Se per i primi tale finanziamento rappresenta una violazione dell’articolo in questione, che qualifica le scuole private come istituzioni “senza oneri per lo Stato”, per i secondi esso favorisce la pluralità dell’offerta formativa, e costituisce un riconoscimento della funzione compensativa svolta dal servizio privato rispetto a quello pubblico, che da solo non sarebbe in grado di far fronte al carico della domanda.

In realtà i dati dimostrano l’opposto. Come riporta Giorgio Tassinari su Il Manifesto del 27 Maggio in riferimento al caso bolognese, le scuole pubbliche sarebbero state costrette a rifiutare 220 tra le domande ricevute, a fronte di 300 posti disponibili in quelle private. Caduta la giustificazione fondata sull’insufficienza delle risorse pubbliche resta quindi sola la prima, ovvero il poter disporre di strutture scolastiche con un indirizzo ed un’offerta formativa diversi rispetto a quelli proposti dalla scuola pubblica. Ad una scuola pubblica che ambisca a comprendere al suo interno diverse specificità religiose e culturali, i fautori della parità scolastica contrappongono una molteplicità di scuole che rappresentino ciascuna, singolarmente, queste particolarità.

Un dibattito simile è stato suscitato nel 2010 in Gran Bretagna dall’introduzione delle free schools, scuole fondate da gruppi di cittadini, indipendenti dalle autorità locali e tuttavia finanziate dallo stato. Secondo l’attuale Ministro dell’istruzione Michael Gove, la liberalizzazione del sistema scolastico consente ai cittadini di dare una risposta immediata alle proprie esigenze riducendo al minimo la mediazione dello stato, la cui unica funzione sarebbe di controllare la compatibilità tra programmi proposti dalle aspiranti free schools e le linee guida stilate dal ministero. La difformità di metodi ed obiettivi descritti nell’accurato reportage sulle free schools condotto dal giornalista John Harris per il Guardian sembra però suggerire che i parametri a cui ci si debba attenere non siano particolarmente vincolanti.

Durante il suo viaggio-inchiesta Harris ha incontrato i più diversi e stravaganti esperimenti formativi: scuole nel cuore del Kent in cui la matematica viene insegnata in mandarino tramite la tecnica dell’abaco cinese, o strutture come la Maharishi school dove la giornata inizia con quindici minuti di meditazione trascendentale in compagnia del guru indiano Maharishi Mahesh Yogi. Tale deregulation dell’offerta formativa si accompagna inoltre alla privatizzazione del servizio di gestione. Questo perché nella maggior parte dei casi, le associazioni di genitori o di semplici cittadini non si fanno direttamente carico della amministrazione delle strutture scolastiche, ma la appaltano a grandi società private, che divengono in questo modo responsabili del loro intero funzionamento, dal mantenimento degli spazi alla selezione del personale. Dietro la facciata di una scuola più vicina alle esigenze particolari e locali della popolazione, si cela quindi la longa manus del grande capitale. “Founded by the community, in the community, for the community” è l’insegna che ha accolto John Harris all’ingresso di una scuola di Oakbank gestita da CfBT, colosso del management scolastico operante in tutto il mondo.

E’ proprio sull’ambivalenza del concetto di free school che riflette l’artista italo-libica Adelita Husni-Bey attraverso una serie di opere esposte all’interno della sua prima monografica Playing Truant, presso lo spazio Gaswork di Londra. Pedagogia radicale ed autorganizzazione sono da tempo temi cari a Husni-Bey, ma in questa mostra l’artista li inscrive per la prima volta all’interno del contesto politico inglese, combinando sapientemente lavori di carattere informativo (la timeline Policy, Benchmark, Criteria) con materiali d’archivio (i documentari Imagine a School…Summerhill, A Holidays from Rules) ed opere più espressive come l’installazione The Living House e il video Postcard From the Desert Island. 

Si tratta una mostra eterogenea e ricca, in cui le fonti della ricerca sono continuamente messe in relazione con i suoi esiti. E’ questo il caso della giustapposizione del videoImagine a School…Summerhill di William Tyler Smith (2006) alla timeline Policy, Benchmark, Criteria, dove Husni-Bey riassume i principali decreti approvati dal Ministero dell’istruzione inglese dagli anni settanta fino ai giorni nostri. Tramite la disposizione cronologica, l’artista mette in evidenza come le riforme della coalizione al governo non siano che l’ultima tappa di un lungo processo di demolizione della scuola pubblica iniziato più di trent’anni fa con Margaret Thatcher.

E’ la Thatcher infatti, ci ricorda Husni-Bey nella timeline, che a partire dalla fine degli anni ’70 impone una severa riduzione dei finanziamenti alla istruzione pubblica, decidendo, tra le altre cose, l’abolizione della fornitura gratuita di latte alle scuole primarie. Da allora, per buona parte dei cittadini inglesi, la Thatcher divenne l’invisa “milk snatcher”. Negli anni ottanta sarà poi la volta dell’adozione del modello aziendale: con l’education act n.2 del 1986 le scuole dovranno dotarsi di un governing body simile al consiglio di amministrazione di società private, e, solo qualche anno dopo, un nuovo decreto le solleciterà a scegliere i propri presidi tra gli esperti del management.

Nel mezzo della timeline minuziosamente compilata da Husni-Bey, campeggia il documentario Imagine a School…Summerhill realizzato nel 2006 da William Tyler Smith. Il video ripercorre la vicenda di Summerhill, scuola progressista inglese che negli anni ’90 viene inclusa tra le istituzioni “to be watched”, e successivamente minacciata di chiusura. La giustapposizione del documentario di Tyler Smith all’ultima parte della timeline, quella in cui vengono tratteggiate le ultime riforme di Michael Gove, induce a domandarsi se l’eccentricità dei programmi delle nascenti free school non sia che un falso indicatore del grado di libertà effettivo concesso agli spazi formativi.

Mettere in discussione l’idea di free school promossa dal governo britannico significa per Husni-Bey anche rimarcare la differenza che la separa dalla pedagogia anarchica, e da quelle scuole in cui, ancora oggi, proprio sulla scorta di questa tradizione, si cerca di ripensare la trasmissione di saperi ed esperienze. Attraverso l’installazione The Living House Husni-Bey riporta quindi alla luce la storia della Modern School di Stelton, una delle prime scuole anarchiche fondate nel New Jersey da seguaci del pensatore anarchico Francesc Ferrer i Guàrdia. L’opera si compone di una proiezione di diapositive ritraenti immagini della comunità Ferrer e di un’installazione sonora, risultato di un workshop tenuto dall’artista insieme agli attori del Living Theatre, compagnia nota per l’approccio partecipativo e anti-autoritario alla pratica teatrale.

Husni-Bey non si limita però ad indagare la genealogia della filosofia di Ferrer, ma cerca, al contempo, di cogliere cosa resta oggi di quella tradizione, recandosi nella scuola autogestita Vitruve di Parigi, dove conduce un workshop per tre settimane. L’esito di questa esperienza è un video ricco di momenti rivelatori, tanto della incredibile vivacità intellettuale del gruppo di bambini coinvolti, quanto della loro (e più in generale della nostra) difficoltà ad infrangere i limiti immaginativi (Postcard From the Desert Island). Ispirandosi al Signore delle Mosche di William Golding, Husni-Bey chiede ai partecipanti di dare forma ad una comunità su un’isola deserta, metaforicamente rappresentata dalla hall della scuola. Muniti di carta, legno, forbici e scotch, gli alunni dell’École Vitruve si ingegnano così a fabbricare tutti gli strumenti e le strutture necessarie alla sopravvivenza sull’isola: canne da pesca, tende, reti, lance.

Ma il momento topico del workshop sopraggiunge una volta terminata la fase di costruzione, quando i bambini si interrogano sull’ordinamento da assegnare alla propria comunità. Tutto d’un tratto si trovano così a dover decidere di questioni normalmente relegate al mondo dei grandi, come la definizione del confine tra spazio pubblico e privato, la scelta del baratto o della moneta, l’istituzione della prigione e la presenza di un potere sovrano. Si discute, si propone, si vota a mano alzata, si tracciano schemi e mappe nel tentativo di dare una forma stabile alla nuova vita sull’isola. E di fronte alla volontà di parte del gruppo di istituire un municipio, un bambino esorta gli altri compagni a protestare, gridando in coro: “pas de rois!”. Ma per quanto inventivi ed acuti si dimostrino i partecipanti al workshop, la loro immaginazione rimane in gran parte condizionata dal mondo reale, e finisce per riprodurne, anche se in parte, i contenuti e le forme. Il video di Husni-Bey mette quindi in luce come qualsiasi scuola “alternativa” resti inevitabilmente legata a doppio filo a quella realtà esterna di cui cerca di mettere in discussione le regole. Questo non significa, però, che congetturare nuovi mondi possibili sia uno sforzo vano. Come ci insegna Frederic Jameson, il pensiero utopico è un esercizio necessario, proprio perché serve a renderci consapevoli dei nostri limiti immaginativi.

L’espediente narrativo dell’isola deserta, dove ripensare un nuovo modo di stare insieme senza poter disporre di regole già prestabilite, riappare nel documentario A Holiday From Rules di William H. Murray, collocato all’ingresso della mostra. L’autogoverno sembra però qui avere esiti catastrofici. Qualsiasi attività, dal gioco alla condivisione del cibo, diviene fonte di incomprensioni e insolubili conflitti. E a seguito di continui tentativi di cooperazione falliti, una voce fuori campo ricorda ai bambini che questi sono gli inevitabili effetti del vivere un mondo senza regole. Presto quindi i protagonisti riacquisiscono fiducia nei confronti di tutte le limitazioni fino a poco prima mal tollerate, e decidono di portare a termine il viaggio immaginario in quell’isola foriera di pericoli. L’inclusione nella mostra del video di Murray, realizzato nel 1956, mette implicitamente in risalto l’apparente polarità tra un modello educativo disciplinante come quello passato, e l’attuale, in cui la possibilità di ritagliarsi una formazione su misura è concessa a patto che questa si accompagni ad un severo autogoverno.

E mentre la coalizione Con-Dem premia incondizionatamente tutti coloro che decidono di aprire scuole, a prescindere dalla loro reale necessità, essa progetta di inasprire le sanzioni verso chi, per qualsiasi ragione, sceglie di non andarvi. L’assenteismo scolastico (in inglese playing truant, come il titolo della mostra) verrà presto punito attraverso multe salate, automaticamente detratte dai “child benefit”, i sussidi erogati a tutti i genitori fino al compimento del sedicesimo anno dei propri figli. La pluralità di scelte promossa del governo sembra quindi non contemplare quella del rifiuto.

La prossima tappa del lavoro di Adelita Husni-Bey è Meeting Points 7, curato da Ana Devic, Ivet Curlin, Natasa Ilic, Sabina Sabolovic (What, How &for Whom/WHW) presso il MHKA di Anversa.



                                                                  Luisa Lorenza Corna 

domenica 13 ottobre 2013

Il Bosone Bifronte


Con il Nobel per la Fisica assegnato a Englert e Higg si conclude una lunga storia di ricerca. Ripercorrerne le tappe può essere utile ad individuare le sfide che ci troviamo ancora davanti: qual è il ruolo cosmologico del campo di Higgs? Quale la sua relazione con la curvatura dell'Universo o con la cosiddetta "energia oscura", uscita alla ribalta negli ultimi decenni?


Dunque è ufficiale. L 'Accademia Svedese delle Scienze ha chiuso con il Nobel la vicenda iniziata con due articoli indipendenti apparsi a breve distanza nel 1964 e firmati da Robert Brout (scomparso nel 2011) e Francois Englert, il primo, e da Peter Higgs, il secondo. 

Sul meccanismo e sulla particella ipotizzata da Englert, Brout e Higgs molto è stato scritto negli ultimi anni, a partire dalla improvvida ma fascinosa definizione di "particella di Dio", e dalla sua ricerca alle macchine acceleratrici più potenti nel mondo, fino ad arrivare al Grande Collisore adronico del Cern con cui la particella è stata identificata dalle collaborazioni Atlas e Cms.

 Vale la pena, oggi, ripercorrere le tappe significative di questa storia e tentare un bilancio di dove siamo arrivati e delle sfide che stanno ancora davanti a noi.

Al tempo della loro pubblicazione, gli articoli in questione passarono quasi inosservati per la maggioranza dei fisici teorici. Ma rimisero in moto una ricerca che sembrava ormai arenata, quella di inquadrare in un unico schema teorico due delle forze fondamentali della Natura. Si trattava delle forze elettromagnetiche, che regolano il funzionamento degli atomi, della chimica e della luce, e delle forze deboli, identificate da Enrico Fermi trenta anni prima, quali responsabili della radioattività beta dei nuclei atomici e di alcune particelle subnucleari. 

Le forze elettromagnetiche e le forze deboli hanno, in effetti, molti punti di contatto, messi in luce, nel tempo, dai risultati di fisici teorici di grande spicco, a partire dallo stesso Fermi per continuare con Bruno Pontecorvo, con i fisici statunitensi Richard Feynman e Murray Gell-Mann e con l'italiano Nicola Cabibbo.

Queste due forze, per così dire, parlano lo stesso linguaggio essendo trasmesse da particelle della stessa natura (in gergo, particelle di spin uno) e tuttavia sono divise da una barriera che sembrava allora impenetrabile.

 Il fotone, la particella ipotizzata da Albert Einstein quale costituente della luce e mediatore delle forze elettromagnetiche, è privo di massa, mentre l'allora ipotetico mediatore delle forze di Fermi, il bosone intermedio W, deve avere una massa non nulla, anzi molto maggiore della massa del protone.

Una teoria concreta di unificazione era stata avanzata, nel 1961, da Sheldon Glashow. La difficoltà dovuta alla diversità delle masse era pragmaticamente ignorata. Ma il lavoro di Glashow segnava, comunque, un progresso importante. In esso, si identificava la simmetria alla base dell'unificazione e si delineavano con precisione due nuovi fenomeni che avrebbero dovuto segnalare l'unificazione delle forze: l'esistenza di un altro mediatore pesante elettricamente neutro, denominato Z0, e le conseguenti nuove interazioni dei neutrini con la materia, mai ancora osservate. Invece dei neutrini, Brout, Englert e Higgs seguivano un filo conduttore che proveniva dalla fisica della superconduttività, la conduzione di correnti senza resistenza che si presenta in certi metalli a bassissima temperatura.

All'interno di questi metalli, come aveva mostrato Phil Anderson nel 1962, la simmetria dell'elettromagnetismo perde di validità e allo stesso tempo le linee di forza del campo elettrico vengono espulse dal metallo, "come se" il fotone acquistasse una massa non più evanescente. Non poteva darsi che la violazione della simmetria associata a W e Z, ma non al fotone, perdesse per qualche motivo la sua validità e che queste particelle, ma non il fotone, acquistassero una massa di conseguenza?

 I lavori di Brout, Englert e Higgs, modellati su un esempio semplificato ma significativo, mostravano che questo poteva avvenire, purché la simmetria fosse violata da un campo con un valore costante in tutto lo spazio. C'era, inoltre, un codicillo. Le increspature del campo generate nelle collisioni di alta energia si sarebbero dissipate sotto forma di particelle di un nuovo tipo, particelle prive di un momento angolare intrinseco (con spin zero, in gergo) e con una massa non determinata dalla teoria.

Non era chiaro, all'inizio, che il funzionamento del meccanismo non fosse invalidato da qualche sottigliezza nascosta nelle pieghe della teoria quantistica dei campi.

 Le conclusioni degli autori hanno retto nel tempo agli assalti teorici più sofisticati. Tre anni dopo, nel 1967, Steven Weinberg, negli Stati Uniti, e Abdus Salam in Europa, mettevano in formule uno schema di unificazione delle forze deboli ed elettromagnetiche basato sulla simmetria introdotta da Glashow nel 1961, con le masse di W e Z generate con il meccanismo di Brout, Englert e Higgs e con il fotone a massa nulla, in quanto associato all'unica simmetria non disturbata dal campo nel vuoto. Il modello prevedeva gli stessi fenomeni indicati da Glashow, per quanto riguardava neutrini e Z, ma, in aggiunta, includeva l'esistenza di una particella elettricamente neutra e di spin zero, che Weinberg battezzò, andando per le spiccie, col nome di "bosone di Higgs" (mi permetterò di usare anch'io questa semplificazione nel seguito).

C'erano ancora dei problemi. La teoria, infatti, si poteva applicare solo alle particelle senza interazioni forti, cioè all'elettrone e al neutrino. Con i tre quark introdotti da Gell-Mann per descrivere le particelle nucleari, i nuovi processi mediati dallo Z sarebbero stati infatti in diretta contraddizione con i dati sperimentali. Nel 1970, con Glashow e John Iliopoulos, mostravamo che, per superare questa difficoltà, era necessario ipotizzare un quarto quark, il quark charm. Fu proprio in quella occasione che venni a conoscenza del lavoro di Higgs e di quelli successivi di Weinberg e Salam: noi ci eravamo basati sul lavoro di Glashow del '61, che soffriva dello stesso problema. 

Questo ritardo può sembrare strano, ma a quel tempo l'unificazione delle forze non era considerato un argomento caldo e i gruppi che ci lavoravano erano sparsi e con scarse comunicazioni. Negli anni successivi, una serie di sviluppi eclatanti, teorici e sperimentali, indicarono che si era presa la strada giusta.

La dimostrazione che la teoria di Weinberg e Salam è consistente dal punto di vista matematico (G. 't-Hooft e M. Veltman, 1972), l'osservazione al Cern dei nuovi processi di neutrini mediati da Z (1973), l'osservazione del quark charm (1974) e di un'altra generazione di quark e leptoni, fino all'osservazione dei bosoni intermedi W e Z con il collisore protone-antiprotone, realizzato al Cern da Carlo Rubbia e Simon Van der Meer (1982). Con W e Z, il Cern metteva a segno una scoperta formidabile e prendeva la leadership mondiale nella fisica delle particelle. In quella occasione, il «New York Times» titolava: «Europa tre, Stati Uniti neanche Z-zero». Da allora in poi, la caccia accanita al bosone di Higgs, conclusa, come si è detto, solo l'anno scorso. Nell'anno appena trascorso, con la macchina LHC ferma per il suo potenziamento, le collaborazione sperimentali hanno raffinato l'analisi dei dati raccolti. La somiglianza della particella scoperta con quanto previsto per il bosone di Higgs si è accentuata.

Cosa resta da fare? Ci sono sfide a breve, medio e a lungo termine. Le prime riguardano la presenza, entro la portata di LHC, di particelle legate a nuove simmetrie. Prime fra tutte le particelle legate alla supersimmetria, una simmetria scoperta proprio al Cern da Julius Wess e Bruno Zumino ne 1971. La particella vista al Cern, con una massa pari a 125, in unità della massa del protone, è relativamente leggera. È una buona notizia per la supersimmetria, che prevede una massa inferiore a 135. Meno buona per i modelli alternativi, che avrebbero preferito una massa tra 600 e 800 masse del protone.

Le teorie con supersimmetria prevedono un intero mondo di nuove particelle da scoprire. Con l'energia di LHC non si può realisticamente pensare che si possano vedere tutte. Ma con un po' di buona fortuna potremmo vedere almeno la coda del dinosauro, lasciando il resto alle macchine del futuro. 

I progettisti delle supermacchine stanno già scaldando i muscoli. L'evidenza per l'esistenza nell'Universo di particelle neutre relativamente stabili, la "materia oscura", si è rinforzata con le misure raccolte dal satellite Planck dell'Agenzia Spaziale Europea.

 La particella della materia oscura potrebbe coincidere con la particella supersimmetrica più leggera, e si potrebbe incontrare tra i frammenti di decadimento del bosone di Higgs, da studiare ancora con la precisione necessaria, oppure nella coda del dinosauro rappresentato dal grosso delle particelle supersimmetriche.

A più lungo termine, restano le domande difficili. Qual è il ruolo cosmologico del campo di Higgs? Quale la sua relazione con la curvatura dell'Universo o con la cosiddetta "energia oscura", uscita alla ribalta negli ultimi decenni? Ci sono altri Universi in cui il campo di Higgs o le sue estensioni danno valori diversi alle masse delle particelle?

 Il bosone di Higgs ci appare sempre più come un Giano bifronte: una faccia volta al passato, la conclusione della Teoria Standard, e l'altra al futuro, il precursore della fisica del futuro.



                                                               Luciano Maiani





Fonte: Il Sole 24 Ore



venerdì 4 ottobre 2013

La Vergogna I' Ipocrisia e la Morte nonostante Loro sono il Nostro Prossimo


Loro sono il nostro prossimo

Ci si può commuovere tutti i giorni, o c’è bisogno di una pausa, una tregua –non so, una settimana, almeno un paio di giorni- fra una tragedia e l’altra? 
O commuoversi comunque, quando la cifra dei morti è così esorbitante, e ci sono i bambini (le donne incinte ci sono sempre), e c’è ogni volta un dettaglio nuovo. 

Questa volta è il fuoco acceso dentro una carretta con 500 persone, come accendere un falò in un autobus all’ora di punta, con le porte che non si aprono. Riescono sempre a procurarsi un dettaglio nuovo, queste disgrazie. A Catania è in rianimazione il migrante eritreo scampato a tutto, anche alla spiaggia di Sampieri coi cadaveri allineati dei suoi compagni, e investito da un’auto. I dettagli di ieri saranno troppi per raccoglierli, i soccorritori pensano a soccorrere, magari piangendo, e i superstiti, una volta rifocillati e sbattuti in qualche Centro di Indifferenza ed Espulsione, non saranno più interessanti, coi confini spinati e i deserti e i mari che hanno attraversato, i cadaveri che hanno urtato, le preghiere che hanno pregato. Non avranno voglia di raccontarlo, e non troveranno chi abbia voglia di starli a sentire. Guarderanno l’Isola dei famosi, la sera, e capiranno tutto. 
Dunque si è quasi offesi, da una giornata simile: centinaia di morti, l’ennesima, più lunga fila di sacchi da monnezza, non si può pretendere che ci commuoviamo ogni giorno che Dio manda, perbacco, e all’indomani di un allegro rilancio del governo, che prima era di necessità e ora è d’amore e d’accordo. Che c’entra il governo con la strage della barcaccia? Niente, appunto. Niente e nessuno, c’entra. E’ stata una disgrazia. Cioè: il cinismo degli scafisti, l’imprudenza dei passeggeri, il panico di tutti. I superstiti non presentavano problemi molto gravi, ha detto un bravissimo medico, qualcuno aveva bevuto, con l’acqua salata, parecchia nafta. Non c’entra nessuno, accusare, inventarsi dei colpevoli, è un lusso da salotto. (I leghisti sanno di chi è la colpa: di due signore). Però il papa ha detto: E’ una vergogna. Allora bisogna che qualcuno si vergogni, o che ci vergogniamo tutti. Di che cosa? Di tutto: della guerra civile in Siria, del mattatoio somalo, della violenza nigeriana che ricaccia indietro i ghanesi. Ah, va bene, campa cavallo! Vediamo più da vicino, allora. Controllare meglio quel tratto di mare? Ci sono occhi meccanici cui non sfugge un branco di sardine. Chi se ne intende dice che il lavoro che fanno la nostra capitaneria, la marina militare, i pescherecci e anche i mezzi mercantili e da diporto è ammirevole, che i radar non bastano a vedere tutto, soprattutto con imbarcazioni piccole e mare mosso e sottocosta. Bene: eppure qualcosa occorre fare. Perché ieri non eravamo solo commossi fino alle lacrime, ma anche esasperati e furiosi. Perché anche piangendo, si pensa. Si pensa che in Giordania, in Libano, in Turchia, in Iraq, ci sono oggi un paio di milioni di profughi siriani, e da noi ne sono arrivati due o tremila; cui vanno sottratti -250, 300?- quelli di ieri. Si pensa che due giorni fa sono state pubblicate le nuove cifre sugli immigrati in Italia, e quattro su dieci si propongono di tornare a casa o andare altrove, e molti l’hanno già fatto. Si pensa che in Grecia, tanto più povera di noi, e tanto sorella nostra –“stessa faccia, stessa razza”- gli immigrati dall’Europa orientale e dall’Asia e dall’Africa entrano per terra e per mare in numero assai superiore ai nostri, e poi ci restano chiusi, in omaggio a Dublino, in balia dei nazisti di Alba Dorata. 
E poi, si pensa alle obiezioni di chi, anche in mezzo a tutti questi morti –“una marea di cadaveri”, ha detto ieri un soccorritore, promuovendoli involontariamente a creature marine, quei viaggiatori che non sapevano nuotare- tiene a restare, secondo lui, freddo e lucido. “Non possiamo mica accogliere tutti i fuggiaschi del mondo”. No, infatti, non possiamo. Ma non stanno arrivando tutti i fuggiaschi del mondo. E ragionevole prevedere che ne arriveranno molti di più. Siccome ci si compiace a credere che l’alternativa sia fra buonismo e cattivismo, e chi non è né buonista né cattivista possa solo raccomandare l’anima e il corpo altrui a Dio, proverò a rispondere. Ammettiamo pure il caso più ottuso: che siate rigorosamente contrari all’immigrazione, che ve ne fottiate di tutte le avvertenze (“ma i nostri nonni, e il padre del papa Francesco, sono emigrati…”; e “gli immigrati oggi coprono il 10 per cento del Pil italiano”, e così via). Bene. E ammettiamo ora che voi, i del tutto contrari, stiate bordeggiando sotto l’isola dei Conigli, e avvistiate una disgraziata che viene da Aleppo o da Samaria e che agita le braccia e annaspa: o la soccorrete, o no. Se non la soccorrete, siete davvero coerenti con la vostra convinzione, e il diavolo vi porti: l’avete meritato. Se la soccorrete, com’è infinitamente più probabile, non avrete affatto ripudiato la vostra convinzione, avrete saputo che c’era una cosa più importante. Che quando succede proprio a voi di imbattervi nella persona in pericolo, che da voi dipende la sua salvezza, le convinzioni politiche o demografiche si eclissano, e senza riflettere un momento lanciate il vostro salvagente o la vostra cima. (E non voglio ancora completare l’esempio, sicché succeda a voi di annaspare e agitare le braccia, venendo da Bergamo Alta, ed essere soccorso da una carretta di scafisti siriani). Questa non è la soluzione, ma è una gran parte della soluzione. La soluzione implica che in Siria finisca la guerra civile, che Dublino 2 non metta in croce la Grecia, che la Germania non si scandalizzi per l’arrivo di sbarcati a Scicli o a Riace, che l’Europa sia l’Europa. Cose grosse. Si possono affrontare, anche se sembrano così grosse. Ma intanto c’è la gran parte della soluzione, che consiste nel comportarsi seriamente, efficacemente, come si fa col disgraziato in cui vi siete imbattuti. Per esempio, quando in uno scampolo d’estate vi capita di fronte una di quelle barche di disperati, su una spiaggia siracusana o ragusana, o calabrese o pugliese, e fate una catena umana. Una catena umana –è gran parte della soluzione. Ma sarebbe ipocrita lasciarla al caso. Se il samaritano avesse saputo che tutti i giorni, sulla famosa strada, i briganti lasciavano tramortito un passeggero, avrebbe chiesto alla polizia di occuparsi dei briganti, e intanto avrebbe improvvisato con altri volontari il pronto soccorso a quell’angolo di strada. Tutti i migranti che si mettono in viaggio alla nostra volta, e pagano caro il biglietto per la morte o la vita, tutti, sono il nostro prossimo: che siamo buoni o cattivi, che vediamo di buon occhio o furibondo la questione dell’immigrazione. Per questo è così odiosa, oltre che criminale, la politica dei “respingimenti”. Li respingi nei campi libici, a essere violati e bastonati e venduti. Li respingi “a casa loro”, dove gliela faranno pagare con la tortura e la pelle. E soprattutto li respingi: agitano le braccia, annaspano, gridano aiuto proprio a te, e li respingi. 
Perché questo non avviene, non abbastanza? Dobbiamo dirlo chiaramente. Perché le autorità, essendo responsabili (ciò che per molte di loro vuol dire ciniche) preferiscono un migrante annegato a un clandestino vivo che si aggiri per l’Europa. Un anonimo morto a un rifugiato vivo. Lo preferiscono, davvero, magari non dicendoselo così chiaro: se no non lo farebbero. Pensano (infatti pensano): “Se questi disperati arrivassero tutti vivi, sempre più disperati sarebbero incoraggiati a venire”. Bene: se pensano così, anche se non se lo dicono, stanno favorendo le stragi come quella di ieri, “magari non così grosse, non tanti in una volta”. Ciascuno, autorità o persona comune, può liberamente decidere che cosa pensa dell’immigrazione e dei migranti in carne e ossa –il nostro prossimo. Ma bisogna che sappia che cosa sta decidendo, e ne segua le conseguenze fino alla banchina di Lampedusa con la fila dei fagotti da monnezza. 
Resta da lodare ancora Lampedusa: perché quegli annegati non sono di nessuno, né del paese da cui fuggono, né di quello in cui sognavano di arrivare. Sono del mare, e di Lampedusa.

Adriano Sofri









Fonte: La Repubblica 

martedì 1 ottobre 2013

Cultura e diritti, un’altra idea di Italia.


Destinazione Italia: più o meno questo sarà stato lo slogan in voga nelle capitali europee alla fine del Quattrocento. E infatti la Penisola divenne presto terreno di scontro fra eserciti spagnoli, francesi, “imperiali”: fu così che il regno di Napoli passò per secoli sotto la Spagna e il ducato di Milano fu dominato prima dalla Spagna poi dall’Austria, per non dire del sacco di Roma perpetrato dai lanzichenecchi, con il Papa asserragliato in Castel Sant’Angelo (1527).

Destinazione Italia si chiama il recente decreto del governo, mirato ad attrarre investimenti stranieri, ma varato in sinistra coincidenza con la svendita di Telecom (o Telco) a un’impresa spagnola, mentre già suonano le campane a morto per Ansaldo Energia (destinata ai coreani) e per Alitalia, che dopo un farsesco “salvataggio” costato al contribuente cinque miliardi sta per passare in mano francese. L’Italia è dunque in vendita? I cittadini assistono impotenti al teatrino di una retorica dello sviluppo che produce recessione, di un’austerità senza traguardi e senza successi, di una “stabilità” sempre più chiaramente sinonimo di paralisi. Il rimedio viene additato in nuove svendite di patrimonio pubblico (anche di beni culturali), e la quotidiana erosione dei diritti (al lavoro, all’educazione, alla salute, alla cultura) viene giustificata in nome dell’Europa, come se fosse un invasore straniero. Come se l’Italia non potesse concorrere a scrivere un’agenda europea di ben altro segno.

Da anni i beni pubblici e le stesse istituzioni dello Stato vengono smantellate da “destra” e da ”sinistra”, con una larga intesa che i governi Monti e Letta hanno solo reso più esplicita. Abituata agli agi e alle pigrizie della rendita parassitaria, buona parte della classe imprenditoriale italiana ha da decenni imbandito il banchetto dove si dividono le spoglie di un’Italia in rotta. Spolpandone il corpo martoriato proprio mentre si autoelogiano come accorti manager, imprenditori e operatori finanziari si trasformano in sensali, comprano a basso prezzo per rivendere (all’estero) a prezzo ancor più basso, e trovano chi li definisce “eroici patrioti” (così Berlusconi chiamò l’armata Brancaleone del “salvataggio” Alitalia). 

Si chiama “privatizzazione” e viene considerata la panacea di tutti i mali, ma non crea nuova ricchezza, bensì la trasferisce alle oligarchie dei furbi e degli sciacalli, a svantaggio delle classi meno agiate e dei giovani; genera disoccupazione, esilia i diritti e fragilizza la comunità, contro lo stesso principio di «promozione della coesione sociale e territoriale» affermato dal Trattato di istituzione della Comunità europea (art. 16). 

È quella che David Harvey chiama accumulation by dispossession: la ricchezza pubblica (cioè dei cittadini) viene espropriata per concentrarla in poche mani. Compito congeniale a quella «immane piramide di sfruttatori» emersa dal fascismo e dal dopoguerra, «che coltiva l’insensibilità nei delitti contro il pubblico denaro e appesta tutto, confonde tutto, dando all’Italia la sua pietosa fama di furberia, tortuosità, vanità, bassa sensualità». Questa diagnosi di Corrado Alvaro vale ancora; è ancor vero che l’«antica, onoranda borghesia creatrice, con attitudine alla mercatura, all’industria, all’agricoltura» di cui l’Italia poté vantarsi «si conta ormai sulle dieci dita».

Per frenare l’emorragia ci sarebbero due strade (o una combinazione fra le due): una politica di investimenti pubblici, come suggerito da Guido Roberto Vitale, e l’applicazione dell’art. 46 della Costituzione, che «riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende», come ha ricordato Susanna Camusso. C’è da scommettere che il governo non tenterà né l’una né l’altra. A qualsiasi investimento di fondi pubblici si oppone infatti non tanto la sbandierata congiuntura economica, ma la sistematica rimozione della monumentale evasione fiscale, protetta da tutti i governi come un fortilizio. 

L’Italia è al terzo posto al mondo per evasione fiscale, preceduta solo da Turchia e Messico (dati Ocse): 154,54 miliardi di euro di tasse non pagate nel solo 2012 (valutazione Confcommercio); e basterebbe recuperarne il 10 % per affrontare le prime emergenze senza nuovi sacrifici e imposizioni. Di dare esecuzione alla “democrazia economica” prevista dalla Costituzione, poi, non se ne parla: come potrebbe «promuovere l’elevazione economica e sociale del lavoro» (art. 46) un governo che in nome dell’austerità ignora il diritto al lavoro (Costituzione, art. 4)? Come potrebbe affidare «a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese [...] di preminente interesse generale» (art. 43), se lo stesso presidente del Consiglio (coi ministri Quagliariello e Franceschini) firma la proposta di modifica radicale della Costituzione in quanto scritta «nella temperie della guerra fredda» e non più adatta al «mutato scenario politico, economico e sociale»? 

Se queste parole (datate 10 giugno) echeggiano quelle della finanziaria J. P. Morgan (28 maggio) secondo cui «le Costituzioni dei Paesi della periferia meridionale mostrano una forte influenza socialista, riflesso della forza politica delle sinistre dopo la sconfitta del fascismo», e perciò vanno cambiate? Se la stessa relazione Morgan indica nell’Italia «il test essenziale di questo cambiamento»?

Ma l’Europa non è un impero esterno che, dopo aver conquistato gli Stati membri, possa imporre manu militari un proprio sistema di regole difformi dall’ordinamento di ciascun Paese. Dev’essere un concerto di voci, anche dissimili, in cui ogni Paese possa portare la propria tradizione culturale, civile, giuridica. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea «lascia del tutto impregiudicato il regime di proprietà esistente negli Stati membri» (art. 345), dunque lo statuto della proprietà pubblica e privata in Italia è e resta quello della sua Costituzione (sovraordinata ai Trattati Ue): la proprietà privata dev’essere finalizzata all’«utilità sociale» (art 42), i beni pubblici e comuni sono garanzia indispensabile all’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini (come riaffermato dalla Commissione Rodotà). 

All’Europa come una sorta di Germania extralarge, caricatura delle idee europeistiche da cui nacque l’Unione, è necessario sostituire un’altra idea di Europa, un’Europa delle culture e dei diritti, dove le drammatiche disuguaglianze fra i cittadini, anzi fra gli stessi Paesi (la Grecia!) non vengano attribuite a una sorta di fatalità di natura (le “leggi dei mercati”), ma intese come una stortura da correggere, come la prova provata di errori gravi nella costruzione del sistema. Se mai l’Italia vorrà essere fedele alla propria Costituzione, questa è la sua prima missione in Europa.

                                                       Salvatore Settis 



Fonte: La Repubblica

lunedì 23 settembre 2013

Il Rischio Chiusura dei Centri Anti Violenza




E' arrivato in parlamento il DL sul femminicidio, nel quale neanche si fa esplicita menzione dei luoghi in cui, ogni anno, oltre 14mila donne trovano assistenza psicologica e rifugio, quando sono vittime di soprusi in famiglia. 
Molte di queste realtà sono allo stremo da tempo per mancanza di fondi. In tanti chiuderanno i battenti, questo senza che qualcuno gridi allo scandalo. E' normale in un paese civile?!...

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Finanziamenti a singhiozzo. Affitti salati da pagare. Rischio di sfratti. Pochissime risorse da investire. Il lavoro che si trasforma automaticamente in volontariato. Fino, in alcuni casi, alla chiusura di centri e case rifugio per donne maltrattate che dovrebbero svolgere un ruolo centrale e determinante nel contrasto alla "guerra silenziosa" che ogni anno fa in Italia centinaia di vittime.

La situazione dei centri anti violenza (CAV) in Italia peggiora di giorno in giorno, nell'indifferenza del Palazzo. Tagli e difficoltà ad accedere periodicamente alle programmazioni regionali, una mannaia. Il decreto sul femminicidio, varato durante l'ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa estiva, non menziona nemmeno i CAV. Per Titti Carrano, presidente della D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), nel dl manca "qualunque riferimento al riconoscimento del ruolo che i centri svolgono da anni in Italia: chiediamo il loro coinvolgimento nei tavoli tecnici che si occupano di violenza e lo stanziamento di specifici e adeguati fondi definiti nella legge di stabilità".

Un provvedimento (andrà in aula il 23 settembre) che esclude - come previsto dalla Convenzione di Istanbul - gli interventi di prevenzione. Come quelli svolti dai CAV: supporto legale e psicologico alla donna maltrattata, collaborazione con forze dell'ordine e servizi sociali, Telefono Rosa h24 per le emergenze, attività di promozione culturale con corsi nelle scuole, convegni, seminari e iniziative di vario genere. Poi le case rifugio per ospitare le donne in pericolo e impossibilitate a tornare a casa per paura del compagno aguzzino.

Sono 124 le donne uccise nel 2012 e 14mila quelle che si rivolgono, ogni anno, ai 63 centri anti violenza aderenti a D.i.Re. A questi vanno aggiunti un'altra quarantina autocensiti per un totale di 100 centri presenti sul territorio nazionale. E nel 2013 sono in aumento le donne che si rivolgono ai CAV, sintomo di una maggiore consapevolezza.

"E' arrivata un'ingiunzione di pagamento, siamo a rischio sfratto" denuncia Cinzia Maroccoli, presidente del CAV di Potenza, l'unico dell'intera Basilicata. Si caratterizza per costituirsi parte civile ai processi contro gli uomini maltrattanti. Aperto dal 1989, fino al 2001 è andato avanti con autofinanziamenti. "I soldi arrivano a singhiozzo - spiega - Siamo ancora in avanzo della cifra del 2011 mentre non conosciamo ancora l'importo per il 2013". In mancanza di risorse, ecco la riduzione dei servizi, il lavoro delle operatrici che diventa volontariato e la morosità nella locazione di 1200 euro al mese. Il CAV ha anticipato soldi e si è indebitato con la banca, con la speranza che arrivino i finanziamenti regionali. Prima o poi. Assenti le risorse per ampliare la casa rifugio al momento capace di ospitare 5 donne. "A volte dobbiamo rifiutare le richieste per mancanza di posti e indirizzare le donne maltrattate verso altre strutture di accoglienza" spiega la presidente "La nostra è precarietà esistenziale, non riusciamo a prospettare un intervento di lungo periodo. Ci negano un futuro". E due signore ospitate sono all'ottavo mese e sul punto di partorire.

Altri centri rifugio sono stati costretti direttamente a chiudere. Come il caso a Cosenza del "Roberta Lanzino". Parliamo con la responsabile, Antonella Veltri, che racconta come nel 2010 abbiano preso la sofferta decisione per la mancanza di fondi. Ad oggi sono morosi con il proprietario dello stabile. Rischiavano di chiudere anche il centro di supporto legale e psicologico, per fortuna è arrivata una boccata d'ossigeno: "La Provincia ci ha assegnato un posto". Un passo importante.
"Ovviamente il lavoro" afferma Veltri "resterà volontario e una qualsiasi spesa sarà coperta da autofinanziamenti o iniziative autorganizzate (riffe o vendita di candele per strada)". I pochi spiccioli in arrivo dalla Regione non sono sufficienti.

Se al Sud si evidenziano situazioni limite, al Nord i CAV versano in condizioni poco migliori. A parte il Trentino che è la regione più virtuosa e più attenta al finanziamento dei centri. Secondo un calcolo dell'Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto sicuro per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ne servirebbero circa 6mila. Nella realtà sono soltanto 500. A fine anno potrebbero essere ancora meno le case rifugio. Così come le operatrici spesso disincentivate da tale corsa ad ostacoli.

In Emilia Romagna il CAV di Lugo adesso è riuscito ad accedere a finanziamenti comunali ma ha rischiato la chiusura. "Il nostro è volontariato puro" racconta Nadia Somma, presidente dell'associazione Demetra donne in aiuto "Abbiamo ridotto a 6 ore alla settimana il nostro intervento: tra affitto, rimborso benzina, elaborazione progetti, spese varie non avevamo più soldi". E invece servirebbero risorse anche per corsi di formazione a procure e forze dell'ordine: "Spesso" continua Somma "un agente confonde le violenze domestiche per conflitti familiari non intervenendo a dovere sul compagno maltrattante". Mentre nel caso di affidi in comune, si costringe la donna a continuare ad incontrare l'uomo che dopo il distacco diviene maggiormente violento.

La rete D.i.Re promette battaglia per modificare il decreto in Parlamento. Così come alcuni parlamentari sensibili al tema. Celeste Costantino, deputata di Sel, ha intrapreso un viaggio nazionale nei centri, chiamato #RestiamoVive, per testimoniare le difficoltà in cui versano queste strutture, raccogliere dati e numeri, ascoltare dalla viva voce delle operatrici le difficoltà del lavoro quotidiano: "Dal Nord al Sud del Paese i CAV si ritrovano a lavorare in una situazione davvero insostenibile. Al più presto serve un piano di finanziamento nazionale per la prevenzione, percorsi di aiuto per gli uomini maltrattanti, un Osservatorio nazionale, l'introduzione dell'educazione sentimentale nelle scuole, proposta di legge, quest'ultima, che ho già depositato. Il dl femminicidio è stato scritto senza tenere conto della complessità del tema e con un'ottica da 'pacchetto sicurezza'. Un'occasione persa dopo aver votato all'unanimità la Convenzione di Istanbul".

                                               Giacomo Russo Spena



Fonte: L'Espresso